UN GRASSO PER TUTTE LE STAGIONI

Giancarlo Perna per 'il Giornale' 21/1/2013

 

PERNA SPERNACCHIA LA TOGA DI BERSANI


Fatti i suoi conti, Pietro Grasso ha preferito lascia¬re la magistratura per la politica. Spera così di cavarsi an¬cora qualche soddisfazione che non aveva più ragione di aspet¬tar¬si nel mondo giudiziario bazzi¬cato per quarantatrè anni. È probabile che prima del salto della quaglia nel Pd sia stato nel¬le ambasce e abbia così ragiona¬to. A ottobre 2013 mi scade il se¬condo e ultimo mandato di pro¬curatore nazionale antimafia, ca¬rica che ricopro dal 2005. Ho ses¬santotto anni e potrei ancora in¬dossare la toga per un po'.


Ma do¬ve lo trovo un posto di eguale pre¬stigio? Per mantenere il livello do¬vrei diventare procuratore gene¬rale della Cassazione. Però è im¬possibile perché, in Cassazione, devo per forza cominciare da so¬stituto procuratore -che è come tornare capitano dopo essere sta¬to ammiraglio - per poi sperare in una promozione lampo.


Ma con tanti già in fila, vattelappe¬sca. D'altronde, se pure volessi un ripiego attraente, tipo una grande procura - a parte che ho già guidato quella di Palermo dal 1999 al 2004-, non c'è un danna¬to posto libero nei grossi centri, Roma, Milano o simili.


«Drinn... drinn...». Fu proprio il suono del cellulare, festoso co¬me uno scampanio natalizio, ad annunciargli lo scorso dicembre che i suoi rovelli esistenziali sta¬vano finendo. Era Pier Luigi Ber¬sani che gli offriva la candidatura di capolista per il Lazio. Detto fat¬to e il dottor Grasso è passato, sempre a nostre spese, dallo sti¬pendio all'indennità. A seggio assicurato, sospirò commosso: «Decisione sofferta». Come fos¬se stato un sacrificio.


Resta da capire perché abbia scelto il Pd. La domanda è d'uo¬po poiché Grasso era superpro¬curat¬ore grazie al Pdl che fece car¬te false per dargli il posto. In lizza, nel 2005,- col Cav a Palazzo Chigi -c'erano Grasso e Gian Carlo Ca¬selli, già suo predecessore alla Procura di Palermo (1993-1999). Caselli era favorito ma, essendo notoriamente comunista, dava l'orticaria a destra.


Fu così che Luigi Bobbio, magistrato e depu¬tato di An, si inventò una leggina che escludeva Gian Carlo per ra¬gioni di età e consegnava la su¬perprocura al più giovane Pietro. A cose fatte, la Consulta di¬chiarò incostituzionale l'inghip¬po di Bobbio. Sapete come accol¬se ¬la notizia l'ormai superprocu¬ratore Grasso? «Sono contento. Era una legge che non ho condivi¬so».


Non la condivideva ma ne aveva approfittato, zitto finché poteva costargli il posto, ciarlie¬ro quando non rischiava nulla. Questo è Pietro: dire e non dire, dire tutto e il suo contrario, predi¬care bene e razzolare male. Spiego meglio tornando alla domanda: perché nel Pd? Avvisa¬glie del suo ingresso in politica e dell'inclinazione a sinistra c'era¬no state già nel corso dell'anno.


 

Sullo sfondo il sostituto palermi¬tano, Tonino Ingroia, un ar¬ruffapopolo in toga. I due mal si sopportano dai tempi in cui Gras¬so era procuratore a Palermo. In¬groia, infatti, - sfegatato casellia¬no, ossia fan del precedente ca¬po - lo contestava.


Da allora, si pizzicano. A maggio 2012, fu Pie¬tro a prendere di mira l'altro in un'intervista radio.«Ingroia - dis¬se, criticando la sua partecipazio¬ne a un congresso di Pdci - fa poli¬tica utilizzando la sua funzione, è sbagliato. Scelga. Per me, è ta¬gliatissimo per la politica».


Pare¬va il predicozzo di un cavalier bianco della magistratura spec¬chiata al discolo che la stava in¬quinando. Aggiunse, additando¬si ad esempio: «Un magistrato non deve far conoscere le sue pre¬ferenze politiche. Quando mia moglie mi ha chiesto per chi aves¬si votato, le ho risposto: non te lo dico. Si è pure arrabbiata».


Dopo il rabbuffo al collega, l'inappun¬tabile Grasso trascorse però l'estate a fare le stesse cose che gli rimproverava: feste del Pd su e giù per l'Italia, tra salsicce e Bella ciao. Morale: se a farlo è Ingroia, sbaglia; se lo fa lui, non è peccato. Sentite quest'altra. Nel 2010, era a Firenze tra i parenti delle vit¬time per l'an¬niversario della stra¬ge di Via Georgofili del 1994.


Pre¬se la parola e, a freddo, disse che con le bombe «la mafia intese agevolare l'avvento di nuove real¬tà politic¬he che potessero esaudi¬re le loro richieste». Non fece no¬mi, preferendo alludere, ma tutti pensarono a Berlusconi e Forza Italia («le nuove realtà politiche» del '94). L'uno e l'altra pedine del¬le coppole. Esattamente quanto affer¬ma fuori dai denti quel bru¬talone di In¬groia e che gli è costata la class action del Giornale.


Grasso - or¬mai lo cono¬sciamo - giurò di essere stato frainteso e al sottoscritto spiegò che, avendo di fronte congiunti addolorati, doveva un po' dram¬matizzare. «Non era una riunione della Crusca » - ossia non era il caso di andare per il sottile- si giu¬stificò testuale. Come dire che aveva parlato a vanvera. Tanto che, due anni dopo (2012), il Cav da mafioso diventa eroe antima¬fia. «Gli darei un premio speciale per la lotta alla mafia. Ha intro¬dotto leggi che ci hanno consenti¬to di sequestrare beni per qua¬ranta miliardi», proclamò. Un colpo al cerchio, uno alla botte. È il modo che ha di attraversare la vita.


Nato a Licata ma palermitano di adozione, Grasso stava per di¬ventare calciatore. Era centro¬campista nel Bacigalupo. «Bra¬vo. Giocava tecnicamente be¬ne», ha detto Marcello Dell'Utri, futuro allenatore della squadra, aggiungendo: «Non gli piaceva sporcarsi di fango. Era sempre pulito e pettinato». Un signori¬no, dunque. Come tale, rinunciò presto a calciare il pallone per prendere a pedate il prossimo co¬me magistrato. Lo fece, però, con parsimonia ed equilibrio. Debut¬tò a 24 anni, nel 1969, come preto¬re a Barrafranca. Poi andò in pro¬cura¬a Palermo ed ebbe una brut¬ta esperienza.


Poiché tutti i sosti¬tuti, Pietro compreso, non volle¬ro sottoscrivere decine di ordini di cattura contro un clan, soste¬nendo che ne mancavano i pre¬supposti, il procuratore capo, Ga¬etano Costa, li firmò da solo. Tre mesi dopo, la mafia lo uccise. A incoraggiarla, osservò Leonardo Sciascia, fu la solitudine in cui Co¬sta e¬ra stato la¬sciato dai suoi. Grasso ha riconosciu¬to che il rifiuto fu un errore.


Dopo una carriera, pru¬dente e caden¬zata, la fama è arrivata con la guida della Procura di Palermo (è stato lui a mettere i primi tasselli - ma fu davvero un merito? - per spedire in carcere Totò Cuffaro) e della superprocura (arrestò Provenza¬no). Negli ultimi mesi di questo incarico, ha deluso il Colle sulle intercettazioni a Napolitano. Gli era stato chiesto di intervenire sulla Procura di Palermo per stoppare lo scandalo.


Ma Gras¬so, per quieto vivere, ha fatto orecchio da mercante. Non so se questa defezione inciderà sulla sua candidatura a Guardasigilli che il capo dello Stato dovrà va¬gliare. So invece che dopo la sen¬tenza della Consulta che ha dato straragione a Napolitano, Pietro ha esultato: «È stata fatta chiarez¬za!». Aveva il tono di chi ha vinto una battaglia personale. Proprio quella che ha invece rifiutato di combattere.


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