VISTI DA PERNA - Ingroia, la toga sinistra che fa politica da baraccone

Giancarlo Perna - Lun, 28/01/2013 - Il Giornale

 

Ha scelto processi teatrali (e inconcludenti) in cerca di notorietà, contro gli avversari al voto usa le informazioni raccolte da pm. E un giorno potrebbe tornare magistrato..

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Con la sua aria truce da cospiratore, Antonio Ingroia, ha reso più simpatici Totò Di Pietro e Luigi De Magistris. Loro almeno non hanno una barba da carbonaro e sembrano conoscere qualche urbanità. I tre, come si sa, sono gli ex pm che hanno dato vita a Rivoluzione civile, nome inquietante del partito più di sinistra che si presenti alle elezioni.

Di Totò e Luigi conosciamo ogni magagna. Quelle dell'altro le scopriamo man mano.


Ingroia non è, ahi lui, un mostro di cordialità. Parlo da telespettatore. Ha l'aspetto polveroso e il tono beffardo. Fa le pulci a tutti e denigra, utilizzando conoscenze che gli derivano dalle inchieste («Dell'Utri non dice tutto quello che sa»), senza un briciolo di riservatezza. Si crede l'incarnazione della moralità al punto che ti viene da gridare al teleschermo: «Ma ci faccia il piacere».


In effetti, Ingroia è la quintessenza dell'opaco. Soffermiamoci sulla sua candidatura. Aveva appena assunto un impegno in Guatemala per conto dell'Onu. Doveva durare un anno, lo ha abbandonato dopo un mese. Una mancanza di serietà che la dice lunga sull'affidabilità del personaggio e che si riverbera su tutti noi. Pare di sentirli guatemaltechi e onusiani all'unisono: «I soliti italiani che danno solo sòle». E questo uno.


Poi ci sono gli inevitabili sconcerti di quando un magistrato entra in politica. Tolta la maschera, Ingroia si è confermato un sinistro al cubo. Viene allora spontaneo pensare che abbia incriminato il generale Mori, Dell'Utri, Mannino, Mancino, eccetera, per scelta politica e non per serena riflessione. Lo sapevamo, è vero, da anni. Però ci toccava tenercelo nel gozzo in assenza di prove. Ora le abbiamo e possiamo gridarlo. Adesso è anche chiaro perché si è impegolato in processi teatrali: cercava la notorietà che è il primo ingrediente di chi vuole entrare in politica. A questo punto, che valore hanno i baracconi che ha messo in piedi? Per esempio, la super reclamizzata trattativa Stato-mafia, un calderone in cui Ingroia ha infilato di tutto senza approdare a nulla, a che altro è servito se non ad avere addosso i riflettori per anni? Ergo: tutto quel che il pm ha fatto, va preso con le molle.


Rimane inquietante l'interrogativo che Ingroia, nella sua connaturata ambiguità, non ha sciolto: tornerà un giorno in magistratura? Dio non voglia, ma il sistema glielo consente. Infatti, non si è dimesso. Ha solo chiesto l'aspettativa per tenersi aperta ogni strada. La iattura del rientro è, dunque, possibile. L'unica speranza è un provvedimento che vieti finalmente il pendolarismo dei magistrati. Sempre che una legge sia una remora per un tipo peperino come Ingroia che delle regole se ne impipa. Tant'è che si è candidato a Palermo - dove era procuratore aggiunto - contro la norma che vieta alle toghe di presentarsi nel luogo in cui esercitano la giurisdizione (è l'inghippo che indignò Alessandro Sallusti nel battibecco tv).


Il cinquantatreenne ex pm si autoproclama da sempre allievo prediletto di Paolo Borsellino. Agli esordi, fu effettivamente uno dei suoi sostituiti alla procura di Marsala. Non risulta però avessero legami speciali. Tra loro, c'era solo la simpatica atmosfera che un uomo ironico come Borsellino creava tra i colleghi. Come ricordano i reduci marsalesi di quella lontana stagione (fine anni Ottanta), le facezie si sprecavano. Quando il capo entrava, c'era sempre un sostituto che, alludendo al suo passato nel Fuan (universitari del Msi), gli lanciava un «camerata!», facendo il saluto romano. Anche l'immusonito Ingroia aveva un nomignolo. Poiché stava sempre curvo (che in siciliano si dice «immurutu»), era minuto (che in siciliano si esprime con il diminutivo «eddu»), ed era, come oggi, sinistrorso, Borsellino lo chiamava affettuosamente, 'U comunista immuruteddu», cioè «gobbetto comunista».


Il faro di Ingroia è stato in realtà Gian Carlo Caselli con cui lavorò a stretto gomito quando costui fu procuratore di Palermo dal 1993 al 1999. Da lui imparò a combattere la mafia puntando al mitico terzo livello, cioè ai politici e, in mancanza, agli apparati dello Stato. Di qui, i processi che sono l'orgoglio di Ingroia: quello al senatore Dell'Utri, al generale dei cc Mario Mori, al numero tre del Sisde Bruno Contrada, altri. L'unico finora andato in porto, è il procedimento contro Contrada al quale, tra mille dubbi nell'opinione pubblica, riuscì ad affibbiare un decennio di carcere. Le altre cause si trascinano inconcludenti da lustri.


Negli ultimi anni, Ingroia aveva trovato un confidente che gli andava a fagiolo: Massimo Ciancimino, figlio del mammasantissima Don Vito. Il giovanotto diceva qualsiasi cosa, consentendo al pm di incriminare a man bassa. Dalle inchieste entrava e usciva l'universo mondo, perfino il Cav e FI accusati di essere referenti delle coppole (di qui la class action dei lettori del Giornale). Ingroia, euforico, definì Ciancimino jr «quasi un'icona antimafia». Il giocattolo si ruppe nel 2010 quando il giovanotto disse una balla imprudente su Gianni De Gennaro, l'intoccabile ex capo della polizia. A stretto giro, il bluff Ciancimino si sgonfiò. Si scoprì che aveva falsificato documenti, che teneva esplosivo in casa e nascondeva un tesoro in Romania. La bufera costrinse Ingroia, la coda tra le gambe, a incarcerare il suo protetto e, nel luglio 2012, a incriminare per mafia (concorso esterno) colui che aveva definito icona dell'antimafia.


Non è la sola leggerezza del nostro eroe che si precipita ovunque possa apparire. E inciampa come un bietolone. È accaduto con due procedimenti archeologici che si è incapricciato ad aprire. Con uno, accusò Totò Riina, da anni all'ergastolo, di avere ucciso Mauro De Mauro misteriosamente scomparso nel 1970. Ma fece fiasco con le prove e Riina per la prima volta in vita sua fu assolto. La seconda farneticazione è del 2010. Ingroia si ficcò in capo che il bandito Giuliano anziché essere ucciso nel '50 era fuggito e al suo posto era stato sepolto un altro. Fece perciò riesumare il corpo per le analisi, passando giorni in tv a pavoneggiarsi. Nel gennaio di quest'anno è stato confermato che il Dna è quello di Giuliano. Fine della sceneggiata. Piacerebbe sapere quanto è costata.


Nel 2003 gli capitò una cosa sciocca ma che a un altro sarebbe valso un mare di guai, specie tra gli artigli di Ingroia. Dovendo ristrutturare la casa del padre, il pm si rivolse a tale Michele Aiello, appaltatore legato al boss Provenzano. Tra loro ci fu pure una telefonata in cui Ingroia, parlando di costi dei lavori si sentì rispondere: «Tranquillo dottore, ci pensiamo noi». Il colloquio fu intercettato ma senza conseguenze. Eppure fu proprio per la dimestichezza con quel tale Aiello che cominciarono le disgrazie di Totò Cuffaro, tuttora in carcere. Misteri siciliani.


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