DALL'ARCHIVIO - La nostra salvezza? Sarà Khomeini

ANNO 1998 Massimo Fini

 

Come mai la gente del Nord vota Lega? Come mai molti si infatuano del mito ridicolo della Padania? Come mai hanno seguito i riti similpagani di Bossi? Come mai c'è la eventualità che l'Italia si spezzi davvero in due?


 

Certo ci Sono nella protesta nordista delle ragioni molto concrete e attuali. Ne abbiamo parlato mille volte e non è il caso di tornarci sopra. Ma nella protesta si condensano anche altri motivi, per lo più inconsci ma molto profondi, che nulla hanno a che fare con la mediocrità della nostra classe dirigente e l'inefficienza dello Stato.


Non si sente il bisogno di fuggire da un Paese solo perché Prodi è inguardabile, i servizi sono inaffidabili, le strade intasate. In realtà la gente del Nord crede di voler venir via dall'Italia, risolvendo così i propri problemi, ma è ben altro ciò da cui tenta di fuggire quando proietta sugli infantili miti bossiani un malessere esistenziale che viene molto più da lontano e che con l'Italia in quanto tale non c'entra.


 Qualche giorno fa a Zapping, la bella trasmissione radiofonica condotta da Aldo Forbice, un ascoltatore mi pare di Verona diceva: «Non capisco: Sono sposato, ho due figli, un buon lavoro eppure non sono felice».


 Questo è il punto: non siamo felici. Senza che la gente se ne renda bene conto le pesa addosso il totale fallimento del modello di società uscito dalla Rivoluzione industriale e poi in vario modo razionalizzato dall'Illuminismo, dal liberalismo, dal comunismo.


 Non si tratta del fallimento economico. C'è anche questo, ma noi in Occidente non lo avvertiamo se non marginalmente, perché al momento il disastro provocato dall'industrialismo si scarica sui milioni di individui che vivono nel Terzo Mondo (Marx aveva perfettamente ragione quando sosteneva che nonostante il progresso tecnologico c'è un impoverimento in assoluto della popolazione mondiale). Che non sia una questione economica lo dice il fatto che il malessere è sentito proprio in regioni,


Come quelle dell'Italia del nord (ma il discorso è ovviamente estendibile a tutto il mondo meglio industrializzato), dove il modello, da questo punto di vista, funziona e la gente è benestante. È benestante ma non sta bene. Perche? C'è innanzitutto un fatale errore. di base fatto dal pensiero illuminista: l' aver proclamato il diritto degli uomini alla felicità. Ciò ci ha reso tutti, ipso facto, infelici. La prudente sapienza della tradizione cristiana medioevale e, ancor prima, quella greca era invece perfettamente consapevole che la vita è Soprattutto dolore e tragedia e questo insegnava.


Così quando uno riusciva a ritagliarsi, per qualche momento, un po' di serenità lo considerava tutto grasso che cola ed era contento. Il diritto alla felicità invece ci esaspera perché è intollerabile non avere ciò che crediamo ci spetti.  Ma questa è solo la partenza.


 La Rivoluzione industriale ha completamente cambiato la nostra percezione del tempo. La società preindustriale era sostanzialmente astorica, viveva nel presente, in un tempo ciclico, e non rettilineo, quello della natura e delle stagioni che eternamente ritorna su se stesso, e sempre uguale. La Rivoluzione industriale ha scoperto un tempo inesistente: il futuro. Tutto questo ha a che fare con la modernità, l'industria, la tecnica, il capitale, il I profitto, il denaro, è una proiezione, una scommessa sul futuro.


Ciò ha trasformato radicalmente i ritmi e il contenuto della nostra esistenza. Il contadino e l'artigiano preindustriale, che vive nel presente senza la preoccupazione della «mercanzia» e della partita doppia, lavora per quanto gli basta. Il resto è vita. E quando verso il XIV secolo comparve la figura del mercante, del borghese, che non lavora per lo stretto fabbisogno, ma per l'accumulo e il guadagno, lo presero per un pazzo perché non riuscivano assolutamente capire che senso avesse ammucchiar denaro (entità già di per se incomprensibile) per portarselo nella tomba.


Oggi i tutti, volenti o nolenti, viviamo il tempo rettilineo e angoscioso del mercante. E non raggiungiamo mai la soddisfazione perché il suo livello si sposta continuamente in avanti, nel futuro, così come il levriere (la più stupida delle bestie) al cinodromo non raggiunge mai, per intrinseca necessità del meccanismo, la lepre di pezza. Lo stesso Von Mises, uno dei più assatanati e trinariciuti fautori del capitalismo, scrive: «Qualsiasi cosa possa un uomo aver guadagnato, ciò rappresenta per lo più una mera frazione di quel che la sua ambizione lo spingeva a conquistare.


Davanti ai suoi occhi c' è sempre gente che ha avuto successo dove egli ha fallito» (Ludwing Von Mises, La mentalità anticapitalistica, pagina 30). Ciò crea un dinamismo perfettamente funzionale alla macchina industriale, ma mortale per l'uomo. Con le nostre stesse mani abbiamo costruito il meccanismo della perfetta infelicità.


A questo punto del discorso salta sempre su uno (tipo Vimercati) che paonazzo in volto grida: «comunque indietro non si torna!» Bella roba. Proprio questa è la tragedia. Io comunque non dispero. Anzi confido. Nell'Aids, nella Bomba, nell'ayatollah Khomeini (che Allah l'abbia in gloria) e nell'integralismo islamico.


 Insomma in qualunque cosa che si metta in mezzo e spezzi questa immensa tela che si tesse ormai da sola e il cui unico prigioniero è rimasto proprio colui che si mise stolidamente a filarla: l'uomo.


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