Risorgimento da riscrivere

12/02/10 Di Angela Pellicciari per Libero

Si avvicinano le celebrazioni dei 150 anni dall'unità d'Italia la cui gestione è stata affidata ad un comitato presieduto da Carlo Azeglio Ciampi. Tutto, a cominciare dal presidente scelto, fa presagire che questo anniversario si tradurrà in manifestazioni intrise di retorica risorgimentale a scapito della verità storica, oltre che nel consueto sperpero i denaro pubblico (pare che 800 milioni di euro siano già stati stanziati). La Professoressa Angela Pellicciari, ha pubblicato una serie di documentatissimi saggi storici ( "Risorgimento da riscrivere" -1998 , ""Risorgimento anticattolico" - 2000, " L'altro Risorgimento" - 2004, "Risorgimento ed Europa" - 2008 ) nei quali ha coraggiosamente  evidenziato le radici anticattoliche del Risorgimento italiano.  In questo modo ha contribuito a  ripristinando quelle verità storiche che la monarchia sabauda prima, il fascismo e la repubblica post-bellica poi,  avevano nascosto per interesse politico. Riportiamo questo recente articolo della professoressa Pellicciari sul tema.


"Sul Risorgimento c'è ancora molto da scoprire"

di Angela Pellicciari - pubblicato su Libero del 12 Febbraio 2010 e riportato sul sito www..angelapellicciari.it   


Un discorso alto quello del Presidente della Repubblica all’Accademia dei Lincei. Un discorso nobile che parla dell’unificazione italiana nella prospettiva di quella europea.
“Tutte le tensioni, le spinte divisive” vanno riconosciute e “vanno affrontate con il necessario coraggio”. Verissimo. Anche perché quello dell’unità è davvero un bene che va salvaguardato nell’interesse di tutti. 
A mio modo di vedere però, il punto non è solo quello della brutalità della conquista sabauda del Meridione né dell’arretratezza economico-sociale del Sud. A mio modo di vedere il “coraggio” di cui c’è bisogno è quello con cui affrontare il tema della nostra identità nazionale. Perché di questo si tratta.
Tutti gli italiani, di qualsiasi regione e di qualsiasi ceto fossero, si sono uniformemente riconosciuti per più di un millennio nella fede e nella cultura cattoliche: fede e cultura che l’élite liberale dell’Ottocento ha combattuto con tutte le forze.
Il Risorgimento ha voluto imporre agli italiani un “risorgimento” dal cattolicesimo. E questo, a mio modo di vedere, è stato un enorme errore sia storico che culturale. La soppressione di tutti gli ordini religiosi della chiesa di stato (così il primo articolo dello Statuto Albertino definiva la religione cattolica), l’eliminazione di tutte le opere pie, il lasciare senza vescovo più di 100 diocesi, l’imporre ai preti (pena il carcere e fortissime multe) l’ammissione ai sacramenti degli anticattolici liberali (che Pio IX aveva scomunicato), ha privato la chiesa e gli italiani tutti di ogni elementare forma di libertà.


No! Questo no!

11/11/11 Di Ida Magli per www.italianiliberi.it

No, Signor Napolitano, non sopporteremo una simile nauseante “furbata”. Creare all’improvviso un senatore a vita per far credere che si tratti di un politico e fingere così che l’Italia non si sia consegnata nelle mani dei banchieri, è un sotterfugio intollerabile. Quale disprezzo per i poveri Italiani! Quale disprezzo per la Repubblica e per la politica! Abbiamo, dunque, così la misura della spaventosa miseria civile e morale dei nostri “rappresentanti”. La Bibbia afferma che “Dio vomita gli ipocriti”. Sono certa che non ha mai vomitato tanto. 

Senatore a vita il signor Mario Monti? Un cittadino benemerito della Repubblica e di specchiati costumi? Forse non tutti i cittadini lo sanno o se lo ricordano (e su questa ignoranza ha contato, oltre che sul complice silenzio dei politici e dei giornalisti, Giorgio Napolitano nel nominarlo) che Mario Monti è stato costretto, nella sua qualità di Commissario europeo sotto la presidenza Santer, a dare le dimissioni “per l’accertata responsabilità collegiale dei Commissari nei casi di frode, cattiva gestione e nepotismo” messi in luce dal Collegio di periti nominato appositamente dal Parlamento Europeo. 

La Relazione fatta da questi Saggi al Parlamento, nonostante la prudenza del linguaggio ufficiale, fa paura. Si parla infatti dell’assoluta mancanza di controllo nella “rete di favoritismi nell’amministrazione”, di “ausiliari esterni” e di “agenti temporanei”, di “minibilanci espressamente vietati dalle procedure amministrative”, di “numerosissimi esterni fuori bilancio, ben noti all’interno della Commissione con il soprannome di sottomarini”, che operano con “contratti fittizi”, dietro “raccomandazioni e favoritismi”; di abusi che hanno comportato, con il sistema dei “sottomarini” l’erogazione non controllata di oltre 7.000 miliardi nell’ambito dell’Ufficio Europeo per gli Aiuti umanitari d’Emergenza (miliardi usciti dalle nostre tasche, naturalmente, e che dovevano andare, ma non ci sono arrivati se non in minima parte, ai bambini della Bosnia, del Ruanda morenti di fame). Evidentemente Mario Monti è inamovibile, o meglio può perdere un posto soltanto per guadagnarne uno migliore. Nel 1999, al momento di una caduta così ignominiosa, ha provveduto la successiva Commissione, con presidente Romano Prodi, a riconsegnargli il posto di Commissario. Cose che succedono soltanto nell’onestissimo ambito delle nostre istituzioni politiche. I semplici cittadini vanno sotto processo per gli ammanchi, o come minimo perdono l’incarico.

Perché mai, dunque, dunque, dovremmo affidare a questo signore i nostri ultimi beni? In omaggio, forse, al truffaldino sotterfugio inaugurato dalla Presidenza della Repubblica? I politici che lo voteranno come capo del governo sappiano che, visto che non possediamo nessun altro potere, annoteremo ogni loro “Sì” per cancellare per sempre il loro nome da qualsiasi futura elezione.


Fonte: www.italianiliberi.it/ 


In ginocchio da Pratesi. Cattolici a lezione

10/11/11 Di Vittorio Messori per Il timone


Quando si dice la sudditanza culturale. Ci eravamo appena scandalizzati per l’intervista di Avvenire al meteo-farfallino catastrofista Francesco Laurenzi, una riflessione sulle tragiche alluvioni delle ultime settimane, che ecco Avvenire ripetersi. Giustamente non bisogna eludere le domande che la realtà ci pone, in questo caso sul rapporto tra uomo e ambiente che lo circonda, ma a chi chiedere aiuto per una risposta? Leggendo Avvenire dell’8 novembre si direbbe che i cattolici non abbiano nulla da dire al proposito, ma debbano affidarsi a dei “tecnici” come – è questo il caso – Fulco Pratesi, presidente onorario del Wwf, che a una ammirata Viviana Daloiso spiega la vera “emergenza culturale”: l’aver “dimenticato la Natura”.
Ora, stando ai tanti discorsi degli ultimi due Papi su questo tema, si dovrebbe dire piuttosto che abbiamo dimenticato Dio, e per questo c’è spesso un uso distorto anche di ciò che ci circonda (è stato Benedetto XVI a definire l’ateismo come la più grande minaccia all’ambiente). Ma sorvoliamo su questo, e guardiamo invece il “maestro” che Avvenire ha scelto per impartire la lezione ai cattolici. Per capire qualcosa della sua idea di natura (ci scuserete se noi scriviamo minuscolo) non scriveremo nulla di nostro pugno, ma ci affidiamo allo stesso Avvenire che, quando non era “nuovo”, trasmetteva evidentemente un’idea diversa dei rapporti uomo-natura. Ecco dunque, a proposito di Pratesi, quanto scriveva Vittorio Messori su Avvenire del 12 agosto 1990, nella rubrica “Vivaio”, che oggi prosegue sul mensile “Il Timone”. Questo articolo di Messori si trova anche nella raccolta “La sfida della fede” (pp.425-428), edita da SugarCo (2008). (r.cas.)


ECOLOGIA DOMESTICA

Agosto fa venir voglia di verde. Può dunque capitare che in questo periodo si faccia posto anche a letture “verdi”. Così è successo a me, con un volumetto di Fulco Pratesi, presidente del Wwf italiano, stampato nel 1989 con il titoloEcologia domestica e sponsorizzato dalla Coop, la potente Lega delle Cooperative, un gigantesco business dove i comunisti sono maggioritari. A conferma del coinvolgimento della “Cosa” le illustrazioni sono di Sergio Staino, il disegnatore di scanzonata quanto salda fede marxista. Malgrado queste alleanze, non si creda però che il Fondo Mondiale per la Natura (le cui iniziali in inglese sono appunto Wwf) sia qualcosa “di sinistra”. Come tutti sanno, questa – che è la più potente e ricca organizzazione ambientalista del mondo – è stata fondata da Filippo, duca di Edimburgo, marito della regina d’Inghilterra e dal principe Bernardo d’Olanda. Nella sua direzione internazionale siedono alcuni tra i maggiori petrolieri, industriali, finanzieri del pianeta. Singolare personaggio è soprattutto il “principe consorte” Filippo, per anni in lotta con Edoardo, duca di Kent, per occupare il posto più prestigioso e influente della massoneria di ogni continente: quello di Gran Maestro della Gran Loggia Madre di Inghilterra. Vinto, alla fine, dal duca di Kent, Filippo, pur restando altissimo e attivo dignitario massonico, a quell’impegno “coperto” ha deciso di affiancare quello più “scoperto” del Wwf. 

Come tutti i “verdi” coerenti, il duca di Edimburgo ce l’ha innanzitutto con l’uomo e ne vorrebbe, se non la scomparsa, la drastica diminuzione. E’ nota la sua dichiarazione dell’otto agosto ’88 alla Dpa, l’agenzia di notizie tedesca: «Se rinascessi, mi piacerebbe essere un virus letale, per contribuire a risolvere il problema dell’eccesso di popolazione». E più volte ha ripetuto che il vero problema ecologico è il fatto che, nel Terzo Mondo, ci siano più nascite che morti. 

Quei molti cattolici che in buona fede si aggregano a certi carri “verdi” – magari tirando in ballo il povero e incolpevole san Francesco – non sanno che ci sia dietro a certe organizzazioni che pur sembrano tanto benemerite. 

Quel libro di Fulco Pratesi di cui dicevamo all’inizio apre davvero squarci impressionanti non solo su ciò che sta dietro le quinte, ma sull’essenza dell’ideologia ecologista. Intendiamoci: questa Ecologia domestica scritta dal presidente nostrano del Wwf ha un tono sbarazzino se non un po’ frivolo, sino dal sottotitolo che suona “Bon ton verde e altre divagazioni”. E molti consigli sono sul look dell’ambientalista elegante, con indicazioni su come vestire, ad esempio, andando a sciare, per non confondersi con la massa dei parvenus. Ogni tanto, però, in questo tono da terrazza-bene romana, si aprono squarci che la dicono lunga, come a pagina 100, dove si legge: «Le ricorrenti notizie di famiglie sterminate dai funghi costituiscono un buon deterrente e un discreto disincentivo alla loro raccolta selvaggia». Meglio, dunque, una famiglia in meno che un porcino o un ovulo in meno. 

Sorprendente davvero il capitolo dedicato al sesso, definito «la migliore maniera di utilizzare il tempo libero: non inquina, non disperde energia, fa bene alla salute, rende sereni, poco aggressivi, tolleranti e buoni». Un quadro idilliaco che ben poco ha a che fare con la complessa realtà umana della quale ciascuno ha fatto e fa esperienza e che non dipende soltanto (come crede questo 
“verde”) dai tabù e dai divieti di quel cattolicesimo sul quale, qui come altrove, si fanno puntate astiose. Ma poiché il “verdismo” è una fede globale (lo stesso Pratesi si definisce «un verde credente e praticante, nonché leggermente fanatico») non manca nemmeno un capitolo sulla morte. 

Leggendolo noi non ci siamo stupiti,
 ben sapendo dove menano certe premesse ideologiche. Ma, forse, qualche credente, convertito al nuovo Verbo, potrà aprire un poco gli occhi leggendo ciò che viene definito «qualche consiglio utile per favorire un sereno trapasso e una corretta destinazione delle proprie spoglie». 

Per Pratesi il cadavere (anzi, «la carcassa umana») non è che concime di cui si da la lista degli elementi, dal 66 per cento di ossigeno sino alla 0,04 di ferro, iodio e manganese. Si scaglia contro le casse da morto (occorre legno per costruirle), contro i cimiteri (terra iperfertilizzata in cui vegetano solo crisantemi e cipressi»), contro le lapidi (originano antiestetiche cave di pietra). 

Una soluzione, secondo lui, potrebbe essere questa: «Una bella buca sotto una quercia in campagna, due palate di terra ed ecco che possiamo tornare al ciclo della natura». Ma questo in mancanza di meglio. L’ideale, secondo il Wwf, sarebbe la fondazione di una “Associazione per l’inumazione ecologica”. Il Presidente dà per questo alcune direttive che così, letteralmente, suonano: «Si potrebbero adoperare i carnai, gli appositi terreni recintati e sorvegliati, impiegati dalle associazioni naturalistiche come il Wwf e la Lipu per alimentare i rapaci (soprattutto gli avvoltoi in Sardegna e i capovaccai sulle colline a nord di Roma). In quei carnai i nostri resti mortali potrebbero servire da cibo agli ultimi grifoni. Il tempo medio di distruzione della salma è di poche ore. Restano le ossa, è vero. Ma a questo inconveniente si potrebbe ovviare se al festino partecipasse anche l’avvoltoio barbuto, che lancia le ossa sulle rocce per divorarne il midollo. In pochissimi giorni, delle nostre spoglie non resterebbero che escrementi mineralizzati». 

A questo proposito Pratesi cita con compiacimento una notizia del gennaio 1988: un ecologo inglese che, per nutrire i suoi amati avvoltoi sudafricani, si è portato sotto i loro nidi e si è sparato un colpo alla testa. L’italiano consiglia anche agli altri ecologi, «in vista del passo estremo, di portarsi in un luogo ricco di carnivori e lì attendere la morte in un luogo di difficile accesso». 
Ma c’è di più. Ecco ancora testuale: «Una alternativa (come ha suggerito l’ecologa Laura Conti) potrebbe essere il creare scatolette di cibo per cani e gatti in cui la carne umana sostituisca quella di altri animali». Anche qui, esempio edificante, esso pure anglosassone: Lord Averbury, che siede alla Camera Alta di Londra per i liberali, ha stabilito che il suo cadavere sia distribuito come cibo tra gli ospiti del canile municipale di Battersea. Perché, ha detto, «ogni cosa biodegradabile deve essere riciclata e sepoltura e anche cremazione sono un terribile spreco». Polemizzando con il direttore del 
canile che pur ammettendo che «c’è molto valore nutritivo nella carcassa umana», non se la sente di accettare l’offerta. 

Sempre per Pratesi, le ceneri di chi si facesse cremare dovrebbero «essere usate per concimare i propri vasi e le aiuole». E, alla barbarie cristiana che tributa rispetto per il cadavere, si contrappone la civile usanza «ancora in atto presso i Parsi, una setta zoroastriana, che depositano i loro cadaveri in cima ad un’alta torre e li fanno consumare dagli uccelli da preda». 

Ecco, dunque, a spese della Coop Supermercati e a firma della più potente associazione naturalistica d’Italia – ma anche del mondo - il bon ton funerario verde. Accompagnato, per giunta, da considerazioni malevoli sul cattolicesimo in base ad una citazione sbagliata della lettera ai Galati. Evidentemente poco abituato a maneggiare la Bibbia, Pratesi cita Galati 5,19 scambiando per “carne” ciò che nel linguaggio semitico significa invece “egoismo umano”. Che ciascuno si scelga i suoi maestri.
Fonte: Il timone 10/11/2011

C'è destra e destra

12/01/10 Camillo Langone Da 'Manifesto della destra divina - Difendi, conserva, prega!'

C'è destra e destra. C'è la destra grattacielara di roberto Formigoni e Letizia Moratti, la destra in Chanel di Stefania Prestigiacomo, la destra opportunista e nichilista di Gianfranco Fini, la destra che entra negli antichi borghi in suv neri e lunghi come carri funebri, sul sedile di dietro ecco il labrador come nelle pubblicità e il bambino con gli occhi azzurri, pure quello come nelle pubblicità, magari comprato nei laboratori della fecondazione eterologa o strappato dall'utero di una nuova schiava con due figli piccoli e il marito scappato con un'altra, la destra ingioiellata che invoca leggi severe contro gli scippatori e rapinatori ma a sentir parlare di pena di morte si ritrae come una lumaca nel guscio perchè l'Europa non vuole, la destra spaventata dai mussulmani  in preghiera in piazza Duomo a Milano che però il giorno dopo anziché andare a messa è andata al centro commerciale e al multisala, la destra che si commuove quando c'è l'inno nazionale e poi ordina champagne, la destra che non ha una lingua sua e che per dire stranieri dice "extracomunitari" e per dire omosessuali dice "gay", tale quale la sinistra, la destra che invece di fare figli va in vacanza, che invece di leggere guarda la televisione, che invece di comportarsi virilmente va dall'avvocato, la destra delle villette a schiera, la destra che colleziona orologi, la destra che dice "weekend" e poi addirittura li fa, la destra che ci tiene alla tradizione e che la tradizione sarebbe l'albero di Natale in giardino e il panettone in tavola, la destra dei ristoranti di pesce di mare sul lago, la destra del tonno scottato e dello Chardonnay, la destra che per dire limetta dice "lime" la destra che per dire ateo dice "laico" la destra che dice "ok", la destra che chiama Croazia la Dalmazia, la destra che manda il figlio unico a studiare all'estero, la destra che divorzia e si mette con le slave, e le sudamericane, la destra che dice "centrodestra", la destra che va alle mostre pensando che siano arte,   la destra che a vent'anni punta alla laurea e a cinquanta alla pensione, la destra degli occhiali da sole firmati ... Io con questa destra dall'egoismo infantile e senile, talpesco, cieco con questa destra di ciucci presuntuosi , come si dice a Trani, con questa destra di furbi fessi non voglio avere nulla a che fare. 

L'inganno dell'evasione fiscale

26/09/11 Di Luca Ricolfi per La Stampa

LUCA RICOLFI
Da un po’ di mesi a questa parte il tema dell’evasione fiscale è tornato alla ribalta. Ma è un ritorno strano. A differenza di un tempo, neanche poi tanto remoto, in cui la lotta all’evasione fiscale era una bandiera della sinistra, mentre la destra mostrava una certa indulgenza, oggi il tema dei miliardi (circa 130) sottratti ogni anno al fisco è diventato uno strumento di agitazione politica universale. Lo usa come sempre l’opposizione di sinistra, ma lo usa anche la Chiesa per impartirci lezioni di moralità, lo usano gli indignati di ogni colore politico, lo usa la destra di governo alla disperata ricerca di soldi per tappare le falle dei conti pubblici.

Accade così che, poco per volta, alle preoccupazioni per i sacrifici che la manovra ci impone, si mescoli e si sovrapponga un malessere sordo, una specie di risentimento, che alimenta un clima vagamente maccartista, di moderna caccia alle streghe. Gli evasori sono visti sempre più come la causa di tutti i nostri mali, la loro individuazione diventa una missione morale, e ci capita persino vedere un governo di destra - che ha sempre strizzato l’occhio all’evasione - accarezzare l’idea di fare gettito mediante la delazione.

Meno male, verrebbe da dire. Era ora, finalmente ci decidiamo a combattere questa piaga. Quando avremo vinto questa battaglia, l’Italia sarà finalmente un Paese civile e prospero.

E invece, su questa visione dei nostri problemi, vorrei insinuare qualche dubbio. Se quello che vogliamo è solo sentirci migliori del nostro vicino, la caccia alle streghe va benissimo. Ma se per caso il nostro sogno fosse anche di rimettere in carreggiata l’Italia, quella medesima caccia andrebbe reimpostata radicalmente. Perché l’evasione è un fenomeno che va innanzitutto spiegato e compreso, prima di combatterlo a testa bassa. Altrimenti la testa rischiamo di rompercela noi, anziché romperla (metaforicamente) agli evasori.

In Italia l’evasione fiscale ha due facce. La prima è quella che fa imbestialire i lavoratori dipendenti in regola: c’è chi potrebbe benissimo pagare le tasse, e non lo fa semplicemente perché vuole guadagnare di più. Questo tipo di evasione, da mancanza di spirito civico, si combatte con due strumenti: più controlli e aliquote ragionevoli. Se la si combatte solo con più controlli, il risultato è prevalentemente un aumento dei prezzi, come sa chiunque abbia a che fare con idraulici e ristoratori. Detto per inciso, è il ragionamento che - implicitamente fanno milioni di cittadini di fronte alla domanda: preferisci pagare 100 senza fattura o 140 con fattura?

C’è poi un secondo tipo di evasione fiscale, di sopravvivenza o di autodifesa. È l’evasione di quanti, se facessero interamente il loro dovere fiscale, andrebbero in perdita o dovrebbero lavorare a condizioni così poco remunerative da rendere preferibile chiudere l’attività. In questo caso quel che serve è innanzitutto una drastica riduzione delle aliquote che gravano sui produttori, altrimenti il risultato della lotta all’evasione è semplicemente la distruzione sistematica di posti di lavoro, un’eventualità che peraltro si sta già verificando: le regioni in cui Equitalia ha ottenuto i maggiori successi, sono le stesse in cui ci sono stati più fallimenti (vedi il dramma recente della Sardegna).

Immagino l’obiezione a questo ragionamento: «It’s the market, stupid!». Detto altrimenti: è un bene che nei periodi di crisi ci siano fallimenti, perché questo significa che il mercato riesce a far uscire le imprese meno efficienti, e a sostituirle con altre più dinamiche e competitive. Ma questa obiezione, che si basa sul concetto schumpeteriano di «distruzione creativa», vale solo se i regimi fiscali sono comparabili e ragionevoli. Oggi in Italia ci sono aziende in crisi che starebbero tranquillamente sul mercato se il nostro Ttr (Totale Tax Rate) fosse quello dei Paesi scandinavi, e simmetricamente ci sono floride aziende scandinave che uscirebbero dal mercato se le aliquote fossero quelle dell’Italia. Il mercato è un buon giudice dell’efficienza solo se le condizioni in cui le imprese operano sono comparabili. E in Italia le condizioni in cui le imprese sono costrette ad operare sono così sfavorevoli per tasse, adempimenti e infrastrutture, che la domanda vera non è «perché le imprese italiane arrancano?», bensì «perché ne sopravvivono ancora così tante?».

Ecco perché l’idea di risolvere i nostri problemi intensificando la lotta all’evasione fiscale andrebbe maneggiata con cura. Quello di far pagare gli evasori non è solo il sogno degli onesti, ma è l’ultima zattera con cui un ceto politico che non sa più che pesci pigliare cerca di salvare sé stesso e sfuggire alle proprie responsabilità. Incapaci di varare le riforme promesse, inadatti a prendere qualsiasi vera decisione, irresoluti a tutto, i nostri politici, di governo e di opposizione, hanno trovato nell’evasore fiscale il capro espiatorio con il quale distrarre l’opinione pubblica.

Ma è un grande inganno. Se la lotta all’evasione viene condotta unicamente per aumentare le entrate è inevitabile che essa produca effetti recessivi: disoccupazione (specie al Sud), aumenti di prezzo, contrazione dei consumi. Non solo, ma nulla assicura che l’obiettivo di far cassa venga raggiunto: quando la pressione fiscale sui produttori è già altissima (e quella italiana lo è: nessun Paese avanzato ha un Ttr più elevato), non è detto che il gettito che si recupera grazie a nuovi balzelli e più controlli superi il gettito che si perde a causa dei fallimenti e dei passaggi all’economia sommersa. Tanto più in un periodo come questo, in cui è già in corso una drammatica riduzione della base produttiva.

Se però ogni euro recuperato dall’evasione fosse destinato - per legge - a rendere meno difficile la vita a lavoratori e imprese, allora otterremmo almeno due risultati, uno economico e uno morale. Il risultato economico è che, poco per volta, i produttori di ricchezza che le tasse le pagano potrebbero finalmente rialzare la testa, consentendo all’Italia di tornare a crescere. Il secondo è che, con aliquote via via più ragionevoli, l’evasione fiscale non solo diverrebbe meno conveniente, ma perderebbe ogni giustificazione morale. Il «mostro» dell’evasione fiscale non ha un solo genitore, ma ne ha due. Ed è solo quando la mancanza di cultura civica (la madre) si sposa ad un fisco oppressivo (il padre) che il ragazzaccio diventa un mostro.

Ma il rás fa il suo mestiere

26/08/11 di Massimo Fini per Il Fatto

Non c'è da indignarsi se i soldati di Gheddafi hanno sequestrato quattro giornalisti italiani. A furia di chiamarla con altri nomi ci siamo dimenticati che cos'è la guerra. Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia hanno attaccato la Libia di cui Gheddafi era fino a pochi mesi fa il riconosciuto e legittimo leader. È ovvio che qualsiasi francese, inglese, americano o italiano, anche se civile, che si trovi oggi sul suolo libico sia considerato un nemico e trattato come tale. Che i quattro fossero giornalisti ha un'importanza relativa.Nella seconda guerra mondiale, l'ultima in cui vigeva ancora uno "ius belli", non sarebbe stato nemmeno pensabile che un giornalista inglese operasse al di là delle linee tedesche o viceversa.


Certamente in una guerra civile le cose sono più complesse. Perché non c'è un fronte o se c'è è labile, una zona che è sotto il controllo di una fazione può passare nel giro di due ore nelle mani di un'altra. È questa la trappola in cui sono caduti i coraggiosi inviati italiani. I giornalisti sono stati poi liberati da due giovani e generosi lealisti (gli uomini hanno occhi per vedere e cuore per sentire, i missili no). Ma se fossero stati tenuti prigionieri sarebbe stato legittimo.


Di tutte le aggressioni perpetrate dalle Democrazie dopo il crollo del contraltare sovietico quella alla Libia è la più sconcertante. Per anni Gheddafi aveva trafficato col terrorismo, ma da quando la Libia aveva pagato un enorme risarcimento per le 700 vittime dell'attentato di Lockerbie, il Colonnello era tornato a pieno titolo nell'arengo della rispettabilità internazionale.


Paesi europei facevano lucrosi affari con la Libia (non olet) e il leader libico era ricevuto con tutti gli onori dai Premier anche se nessuno è arrivato alle vergognose manifestazioni di soccombismo di Berlusconi. Poi qualcuno, improvvisamente, ha deciso che Gheddafi doveva essere eliminato. "Agent provocateur" francesi e britannici furono inviati in Cirenaica per fomentar la rivolta.


Quando è scoppiata Gheddafi ha cercato di reprimerla. Si disse allora che sparava sui civili. Ma una rivolta, un'insurrezione, è fatta, per definizione, da civili, altrimenti porta un altro nome, si chiama golpe militare. Si varò una risoluzione Onu che, si disse, doveva imporre una "no fly zone" per impedire a Gheddafi di sfruttare la propria superiorità aerea.


Anche se violava il principio di diritto internazionale della non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano, peraltro già buttato a mare con la Serbia, la cosa ci poteva anche stare per rendere meno sperequati i rapporti di forza fra le fazioni. Ma subito si capì che le Democrazie non volevano affatto difendere i civili libici, ma semplicemente abbattere il regime di Gheddafi bombardando con gli aerei Nato anche le sue forze terrestri, i suoi comandi e la popolazione che gli era rimasta fedele. A causa dell'intervento Nato non sapremo mai quale era la reale consistenza della rivolta.
Sappiamo però che il dittatore non era così isolato come oggi si vuol far credere. Come scrive Sergio Romano sul Corriere (24/8) il suo nazionalismo, l'antiamericanismo, il no al radicalismo religioso avevano l'approvazione di una parte consistente del popolo libico.


Inoltre le grandi risorse del sottosuolo gli avevano consentito di creare nuovi ceti sociali benestanti. Se fosse altrimenti non si capirebbe la strenua resistenza che i gheddafiani, pur in totale inferiorità militare, stanno opponendo alla Nato.


Il ministro Frattini ha dichiarato che "se Gheddafi continuerà a incitare alla guerra civile sarà tenuto come unico responsabile del bagno di sangue" (peraltro già avvenuto: 20mila morti). Si vuole negare a Gheddafi anche il diritto di difendersi


Amano Dio e fottono il prossimo

30/01/10 Di Pietrangelo Buttafuoco per 'il Foglio'


Non è che uno la fede se l’aggiusta a modo proprio ma per come s’è ridotta Santa Romana Chiesa altro non resta che regolarsela al modo antico, ovvero: prendetevi solo la Messa dai preti, per il resto, tenetevi alla larga. O meglio: spezzate loro la schiena.

E’ una versione maccheronica di una frase che in lingua originale rende al meglio ma non si sta officiando un tradimento nella traduzione – non più grave almeno di quello che la dottrina cattolica ha consumato sulla carne del popolo nel momento in cui il sacerdote ha mostrato il culo a Dio girando l’altare per andare incontro alla voga dei tempi nuovi – qui si sta celebrando un sano sentimento di vendetta.

Che meraviglia, allora, se la fede uno se la combina in solitudine, faccia a faccia col legno della Croce, con le preghiere a suo tempo insegnate dalla nonna, coi fiorellini e gli uccellini e senza più la “cena” loro, quella dei signori preti di vaticanisecondi, secondi in tutto verrebbe da dire, arrivati ultimi al traguardo dello Spirito. La loro Messa, appunto, è una cena buona per gli eretici: fatta col simbolismo di un ammaestramento etico – state buoni, se potete - e non con la carne sanguinolenta del Sacrificio. La loro Messa è solo una stanca schitarrata, con tutti quei citrulli che nell’alleluja fanno mostra di svitare le lampadine.


Vantaggi della globalizzazione

Giugno 2009

 

~ U.S. Citizen ~ John Smith started the day early having set his alarm clock (MADE IN TAIWAN) for 6 a.m.


While his coffeepot (MADE IN CHINA) was perking 


he shaved with his electric razor (MADE IN THAILAND)


He put on a dress shirt (MADE IN SRI LANKA),


designer jeans (MADE IN THE PHILIPPINES)


and tennis shoes (MADE IN VIETNAM).


After cooking his breakfast in his new electric skillet (MADE IN INDIA),


then he sat down with his calculator (MADE IN MEXICO) to see how much he could spend today


After setting his watch (MADE IN SWITZERLAND)


to the radio (MADE IN JAPAN),


he got in his car (MADE IN GERMANY)


filled it with GAS (from Saudi Arabia) and continued his search for a good paying AMERICAN JOB.


At the end of yet another discouraging and fruitless day checking his computer (MADE IN MALAYSIA),


John decided to relax for a while. He put on his sandals (MADE IN BRAZIL)


poured himself a glass of wine (MADE IN FRANCE)


and turned on his TV (MADE IN KOREA),


and then wondered why he can't find a good paying job in AMERICA.


AND NOW HE'S HOPING HE CAN GET HELP FROM A PRESIDENT - MADE IN KENYA.


In difesa della lingua italiana -

Luglio 09 di Renato Besana

 

In un Paese, come il nostro, pieno d'inventiva, se non basta l'inglese vero, si fa ricorso a quello finto. Per esempio: spot, Oltremanica, vuol dire faretto, da noi pubblicità televisiva; e body, per i sudditi di Sua Maestà Britannica, significa corpo, spesso morto e, se del caso, del reato; ma non corpetto, ovvero capo d'abbigliamento intimo femminile: underwear, per capirci. Si vuol apparire cosmopoliti, aggiornati, molto trendy e volonterosamente up to date; si finisce per imbastardire la lingua, con effetti non di rado cheap. Per cui, se un ristorante si chiama, poniamo, Sunshine, si può star certi che è meno caro del più casereccio Da Giordano il carrettiere. Accanto all'inglese abusivo, quello truffaldino, l'inglesorum che, al pari del latinorum esibito da Don Abbondio, ha l'unico fine di confondere le anime semplici. Le obbligazioni di Cirio e Parmalat che le banche hanno rifilato ai risparmiatori, si sono trasformate in bond appena è stato chiaro che si trattava di carta straccia. A Milano, la tassa d'ingresso per le automobili, anzi il ticket, è una pollution charge, da pagare con un ecopass, che fa pensare a un complesso esame radiologico. In una rubrica d'annunci immobiliari, figurava l'offerta di mono, bi e tri loft, così da nobilitare i troppo caserecci locali: signora mia, è il brand che fa trend. Se non bastasse, c'è l'italiano finto, che mal traduce termini anglosassoni, come i competitori, che sarebbero i concorrenti, orecchiando però i competitors. Quando il commentatore d'un autorevole quotidiano economico, intervenendo sui prezzi del petrolio, scrive crudo anziché greggio, non vuol farsi capire: intende soltanto comunicare ai suoi lettori di avere dimestichezza col Financial Times e il Wall Street Journal, dove appunto si discetta di crude; una questione di rango, o meglio di status, come si legge sulle pagine più aggiornate.

Anche le ragioni seppur minime del costume pendono dunque a favore del disegno di legge per l'istituzione del Consiglio superiore della lingua italiana: fu proposto nel 2001 ma, nei cinque anni della legislatura, non riuscì ad approdare in aula; di certo - maiora premunt - ci saranno state questioni più urgenti. Se ne riparla ora, nella speranza che quattro anni siano sufficienti a smuoverlo, in versione aggiornata e corretta, dalle sabbie mobili dei meandri parlamentari.

Secondo una statistica della Berlitz School, l'italiano è una delle otto lingue più studiate al mondo, dopo inglese, francese, tedesco e spagnolo, ma prima di giapponese, olandese e portoghese. Nel commercio è settima, dopo l'arabo e il portoghese. Nel 1980, un'inchiesta condotta dalla stampa francese le assegnava il terzo posto quale possibile lingua europea. Coloro che la parlano sono ben 57 milioni, con un bacino di utenza valutato attorno ai 120 milioni di persone. "La lingua", osservava la relazione al vecchio disegno di legge, "è un bene sociale, che va difeso dall'infiltrazione di quelle espressioni incongrue, che non provengono soltanto dall'adozione di parole straniere, ma anche da neologismi incomprensibili e accentuazioni vernacolari". Ma anche la lingua di Dante, ringiovanita da Manzoni e aggiornata da D'Annunzio e Gadda, si umilia in esausti luoghi comuni e nelle frasi fatte più abusate. Appena una vicenda di cronaca presenta un risvolto sentimentale, ecco che "si tinge di rosa", oppure "di giallo", se mostra aspetti poco chiari. Nel servizio d'un tigì che presentava una festa del cinema, s'è addirittura sentito che "Roma si tinge di Hollywood". Da brivido.

Il risultato d'una tale barbarie può essere anche quella sindrome da smarrimento che, stando a recenti studi, colpisce i destinatari di tante disposizioni giuridiche e amministrative, proprio a causa della loro formulazione nebulosa e contorta, il famigerato burocratese dalle mille nequizie, cui s'aggiungono allegramente sinergie, criticità, tematiche e problematiche. Il trucco consta nel sostituire l'universale astratto al particolare concreto: così, se l'acqua d'un litorale è inquinata, non è mai vietato fare il bagno, ma c'è un più aulico "divieto di balneazione" (per mandare gli scocciatori a quel paese, il dipendente d'un ministero, con molta autoironia, li pregava di "recepire quanto in oggetto nel foro competente"). Prima di salire sul treno, il biglietto non si timbra, ma si oblitera, e vai a sapere perché.

Ecco allora, come già accade in Francia e Spagna, il Consiglio superiore della lingua italiana, al quale spetterebbero compiti d'indirizzo e di controllo. Per esempio: rispondere all'esigenza di un modello linguistico in cui tutti possano riconoscersi; indicare espressioni semplici e comprensibili da usare nelle amministrazioni pubbliche; favorire l'impiego del buon italiano nelle scuole, nei mezzi di comunicazione, nel commercio e nella pubblicità; promuovere l'arricchimento della lingua per mettere a disposizione di tutti i termini più adatti a esprimere le nozioni del mondo attuale (come hanno fatto francesi e spagnoli con ordinateur e ordinador, invece dell'anglosassone computer, che in America latina diventa computador).

Da ultimo, il nuovo organismo, istituito presso la presidenza del Consiglio, dovrebbe diffondere l'insegnamento dell'italiano nel mondo e delle lingue straniere in Italia, ma in chiave di diversità culturale e non d'ibridazione, come succede invece nei Paesi coloniali, e sembra che noi aspiriamo a diventarlo, sempre che nell'ultimo mezzo secolo già non lo siamo stati. Nei due disegni di legge, il vecchio e il nuovo, non manca un articolo dedicato ai dialetti che "costituiscono un patrimonio storico del nostro Paese, nell'ambito di tradizioni regionali genuinamente italiane". Questo, tuttavia, non significa ufficializzarne l'uso, trasformando le parlate locali, spesso nobilissime, in piccole lingue nazionali, com'è avvenuto in Spagna, dov'è ammesso l'uso di alcuni idiomi locali. Il più importante di essi, il catalano, è però riconosciuto fin dal XV secolo e ha goduto piena autonomia anche durante il regime franchista. I costi economici indotti dal bilinguismo hanno tuttavia conseguenze paradossali: oggi, per risparmiare, gli atti pubblici sono redatti unicamente in catalano, mentre i prodotti della Catalogna recano, per farsi capire, istruzioni in solo castigliano e la dizione "fabricado in España". Le scuole pubbliche, dove s'insegna il catalano, sono disertate dai ceti più abbienti, che mandano i loro figli in quelle private, dove s'insegna invece il castigliano. L'italiano, poi, non è stato imposto da una monarchia con la forza delle armi. A differenza di quanto è accaduto anche in Francia e Inghilterra, da noi è nata prima la lingua e poi la nazione, sempre che sia nata. Parlare l'inglese nei commerci, e in famiglia il bergamasco o il bustocco, farebbe di noi qualcosa di non molto diverso da un qualunque piccolo Stato africano: nel futuro di Cassano Magnago e di Chiavenna non dev'esserci il Malawi.

Ogni deviazione lessicale è sintomo d'un malessere, nella società come nella politica. Per esempio, tornando ai loft: erano spazi industriali dismessi, di solito magazzini, convertiti in abitazioni. Adesso che sono di moda, però, li si costruisce di bel nuovo, quasi che nella nostra società la rottamazione preceda la fabbricazione, arrivando al paradosso di produrre rifiuti al solo fine di riciclarli. 

Renato Besana



Il testamento biologico di Berlusconi

10/05/09 Di Marcello Veneziani per 'Libero'

Seguendo il filone intimissimo di Berlusconi privato esposto in pubblico, siamo riusciti ad entrare in possesso di una copia autentica del testamento biologico del presidente Silvio Berlusconi firmato in segreto alla presenza del notaio Bruno Vespa. Lo pubblichiamo integralmente, scusandoci per la violazione della privacy, ma prima che arrivi Santoro a distorcerlo e a mandare Rotondi a fare l'autopsia preventiva per dimostrare che si tratta di una truffa, preferiamo renderlo noto noi senza commenti:

Io Berlusconi Silvio ho deciso di donare i miei organi all'umanità nel giorno remoto della mia dipartita per donare vita al prossimo e continuare a vivere, seppure in forma rateale. Ed ho così disposto alla presenza del notaio Bruno Vespa e dei testimoni Apicella Mariano e Brambilla Marinella, la seguente suddivisione del mio corpo:

Lascio i miei occhi a Santa Madre Chiesa perché chiuda un occhio sui miei peccati, in isconto di quel che offrii in video agli occhi dei telepeccatori. Lascio così alla Chiesa l'otto per mille del mio corpo in cambio del vaucher per il paradiso.

Lascio il mio cuore a Mediaset, non solo per ragioni affettive ma anche perchè lo possa mostrare nella teca di vetro della tv a milioni di spettatori devoti nella festa del Sacro Cuore di Silvio.

Lascio il mio sangue a Fede Emilio perchè possa organizzare ad ogni mia ricorrenza il miracolo della sua liquefazione, con diretta su Retequattro.

Lascio il mio braccio destro a Confalonieri Fedele perchè lo fu già in vita. Lascio il mio braccio sinistro a Dell'Utri Marcello per bilanciamento.

Lascio i miei capelli a Letta Gianni perché li cotoni amorevolmente ogni giorno, come se fossero i suoi.

Lascio il mio fegato a Napolitano Giorgio perchè lo usi con la Casta e sia più Capo e meno Coda dei partiti.

Lascio il mio viso rifatto a Fini Gianfranco perchè faccia parure col suo cervello rifatto (Io feci il lifting per simulare Giovinezza, lui per abiurarla).

Lascio la mano sinistra a Schifani Renato perchè possa continuare, me scomparso, il baciamani.

Lascio invece la mia mano destra attaccata alle tette morbide delle veline, perchè è un vero peccato staccarsene.

Lascio la mia testa a Letizia Noemi e famiglia, per poterla usare nelle foto dei prossimi compleanni.

Lascio il mio gozzo a Bossi Umberto, in omaggio ai gozzuti padani delle valli.

Lascio le mie gambe al Milan perché i menischi di riserva servono sempre.

Lascio la mia lingua a Bondi Sandro, che ha consumato la sua a leccare i miei sacri piedi.

Lascio il mio naso a Bonaiuti Paolo che saprà soffiarlo all'occorrenza. 

Lascio il mio sorriso permanente a Tremonti Giulio perchè ne è carente.

Lascio i miei polmoni a Previti Cesare per raddoppiare la sua ora d'aria.

Lascio le mie scapole alle guardie del corpo che per una vita mi guardarono le spalle.

Lascio le mie orecchie grandi a Lario Veronica perchè ascolti prima di parlare. E le tirate d'orecchie le faccia in casa.

Lascio il mio osso sacro a Formigoni Roberto, per analogia.

Lascio i due emisferi del mio cervello rispettivamente a Calderoli Roberto e Ronchi Andrea perché so che li lasceranno intatti.

Lascio il mio scheletro a Moratti Letizia perchè lo esponga alla venerazione di Milano che finora si è dovuta accontentare degli scheletri di Leonardo da Vinci, un mio confusionario predecessore in campo tele-visivo che mi dipinse mentre cenavo per l'ultima volta con una dozzina di amici fidati (eccetto uno).

Lascio i miei testicoli...no, maligni, a nessuna ministro; li lascio invece a Franceschini Dario per compensare la sua carenza e per aumentare la base del suo partito.

Lascio i miei baffi a D'Alema Massimo perché non li ho mai avuti.

Lascio il mio ombelico a Casini Pierferdinando perchè come lui sta al centro, capeggia il ventre molle, ma non serve a nulla.

Lascio i miei piedi a Prodi e Veltroni che già in vita finirono sotto   i medesimi.

Lascio le mie scarpe magiche a Renato Brunetta perché possa sentirsi  rialzato all'altezza del genere umano.

Lascio la bile a Di Pietro Antonio che già provvide a farmela versare.

Lascio la milza alla sinistra perchè è rossa, situata a sinistra e non si sa bene a cosa serve.

Lascio la coratella ai gatti, ai telegatti e quel che avanza delle mie viscere ai comunisti perché sono sempre stato un anticomunista viscerale.

Lascio l'orifizio anale a Santoro Michele perchè continui le sue meticolose introspezioni, lasciando a Travaglio Marco l'analisi dei peli limitrofi.

Lascio il mio posteriore al mio postero successore, perché non avrà il mio talento ma abbia almeno il mio culo.

Lascio il mio pene...no non lo lascio, dottor Vespa, lo porto via con me; non si sa mai se in paradiso, come dice Allah, ci toccano davvero le settanta vergini...

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