Tasse e Burocrazia assassinano la Produzione Italiana. Gli Statalisti siano messi in condizione di non nuocere

Giuseppe Sandro Mela. 20/1/2013

 

Caravaggio. Il Baro.


 

  Da sempre denunciamo come l'attuale Grande Depressione sia stata innescata dal vorticoso calo dell'attività produttiva in Italia, e come i problemi finanziari siano secondari alla frana produttiva, così come quelli del debito sovrano.


  Le argomentazioni "euro sì"/"euro no" son solo fumo negli occhi, come dire che la colpa di tutto fosse degli omini blu della luna.

  L'economia non si riattiva usando la demagogia, e si stanno avvicinando a grandi passi momenti che saranno severamente drammatici.


 

Chi si fosse illuso di poter uscire da questa Grande Depressione senza veder falcidiato il potere di acquisto di pensioni, stipendi e rendite ne resterà severamente scottato. Solo ed esclusivamente la filiera produttiva genera reddito: distrutta quella, siamo tutti alla fame, quella vera.


  Chi ancora di illudesse che una depressione di questa portata non esiti in un colossale aumento della disoccupazione, avrà ampio modo di ricredersi. Senza una produzione efficiente é semplicemente impossibile ottenere una piena occupazione: le imprese fallite o delocalizzate non assumono per definizione, perché semplicemente non ci sono più.


  Il fatto.


  Zhang Gang, delegato generale del Ccpit (China Council for the Promotion of International Trade) di Milano ha rilasciato recentemente delle severe dichiarazioni sull'Italia, indicando nella burocrazia e nella pressione fiscale i due elementi che ostacolano l'impresa produttiva in Italia e fanno passar la voglia a chiunque di trasferire nel bel Paese una qualche attività.

  La burocrazia si mostra «collaborativa solo a parole ma non nei fatti. Nella penisola per gli imprenditori cinesi e' difficile persino organizzare gli impegni quotidiani».


  In Italia «le imprese cinesi sono una trentina, in Germania sono un migliaio. L'Italia è, dati alla mano, terra ostile per gli imprenditori».


  «Gli imprenditori della Terra di mezzo si trovano meglio anche in Svizzera dove negli ultimi anni hanno aperto la sede 80 aziende».


  «In particolare i tempi lunghissimi della giustizia, per cui una causa dura in media 7 anni e mezzo».


  «Il numero delle imprese cinesi in Italia raddoppierebbe, passando dalla trentina attuale ad almeno sessanta, se non ci fosse la barriera della burocrazia».


  Ci si pensi bene. Il fatto che le imprese si trovino meglio in Svizzera od in Germania piuttosto che in Italia indica in modo incontrovertibile che il problema non consiste in un costo del lavoro inteso come mero salario: tutto, tranne che questo!


  Considerazioni.


  L'evolversi delle cose ci conduce a ragionamenti grevi di conseguenze.

  1. L'interventismo dello stato in economia non si estingue nello stato imprenditore. Un'impresa sana e generatrice di utili che fosse di proprietà dello stato e da esso diretta non darebbe fastidio a nessuno, anche se potenzialmente costituisce una mina vagante.


  2. Ben più subdola e peggiore é l'iper-regolamentazione della produzione economica. Un coacervo di oltre 430,000 tra leggi, decreti, circolari attuative opprime la vita della filiera produttiva. Folle sterminate di burocrati e funzionari si dannano per attuare tutte queste disposizioni, sorvegliando con zelo degno del Kgb di passata memoria la loro pedissequa osservanza.


  3. Lo strapotere della burocrazia ha assunto livelli inimmaginabili. Pensate solo ai recenti fatti di Napoli. Sono bastati quattro cancellieri della Procura della Repubblica per bloccare innumerevoli iter giudiziari. E se questo è il potere di un cancelliere, poco più di un archivista, vi immaginate quali siano i poteri dei Magistrati, specie quando si coalizzano in consorterie finalizzate? E si vorrebbe venire a dire che nessuno se ne sia accorto in tutti questi anni? E quale fiducia si potrebbe accordare ad una magistratura così diffusamente partigiana?


4.  Così, la libertà della persona umana, e quindi anche quella economica, risulta essere vanificata e conculcata, fino al punto di farla scomparire, causa prima dell'emigrazione industriale e culturale.

  É semplicemente morta la libertà personale e quella aziendale.


  5. Questo é il punto focale da razionalizzare.


  Adesso la posta in gioco é la nostra libertà, quella per la quale i nostri avi presero le armi in pugno e versarono il loro sangue.

  Allora ci poniamo un domanda.


  Non sarebbe il caso di mettere tutti gli statalisti in condizione di non nuocere più a lungo a sé stessi ed agli altri?


  Riprendere, in poche parole, l'iter intrapreso venti anni or sono dal grande Deng Xiaoping?


  É sotto gli occhi di tutti come la Cina, liberata da quel severo statalismo che la attanagliava, in venti anni sia passata da paese misero a paese prospero e con un futuro. Si pensi anche allo sviluppo che Putin ha saputo imprimere alla Russia.


  É vero che, lasciata a sé stessa, questa Grande Depressione annienterà alla radice statalisti e le loro malefiche teorie, ma é anche vero che tutti noi ne rimarremo coinvolti. Il paese ne uscirà immiserito. Qui è un problema di legittima difesa.

  Ricordiamoci: «la morte di uno ne salverà molti».

Sole24Ore. 2013-01-18. Crisi: Zhang, investire in Italia? Impossibile. Troppe tasse e burocrazia. Meglio la Germania.

  Investire in Italia? Impossibile. L'imprenditoria cinese boccia nei fatti l'appello dell'ex premier Mario Monti a venire nella penisola. Il bilancio è impietoso: mentre nel nostro Paese le imprese cinesi sono una trentina, in Germania sono un migliaio. L'Italia è, dati alla mano, terra ostile per gli imprenditori cinesi. A denunciarlo è Zhang Gang, delegato generale del Ccpit (China Council for the Promotion of International Trade) di Milano. «Burocrazia - dice all'Adnkronos - troppe tasse e disattenzione istituzionale» sono alcuni dei deterrenti all'attività imprenditoriale cinese in Italia.

  La denuncia arriva proprio mentre in Italia e nel sud Europa in realtà, come documentato dall'ultimo bollettino di Bankitalia, è ripreso un afflusso di capitali stranieri.

  Un'Italia, quella tratteggiata Zhang, che sembra dunque indifferente alle opportunità di commercio con la seconda economia mondiale. Si mostra «collaborativa solo a parole - spiega il delegato - ma non nei fatti. Nella penisola per gli imprenditori cinesi e' difficile persino organizzare gli impegni quotidiani».

  Dal mandare i figli a scuola al guidare l'automobile, dall'ottenere il visto al trovare intese coi sindacati, tanti sono gli impedimenti all'avvio di aziende da parte di businessman della Repubblica popolare evidenziati dal delegato generale. Gli industriali cinesi preferiscono altre economie europee: a partire dalla Germania dove gli investimenti cinesi sono i benvenuti e agevolati. Ma non solo. Gli imprenditori della Terra di mezzo si trovano meglio anche in Svizzera dove negli ultimi anni hanno aperto la sede 80 aziende.

  Più numerosi gli insediamenti in Francia, dove stanno sviluppando il loro business 160 imprese. Intimorisce i cinesi anche il fronte della giustizia italiana: «In particolare - spiega Zhang - i tempi lunghissimi della giustizia, per cui una causa dura in media 7 anni e mezzo». E ancora: l'assenza di mobilità dei lavoratori costituisce un ulteriore intralcio.

  Secondo il delegato generale, che si dice stupito per l'incapacità italiana di cogliere appieno le opportunità di scambio commerciale colla Cina, «Il numero delle imprese cinesi in Italia raddoppierebbe, passando dalla trentina attuale ad almeno sessanta, se non ci fosse la barriera della burocrazia».

  Zhang ricorda che compito del Ccpit in Italia è quello di favorire la cooperazione commerciale sino-italiana, tema verso il quale le istituzioni italiane gli sembrano poco ricettive: «Sono arrivato in Italia - spiega - ad aprile di quest'anno. Sono stato in sei regioni italiane: in ognuna di esse ho atteso con ansia l'inizio di una collaborazione con amministrazione locale e Camera di Commercio per aiutare l'export italiano verso la Cina, ma sebbene le istituzioni si siano sempre dette ben disposte, in effetti non hanno mai fatto nulla. Prima mi dicevano ‘Ok!, bene!', con entusiasmo, poi non si attivavano, lasciando morire l'iniziativa».


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