MA È CAMERON O BORGHEZIO?

Claudio Gallo per 'la Stampa'

 

 - IL DISCORSO DEL PREMIER BRITANNICO È UN ATTACCO A "BRUXELLES-LADRONA" CHE CIUCCIA DENARI E IMPONE AUSTERITY - 

David Cameron ha pronunciato il suo atteso discorso europeo, un discorso contro l'Europa si potrebbe quasi dire.


Non che a parole la disprezzi ma l'Unione come la vede lui è una grande area di cooperazione economica senza alcuna forza politica. Così ha annunciato un piano in due stadi che si basa sul presupposto, assai incerto, che i conservatori vincano le prossime elezioni: primo, l'anno prossimo, si rinegozierà al ribasso lo status britannico all'interno della Ue, secondo, al massimo entro la fine del 2017, si terrà un referendum sull'adesione, o dentro o fuori.


Non succedeva dal 1975, quando il laburista Wilson chiese agli inglesi di confermare con il voto l'ingresso nella Comunità economica europea. Ieri in Parlamento, il leader dei laburisti Ed Miliband è stato per la prima volta esplicito: «No, un referendum dentro/ fuori noi non lo vogliamo. Con questa mossa il primo ministro ha preferito l'interesse del suo partito a quello della nazione».


In sostanza Cameron ha lanciato un ultimatum all'Europa che suona più o meno: se volete che restiamo, riformate il baraccone di Bruxelles come diciamo noi. Gli inglesi sono fatti così, indipendenti, «non possiamo cambiare la nostra sensibilità così come non possiamo prosciugare il canale della Manica».


 L'Europa futura, se vorrà ancora Londra a bordo, sarà rigorosamente neoliberale: un grande mercato unico regolato il meno possibile, dove lo spazio per la politica è inesistente e il nemico numero uno è la spesa sociale. «Flessibile» è la parola chiave: pronunciata sei volte, due volte «flessibilità».


Un importante capitolo del discorso, pur in punta di penna, è dedicato alla retorica di Bruxelles-Ladrona. Il cuore politico amministrativo europeo, insieme con la Corte europea per i diritti umani, è visto come un pachidermico consesso di burocrati che trama alle spalle dei popoli. «La gente è frustrata dal fatto che decisioni prese sempre più lontano da casa colpiscano i loro standard di vita attraverso austerità forzate o che i soldi delle tasse siano usati per soccorrere governi dall'altra parte del continente».


Dunque basta discorsi su Europe a una o due velocità, l'Unione sia una «flessibile» associazione economica: «Abbiamo bisogno di una struttura che tenga conto della diversità dei suoi membri: nord, sud, est, ovest, piccoli, grandi, vecchi e nuovi. Alcuni dei quali pensano a più strette forme di integrazione politica ed economica. Molti altri invece, compresi i britannici, non condivideranno mai questo obiettivo».


Ai parlamenti nazionali, secondo il premier, toccherà riprendersi la sovranità scippata dalla megamacchina comunitaria. «L'appartenenza all'Ue non può comportare che l'orario di lavoro dei medici inglesi sia deciso a Bruxelles».


 Constatata l'antipatia e l'insofferenza dei suoi cittadini per l'Europa, Cameron propone al continente socialistoide e inefficiente un'ultima chance un po' ricattatoria: cambiate, cosa che per altro è anche nei vostri interessi, oppure la Vecchia Isola se andrà per la sua strada dal 2017.


La parte finale del discorso è dedicata a magnificare i vantaggi dell'Inghilterra in un'Ue riformata: il premier cerca di strizzare l'occhio agli euroscettici del suo partito e allo stesso tempo di dare l'impressione a Bruxelles che mettersi d'accordo è ancora possibile.


Ce la farà a stare in equilibrio su questa corda oscillante? Nel continente, molti credono proprio l'opposto, cioè che una più robusta costruzione politica darebbe forza anche al business. Basta guardare all'America: come potrebbe reggere un debito pubblico così alto senza la sua formidabile forza politica? La lotta per la nuova Europa, con o senza Londra, è cominciata.


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