DALL'ARCHIVIO - Questa società uccide anche la morte

1997 - Massimo Fini

 

La civiltà industriale è l'unica che non abbia elaborato una propria cultura nei confronti della morte, per assimilarla, per metabolizzarla e, alla fine, per accettarla posto che, sia pur con qualche dilazione dovuta ai marchingegni tecnologici, si continua pur sempre a morire, oggi come ieri.


A differenza dell'uomo dell'epoca preindustriale, che accettava la morte come un fatto inevitabile, inserito nel ciclo vitale seme-pianta-seme, che è il ciclo della natura, consapevole che il mondo dei vivi è intimamente correlato a quello dei morti, nell'eterno passar di testimone fra generazione e generazione, noi abbiamo seguito un'altra via.


Abbiamo rimosso la morte. L'abbiamo interdetta.Proibita. Scomunicata. Dichiarata pornografica.


 La morte è il Grande Vizio dell'era moderna, quello che davvero «non osa dire il suo nome». Tanto che non azzardiamo nominarla nemmeno nei luoghi, nelle sedi, nelle occasioni in cui non ci si potrebbe esimere dal farlo. Basta leggere i necrologi dei quotidiani: da «la scom parsa», «la perdita», «la dipartita», «si è spento», «ci ha lasciato», «è mancato all'affetto dei suoi cari», «i parenti piangono», la parola morte, ad indicare ciò che veramente è avvenuto, non c'è mai.


La scomunica che la società tecnologico-industriale ha lanciato alla morte emerge da tutta una serie di elementi: l'assenza sui quotidiani e sui rotocalchi dell'argomento «morte» sostituito, caso mai, da quello della «malattia» (da cui, va da sé, si guarisce e comunque, prima o poi, grazie alla medicina tecnologica, si guarirà); il nascondere al morente e al malato inguaribile la gravità del suo stato («Le nuove usanze» ha scritto Philippe Ariès nella sua Storia della morte in Occidente «esigono che si muoia nell'ignoranza della morte»); la clandestinità dei funerali (a Milano Due non li fanno neppure, non sono compatibili col verde e il tennis); la pressoché totale scomparsa del lutto ed il grande imbarazzo di fronte a coloro che ancora lo portano, come per una esibizione indecente; fino al costume americano dei funeral homes dove, imbalsamato, il viso ritoccato da un sapiente maquillage, le mani perfettamente curate, i capelli vaporosi, infiocchettato, il morto-quasi-vivo riceve a suon di musica i parenti e gli amici. A questo verboten dato alla morte appartengono anche gli odierni cimiteri. Nell'Europa dell'ancien régime i cimiteri stavano al centro del villaggio o della città, ed erano luoghi di raccoglimento ma anche di mercato, di chiacchiera, di gioco e, insomma, di vita.


È proprio all'epoca dei Lumi che ha inizio la cacciata dei cimiteri dal centro delle grandi città e la costruzione di necropoli periferiche e possibilmente fuori dalla vista. A me i nostri cimiteri fanno orrore. Quello di Musocco, a Milano, sembra proprio una «città di Dite», con quelle mura altissime che paion fatte per impedire ai morti di scavalcarle e di venire a turbare i nostri sonni. Non c'è nessuna serenità nei nostri cimiteri (parlo sempre delle città, nei paesini c'è ancora una dimensione umana, nella vita, e quindi, anche nella.morte).


Quando viaggio all'estero io vado sempre a vedere i cimiteri, non per necrofilia ma perché sono un segno importante della cultura e della mentalità di un popolo.


 Mi piace il cimitero di Tunisi, alto sulla collina, come Spoon River, senza mura e recinzioni. Mi piacciono i cimiteri protestanti di certe cittadine del Nord Europa, dove le tombe sono raccolte intorno alla chiesa; mi par giusto perché per chi ha l'enorme fortuna, o forza, di credere, è nella chiesa che vengono simbolizzati gli eventi essenziali della vita: la nascita, il matrimonio, la morte. Mi piacciono moltissimo i cimiteri di certi paesi della Corsica, perché i corsi amano la libertà e seppelliscono i loro morti dove gli pare e piace, sotto casa, nel giardino, in un prato, nel bosco.


 Poiché però, alla lunga le tombe tendono a raggrupparsi più o meno negli stessi posti ti può capitare, in Corsica, di percorrere in macchina una strada che ha ai suoi lati, da una parte e dall'altra, cippi e tumuli funerari.


È una cosa che normalizza la morte, la rende domestica. Ma il cimitero che mi piace di più sta in Italia, però non è italiano. È il Cemetery War, il piccolo cimitero del soldati del Commonwealth morti durante la seconda guerra mondiale, che sta dalle parti di San Siro, a Milano, in uno dei pochi polmoni verdi (ci sono gli ippodromi del trotto e del galoppo e le piste di allenamento) della mia città. Su un classico prato all'inglese, splendidamente tenuto, sono allineate decine di tombe bianche, semplicissime, sormontate da un cippo ancor più semplice, tutte uguali.


Mi piace questa uguaglianza almeno nella morte (così lontana dal kitsch dei nostri Monumentali) che è poi nello stile di tutti i cimiteri anglosassoni di guerra che ho visto, come quello americano, molto più grande, ma ugualmente rasserenante, ad Anzio. Io vado al piccolo Cemetery War di San Siro e lì mi raccolgo, in un ambiente ideale perché non c'è mai nessuno (i parenti oltre che lontani probabilmente sono morti).


Guardo le iscrizioni sulle tombe, sono di soldati inglesi, canadesi, sudafricani, australiani, neozelandesi, quasi tutti ragazzi di poco più di 20 anni. La cosa mi commuove ma non provo pena per loro. Anzi li invidio. Perché ho ben in mente ciò che, attraverso la voce di Menandro, canta la sapienza antica e che nei moderni risulta invece quasi incomprensibile e blasfemo:


«Caro agli Dei è chi muore giovane».


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