Giannino spiega il suo programma

18/01/2013 -Redazione di Fermare il Declino (italia oggi)

 

Per questa intervista mi sono immedesimato in un elettore comune, io stesso, con alcune esigenze:

a) non disperdere il voto;

b) considerare alcune élite del paese possibili minacce;

c) ritenere che se non si demolisce l'apparato burocratico centrale (Stato) e periferico (Regioni, Province, Comuni, Aziende Pubbliche), nessuna azione riformista possa aver successo.


La parola quindi a Oscar Giannino, leader del movimento «Fare per fermare il declino».


Domanda.

Oscar, brutalmente, perché un bipolarista dovrebbe votare per Fare, piuttosto che per il Pd o il Pdl? Se gli italiani, come pare, sceglieranno il Pd, questi governerà secondo la sua Agenda (mi auguro senza l'aiuto peloso di Monti). A meno che tu non abbia un disegno: considerare queste elezioni un investimento per essere, al prossimo giro, il leader del Centro Destra. Solo a queste condizioni un grande giornalista può lasciare una nobile professione e buttarsi in politica (si dice un paradiso lastricato di «sangue e merda»). A cosa aspiri?


Risposta. Riccardo, men che meno a te, posso raccontare balle. Ero e resto maggioritario pure io, dai tempi della mano data a Mario Segni. E se c'è una cosa che mi fa girare le scatole è quella di apparire votato alla nascita dell'ennesimo partitino. Rispondo così.


Primo, «Fare» non è rimasto solo per propria scelta. Il nostro secco programma, in dieci punti e con schede di approfondimento presenti sul sito, si è rivelato per altri più respingente di un chiodo a tre punte. Com'è ovvio, stante la politica di finanza pubblica praticata in continuità dalla Destra e dalla Sinistra, col micidiale binomio «alza la spesa, alza le tasse», loro ne sono stati alla larga. La cosa singolare è l'analogo atteggiamento dei montezemoliani rispetto all'indeterminatezza dell'agenda Monti.


 Secondo, che i montiani puntino tutto sull'interdizione del premio di maggioranza al Senato al Pd, con cui finiranno per governare, li rende ai miei occhi una sorta di operazione Mastella al cubo.


Terzo, le soglie elettorali. A venti settimane dalla nostra nascita e con candidati estranei ai partiti e alle loro finanze a carico dei contribuenti, il rischio di non superare il 4% esiste eccome. Però, se rifinisce come in tutte le elezioni della seconda repubblica, chiunque vincerà, tra destra e sinistra, non abbatterà il debito pubblico, non taglierà la spesa, e alzerà ancora le tasse.


Ergo, per chi ha idee chiare e diverse ci sarà una sola cosa da fare. Tenere duro, andare avanti, per radicare un'idea molto diversa dalle asinerie economiche e finanziarie. Mi dici della Destra? Sì, lavorare al pensionamento di Berlusconi, resuscitato per l'ennesima volta.


D. Curiosamente, noto che in queste elezioni le élite si sono divise in quattro sub-élite: «culturale» (Pd), «euro-aristocratica» (Monti), «legalitaria» (Ingroia), «professionale» (Pdl). Nessuno che abbia colto la nascita di una classe sociale «trasversale» (operai, immigrati, pensionati, partite iva, piccoli-medi imprenditori), i creatori della ricchezza del paese e che ora, causa le sciagurate politiche degli eurocrati, si ritrovano «saldati nella povertà».


 

Questa è l'Italia vera, quella che privilegia il «lavoro», come mezzo di crescita sociale, e la «casa», come welfare famigliare. A Radio 24 questa infelice classe sociale tu l'hai studiata e capita, potrebbe essere quella a fornirti le munizioni per il successo del tuo movimento?

R. È così. Ma è gente piegata in due nella sua quotidianità, la più colpita dai cali record di reddito disponibile, consumi, domanda interna, discontinuità d'impresa e lavoro, e anche caduta del valore medio del patrimonio immobiliare.


 L'Istat rileva la percentuale di famiglie che dichiara di dover intaccare i risparmi per sostenere redditi disponibili che scendono. A novembre, erano il 32,8%. Alla caduta di Berlusconi erano il 22%, il 16% alla caduta di Prodi nel 2008, il 12% nel 2006. Un paese che dal 2007 ha perduto quasi 30 punti di produzione industriale, presenta un bilancio da guerra persa. Ed è alle vittime di questa guerra che per mesi mi sono rivolto per radio, nella campagna «Disperati mai».


 Senza vedere una sola volta un esponente del governo andare al funerale di un piccolo imprenditore suicida, o di un pensionato buttatosi dal balcone. Mettiamola così, Riccardo: quella gente ha meno tempo di tutti per guardare i giornali e seguire la campagna elettorale. Lotta per non soccombere. Li giustifico, se non mi conoscono ancora.


D. Conosci perfettamente il mio pensiero di ex manager su come declinare il concetto «ristrutturazione e riposizionamento strategico» nelle grandi organizzazioni. Prima della ricetta, dando per acquisito che la tua sia valida, sai che occorre demolire l'attuale modello organizzativo dello Stato e degli Enti Pubblici (eliminare livelli, norme, procedure, ruoli, responsabilità) sostituendo tutti i burocrati di primo e secondo livello, altrimenti le nuove leggi e le varie «spending review» sono buffetti per gonzi.


Così è stato per il governo Monti, che i grandi burocrati li ha fatti addirittura ministri. La tua idea geniale: patrimoniale sì, però a carico di un solo soggetto, lo Stato, funziona solo se hai fatto il lavoro preparatorio di cui sopra. Come pensi di farlo?

R. Nessuno ha reale possibilità di realizzare dismissioni e tagli di spesa e tasse, se non regola prima i conti con le resistenze fortissime degli alti gradi della pubblica amministrazione.


 I sì e i no ai provvedimenti li pronunciano loro, ne scrivono il testo, e se c'è un contributo di solidarietà a loro carico lo «scrivono» in modo che la Corte Costituzionale lo cassi, com'è puntualmente avvenuto.


 Ergo bisogna mettere in conto di servirsi delle Bassanini, per poi modificarle prima che si traducano in reintegri le inevitabili impugnative dei rimossi ai loro colleghi della giustizia amministrativa. Ma la lista è lunga di fior di italiani che hanno lavorato per anni in grandi istituzioni finanziarie, che si sono occupati di risanamenti di altri paesi, all'Ocse, Fmi, Bei e Banca Mondiale. Sono tutti con noi.


Non sono eurocrati, ma individui che, dell'Italia attuale, è da anni abbastanza schifata. E che sarebbero pronti a gettarsi a capofitto nella scommessa di fare anche qui quel che in passato hanno fatto in Paesi con crisi simili. Per questo dico: bisognerà continuare. Eccome.


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