La commedia dell'arte dei talk in tv

Vittorio Feltri - Ven, 18/01/2013 - Il Giornale

 

Così come la commedia dell'arte, dapprima avversata e confinata dai classicisti al rango di fenomeno popolaresco, poi accolta e rielaborata dal teatro e dalla letteratura alta, perfino francese (Molière), anche la campagna elettorale in corso, da molti considerata buffonesca, fuori dagli schemi tradizionali, con tratti cabarettistici, improntata a piccole e grandi bugie e generosa di battute salaci, farà scuola.


 Sarà difficile che i comizianti del futuro tornino all'etichetta delle educate e noiose Tribune di qualche anno fa, quando i giornalisti, compostamente seduti ai loro banchi come scolaretti intimiditi, rivolgevano domande brevi all'onorevole sul pulpito (affiancato da un moderatore-pompiere), e questi rispondeva senza essere interrotto, quindi mai contraddetto.


Erano tempi in cui deputati e senatori, o aspiranti tali, godevano di notevole prestigio (non sempre meritato); in televisione non tutti facevano un figurone, ma nessuno veniva trafitto da interrogativi al veleno. Gli appartenenti alla Casta polemizzavano fra loro in modo garbato, consapevoli che per farsi rispettare dovevano essere rispettosi.


 E i telespettatori sbadigliavano, il più delle volte.


Lo stile dei dibattiti è profondamente cambiato. I protagonisti delle dispute politiche sembrano ispirati dal Ruzante (Angelo Beolco). Recitano. Hanno in testa una traccia e improvvisano. Più grosse ne dicono, meglio è: non sale soltanto l'audience, ma anche il consenso degli elettori. La tivù è popolare per definizione: sfruttarne le potenzialità richiede dimestichezza col popolo. Silvio Berlusconi in questo campo ci sa fare: non è un caso che la televisione (commerciale) l'abbia inventata lui, e non può stupire che egli sia il più bravo a usarla per arricchirsi e per svettare negli indici di ascolto, gemelli dei sondaggi. Non so se consapevolmente o no, il Cavaliere ha innovato la comunicazione politica; il fatto che la maggioranza degli opinion leader siano suoi critici disgustati significa una cosa: la tecnica del Cavaliere davanti alle telecamere, se non funziona nei salotti bene, funziona benissimo nei tinelli, assai più numerosi.


Non è sufficiente parlare per farsi ascoltare dalla gente, bisogna farsi capire; esprimersi in un linguaggio semplice che aiuti a sorridere e non a dormire. Gli esteti inorridiscono alle gag del commediante di successo, ma sono un'esigua minoranza, mentre la massa dei cittadini comuni apprezza chi ha un lessico rasoterra. È lecito discettare a lungo sui contenuti dei discorsi e dei battibecchi, sulla simpatia o l'antipatia dell'uomo, tuttavia contano i risultati. E quelli di Berlusconi dimostrano un particolare da non trascurare: egli più dei suoi avversari è in sintonia con la gente, anche quella che non ne condivide le idee.


A proposito dei suoi avversari, i lettori avranno constatato che essi cercano maldestramente di imitare il Cavaliere: gli rubano il mestiere di guitto disinvolto sulla scena nella vana speranza di catturare, quanto lui, l'attenzione degli elettori. Vuol dire che sotto sotto ne ammirano le doti anche se a parole non le riconoscono come tali. Perché Berlusconi buca il video? Mi scuso per la forzatura, ma il presidente del Pdl è paragonabile a Pantalone (per rimanere nella commedia dell'arte), nel quale il pubblico vede riflessi i propri vizi e le proprie virtù.
Pantalone è un archetipo, una personalità che in sé riassume i vizi e le virtù dell'umanità intera, e nella quale chiunque si identifica o trova un modello da seguire. Pantalone è ricco, galante, discusso, ammirato, deplorato. Ha qualità che lo rendono invidiabile e difetti che lo umanizzano suscitando simpatia, addirittura sentimenti di solidarietà. In pratica, piace perché ci somiglia e stuzzica la voglia di somigliargli. Ama esibirsi, ostentare la borsa, sottolineare la propria superiorità. È un impasto di forza e di debolezza. È uno di noi che ce l'ha fatta, e osservandolo ci illudiamo di potercela fare come lui.


Silvio Pantalone è l'esatto contrario di Mario Monti. Monti ricorda il dottor Balanzone, dispensatore di scienza, un po' trombone, non proprio un azzeccagarbugli, ma quasi. Non si degna di conversare: parla ex cathedra. Dalla sua bocca escono sentenze inappellabili. Ipse dixit: ho salvato l'Italia. Non è un'opinione, ma un dogma. Quelle del docente non sono chiacchiere, ma orazioni. L'effetto che producono è rassicurante, talmente rassicurante da conciliare il sonno. Monti è un potente anestetico, efficace anche quale analgesico, in piccole dosi; se hai il mal di denti, basta udire la sua voce monocorde per cinque minuti: passa.


Quelli come lui un tempo si esprimevano in latino, ora optano per l'inglese: perché dire revisione della spesa se si può complicare tutto dicendo spending review? Il Novello Balanzone spacca il capello: afferma di non essere sceso in politica, ma salito. È una contraddizione. Per raggiungere Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini non bisogna volare in solaio, ma precipitare in cantina, sede dei partitini. Non lo dico io, bensì i sondaggi. Il premier dimissionario ce la mette tutta, ma non basta. Nel ruolo di professore prestato alla politica è riuscito per un anno a ipnotizzare gli italiani, convincendoli che, rabbonendo mamma Europa, ogni problema si sarebbe risolto, comprese le bizze di quel monellaccio dello spread.


Tolto il loden d'ordinanza e indossati i panni del comiziante, l'asino è cascato.


Il bocconiano si aspettava un'accoglienza festosa dagli elettori: eccitato dai troppi inchini dei media, aveva la certezza di mietere voti a destra e a sinistra. Ma la realtà dell'arena è dura. Un conto sono le conferenze stampa, un altro le battaglie elettorali che impongono di menare le mani e di sporcarsele; un conto è fare il docente, un altro è fare il tribuno. Questo non è pane per i denti di Balanzone. Lui si impegna, ma non mastica la materia. Pur di strappare qualche suffragio ha rinnegato se stesso: dopo aver aumentato tutte le tasse e averne inventate di nuove, ultimamente predica che occorre diminuirle, che è necessario congelare l'Iva e sbarazzarsi del redditometro.


Monti che si improvvisa anti Monti è ridicolo, non credibile. Il suo humour del piffero è pastina glutinata. I suoi monologhi sono terapie antiipertensive e provocano svenimenti anche ai cameramen. Le sue lezioni di europeismo sono pesanti quanto un piatto di würstel e crauti, roba digeribile soltanto per Angela Merkel. Noantri gente volgare preferiamo il risotto di Berlusconi, anche se riscaldato.


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