Intervento di Nigel Farage, presidente del gruppo Europa della LIbertà e della Democrazia al Parlamento Europeo

Novembre 2011

"Eccoci qua, sull'orlo di un disastro finanziario e sociale e abbiamo oggi nella stanza le quattro persone che sarebbero dovuti essere responsabili. Abbiamo ascoltato i discorsi più ottusi e tecnocratici che abbia mai sentito. Siete tutti a negare! Secondo qualsiasi misuratore oggettivo, l'Euro è un fallimento. E chi è il responsabile? Chi è in carica di voi? La risposta è ovviamente: "Nessuno di voi, perché nessuno di voi è stato eletto. Nessuno di voi ha una legittimazione democratica per il ruolo che ricoprite in questa crisi." E in questo vuoto, seppur controvoglia, è entrata in scena Agela Merkel e viviamo ora in un'Europa dominata dalla Germania. Un'eventualità che il progetto europeo intendeva escludere. Una situazione per prevenire la quale chi ci ha preceduto ha pagato un caro prezzo in sangue. Io non voglio vivere in un un'Europa dominata dalla Germania e non lo vogliono i cittadini europei. Ma voi avete avuto un ruolo in tutto ciò. Perché quando il primo ministro Papandreou si è alzato e ha usato il termine "referendum" lei, signor Rehn lo ha descritto come una "violazione della fiducia", e i suoi amici qui si sono radunati come un branco di iene attorno a Papandreou, lo hanno fatto rimuovere e rimpiazzare con un governo-marionetta. Che spettacolo Assolutamente disgustoso è stato. E non soddisfatti, avete deciso che Berlusconi doveva andarsene. Così è stato rimosso e rimpiazzato da Monti, un ex commissario europeo, un architetto del disastro dell'Euro, un uomo che non era nemmeno membro del Parlamento.
Sta diventando come un romanzo di Agatha Christie, dove stiamo cercando di capire chi è il prossimo che sarà fatto cadere. La differenza è che noi sappiamo chi sono i cattivi. Voi tutti dovreste essere ritenuti responsabili di ciò che avete fatto. Dovreste essere tutti licenziati. E devo dire, signor Van Rompuy, 18 mesi fa quando ci siamo incontrati per la prima volta, mi ero sbagliato sul suo conto. La definii un "assassino silenzioso delle democrazie degli stati nazionali". Ora non più, lei è piuttosto chiassoso nel suo operare, non crede? Lei, un uomo non eletto, è andato in Italia e ha detto: "Questo non è il tempo per le elezioni, ma è il tempo delle azioni". Per Dio, chi le dà il diritto di dire queste cose al popolo italiano?"

Sorpresa, è stato Draghi a lasciare affondare Berlusconi

2/11/2011 Di Franco Bechis per http://fbechis.blogspot.com/

Sorpresa: ad affondare il governo di Silvio Berlusconi è stata anche la Bce di Mario Draghi. Proprio al culmine delle tensioni sui titoli di Stato italiani quando il Cavaliere era indeciso se dimettersi o meno la Banca centrale europea non è intervenuta a difesa dei Btp. Lo si intuisce dal consueto rapporto settimanale Bce sulla "situazione contabile dell'eurosistema" diffuso ogni martedì. Quello del 15 novembre segnala che nella settimana chiusa l'11 novembre l'acquisto di titoli di Stato di paesi europei in difficoltà è ammontato a 3,8 miliardi di euro.

E' una delle cifre settimanali più basse impegnate dalla Bce dall'inizio dell'agosto scorso, quando scoppiarono le tensioni sul debito pubblico italiano e spagnolo. La settimana precedente, che si era chiusa al 4 novembre, aveva fatto registrare riacquisti Bce per 9,5 miliardi di euro, cifra quasi tripla della settimana più drammatica per il governo uscente. Quei 3,8 miliardi per altro sono stati impegnati in gran parte con interventi Bce nelle giornate del 10 e dell'11 novembre, dopo che Mario Monti era già stato nominato senatore a vita e ormai candidato premier.

Eppure il grande attacco ai titoli di Stato italiani è avvenuto con Berlusconi ancora non dimissionario, nelle giornate del 7 e dell' 8 novembre, quando lo spread è salito ben oltre quota 500. Draghi o meno, il mancato intervento dell'eurosistema è la prova di come il resto di Europa avesse già deciso il destino di Berlusconi.


Fonte: http://fbechis.blogspot.com/ 


Il testamento spirituale del ministro cattolico pakistano Shahbaz Bhatti

08/03/11

Il ministro pakistano per le Minoranze Shahbaz Bhatti, assassinato il 2 marzo a Islamabad, era l'unico ministro cristiano designato dal presidente pakistano Zardai e si batteva per i diritti delle minoranze religiose e  per l'abolizione della  “legge sulla blasfemia” che  puniscono con l’ergastolo o la pena di morte chiunque profani il Corano o insulti Maometto. Crediamo che la testimonianza eroica della propria fede tradotta nell’ azione sociale e politica sia quanto di più “politicamente scorretto” in un mondo dominato dalla dittatura del relativismo. Per questo riportiamo il testamento spirituale di Bhatti registrato pochi mesi prima del suo assassinio

"Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.

Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.

Mi è stato richiesto di porre fine alla mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita.

Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.

Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.

Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna".


Preghiera del 12/11/2011

12/11/11 Di Camillo Langone per Il Foglio

Che venga lasciato lavorare, Mario Monti. Ha dichiarato che bisogna “cancellare ogni privilegio” e non capisco come non si possa essere d’accordo. Da questa affermazione deduco che per il presidente del Consiglio in pectore bisogna cancellare le regioni a statuto speciale. Le province. L’ente territoriale speciale Roma Capitale (oggi tutti i comuni sono uguali ma quello di Roma è più uguale degli altri). Il valore legale dei titoli di studio. L’ordine dei giornalisti. I notai. Le pensioni baby. L’irresponsabilità civile dei magistrati. Le varie carte argento con le quali, ad esempio, un ricco sessantenne paga il treno meno di un trentenne povero. La certezza del posto di lavoro pubblico, finanziata con le tasse dei licenziabili lavoratori privati. E naturalmente i senatori a vita, privilegiati perfino etimologici (“privilegium” è parola latina composta che significa “disposizione riguardante una singola persona”). Che venga lasciato lavorare, se non ho inteso male.

E ora andiamo al vuoto anticipato

10/11/11 Di Marcello Veneziani per il Giornale

Al vuoto, Al vuoto! Di corsa verso il vuoto. Non è un refuso, non invo­co le urne, evoco la vera prospettiva ver­so cui marciamo con l’allegria dei nau­fragi
Al vuoto, Al vuoto! Di corsa verso il vuoto. Non è un refuso, non invoco le urne, evoco la vera prospettiva verso cui marciamo con l’allegria dei naufragi. Una volta evacuato il governo, si apre il vuoto: vuoto di coalizioni alternative, vuoto di leader da ambo i versanti, vuoto di programmi perché divisi su tutto, ma anche vuoto d’elezioni perché se si va a votare ora e così, una volta vuotate le urne, a governarci resta solo il Vuoto o uno dei suoi paradossi. Per esempio, il vuoto disgiunto: camera a sinistra e senato a destra.

Facciamo due governi, cispadano e cisromano? Piuttosto che associarmi al toto-vuoto, provo a darvi una lettura filosofica, anzi teologica e metafisica, della crisi politica. Fenomenologia del governo cadente. Non voglio spaventarvi, ma il linguaggio dei classici spiega il vero bipolarismo di questo momento: da una parte c’è il partito denominato Cupio Dissolvi, che non ha caso è in sigla la Dc a rovescio, che non ha la soluzione ma desidera la dissoluzione. E dall’altro c’èil partito Horror Vacui, che è il partito filo- governativo per orrore del vuoto che si apre. Tertium non datur, dicevano i medesimi, non c’è una terza via.

O desiderio di dissolvere o terrore del vuoto. Nel frattempo viviamo l’ebbrezza, tragica o euforica secondo i punti di vista, del governo cadente che volteggia nell’aria come le foglie d'autunno. In tutto questo, come vedete, non parlo di B., non è il referendum su di lui che mi preoccupa o la classificazione dei fedeli e dei traditori. Protagonista Assoluto è il Vuoto. Vacanze italiane.


fonte:il Giornale 


In difesa della lingua italiana II - Dialetto sì - ma quale?

15/12/09 Di Renato Besana

 

Ottima  l'idea leghista di portare il dialetto nelle scuole, se si tratta di far leggere agli studenti autori finora ignorati da programmi e antologie, quali Porta, Tessa, Noventa e Belli (la cui prima edizione critica si deve a un vicentino trapiantato a Roma, Giorgio Vigolo). Val soprattutto la pena di far conoscere alle nuove generazioni il nostro Carlin: il più grande degli scrittori milanesi, benché scrivesse in francese, ovvero Standhal, lo giudicava - e a ragione - di molto superiore agli atri muscosi e ai siccome immobile di Manz.Ales, che l'italiano lo vergava, forse sciacquandolo e centrifugandolo un po' troppo, ma non amava parlarlo (come molti padri della Patria, del resto).

            La restituzione di pagine finora negate alla vasta platea dell'istruzione pubblica appare doverosa. Ma se ci spingiamo oltre cominciano i guai. Il ministro Zaia ha proposto fiction in dialetto, forse dimenticandosi che una - anche se allora non si usava questo perfido anglismo - già fu girata nel 1978: L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi era in bergamasco con tanto di sottotitoli per i non capenti: era grande cinema e la lingua non rappresentò una barriera; lo stesso per La terra trema di Visconti, che però venne in un secondo tempo doppiato. Anche il teatro dei Legnanesi è andato benissimo in tivù, come in anni lontani quello di Gilberto Govi, ma imporre idiomi locali, senza autentica necessità espressiva, è operazione quanto meno discutibile: immaginiamo, per un solo momento, uno sceneggiato in lucano stretto...


L'Italia non merita di essere salvata

07/11/11 Di Massimo Fini per www.massimofini.it

I 'grandi comunicatori', i professionisti delle promesse e dell'ottimismo a 24 carati possono funzionare in tempi normali perché di rilancio in rilancio, come al poker, il loro bluff non viene mai "visto". In situazioni drammatiche, dove contano i fatti e non le parole, la cosa non funziona più. Mussolini era un uomo di questa fatta (in parte, perché, in pace, fece anche delle ottime cose), ma quando entrò in guerra si scoprì che l’Italia, a differenza della Germania, vi era completamente impreparata e non bastarono gli slogan (“spezzeremo le reni alla Grecia”, “fermeremo gli americani sul bagnasciuga”) per evitarci la più umiliante delle sconfitte e una guerra civile. Berlusconi con le sue promesse e i suoi bluff è riuscito a ingannare gli italiani per diciassette anni pur non avendo fatto, a differenza di Mussolini, nulla di notevole. E per diciassette anni gli è andata bene. Adesso, in una situazione di crisi economica drammatica, ha cercato, con la sua ridicola ‘lettera di intenti’, di ripetere il giochetto con gli europei sperando di farla franca anche con loro. Ma i fatti, in questo caso i mercati, gli han dato la risposta brutale che si meritava e con lui l’Italia che gli ha creduto e anche quella che non gli ha creduto ma non è stata capace di fermarlo.

Berlusconi però non è che la ciliegiona marcia su una torta marcia. Nella crisi attuale, che è planetaria ed è dovuta alla cocciuta cecità delle leadership mondiali che si ostinano a inseguire il mito della crescita quando crescere non si può più, la particolare debolezza dell’Italia è data, com’è noto, dall’enorme debito pubblico. Questo debito è stato accumulato soprattutto negli Oottanta, gli anni della 'Milano da bere' (per la verità bevevano solo i socialisti), della triade dei santi e martiri Craxi-Andreotti-Forlani quando, per motivi clientelari, di conquista del consenso si elargivano a pioggia pensioni di vecchiaia fasulle, pensioni di invalidità false, pensioni baby, pensioni d’oro. Inoltre dalla metà degli anni settanta c’è stata la cassa integrazione a tempo indeterminato, che è la forma che l’assistenzialismo ha assunto al Nord. Quando il mercato tirava l’imprenditore si gonfiava di operai, quando si restringeva li metteva in cassa integrazione, accollandoli alla collettività. Si chiamava “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”. In quanto agli operai mi ricordo di aver fatto nel 1974 un servizio, per L’Europeo, sulla prima cassa integrazione, alla Fiat di Torino. Parlando con gli operai mi accorsi che, dietro i piagnistei di prammatica, tutto volevano tranne che tornare al lavoro. E chi glielo faceva fare? Prendevano il 90% del salario e il 10% che mancava era compensato dal non doversi pagare gli spostamenti. Oltretutto in Piemonte erano quasi tutti ‘barotti’, operai-contadini, cui non pareva vero di poter curare i loro campi senza la rogna di dover andare in fabbrica.

Nel frattempo i partiti taglieggiavano e rubavano a redini basse. Giuliano Cazzola ha calcolato che la prima Tangentopoli ci è costata 630 mila miliardi di vecchie lire, circa un quarto del debito pubblico. E il calcolo si basa solo sulle sentenze arrivate a giudizio definitivo che rappresentano, come per ogni reato, un decimo degli illeciti commessi.

Poteva essere una lezione salutare. E invece nel giro di pochi anni abbiamo visto i giudici diventare veri colpevoli e i ladri le vittime, giudici dei loro giudici. E tutto è continuato peggio di prima. Può un Paese del genere salvarsi? Può darsi. Ma, nonostante le eiaculazioni senili di Napolitano sul Milite Ignoto, non lo merita.

Massimo Fini


Fonte: www.massimofini.it 


Come ci governerà il FMI

07/11/11 Di Maurizio Blondet per www.rischiocalcolato.it

Una riduzione dal 10 al 30 per cento dei salari, e contemporaneamente dei prezzi. E’ la ‘soluzione’ escogitata nel 2010 dall’economista capo del Fondo Monetario Olivier Blanchard per i PIGS (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro – dell’Italia non si parlava ancora) in un suo studio.

E’ possibile che questa ricetta di risanamento (sic) sia applicata al nostro paese dagli amministratori transnazionali che ci hanno commissariato. Vale dunque la pena di seguire il filo del ragionamento di Blanchard.

L’economista si pone la questione: come risolvere la crisi dei paesi del Sud-Europa, una volta che non possono più svalutare?

La risposta classica è la deflazione dei salari: è infatti il lavoro a dover essere svalutato, bloccando le paghe o abbassandole fino ai livelli (cinesi) in cui questi passeggeri abusivi dell’eurozona torneranno competitivi. Anni di stretta di cinghia e miseria. L’economista del FMI propone una assunzione volontaria e coordinata di questo evento comunque inevitabile: gli stati dovrebbero imporre un taglio coordinato dei salari e dei prezzi, oltrechè dei trasferimenti sociali, del 10-30 per cento, seguito da un congelamento di tre mesi.

Ciò che si propone è – nè più nè meno – un intervento dello stato nell’economia, che l’ideologia liberista adottata dal FMI solitamente demonizza; quando intende proteggere e sviluppare le industrie di una nazione. Ma quando il dirigismo è a favore dei banchieri creditori, il dogma anti-statalista diventa flessibile. Per Blanchard, la sua proposta ha i seguenti vantaggi: è più accettabile politicamente, sia perchè lavoratori e pensionati accetteranno più facilmente i tagli salariali in quanto anche i prezzi interni saranno abbassati, solo i beni importati rincareranno. Il peso sarebbe ripartito equamente. Eviterebbe di far salire la disoccupazione a livelli astronomici. Sarebbe più efficace, in quanto i guadagni di competitività sarebbero immediati.

Che dire? Sarebbe un grande esperimento sociale. Non diverso da quello che - su suggerimento di Jeffery Sachs della Scuola di Chicago – tentò il governo russo, ossia il “passaggio choc al mercato”, la “cura-urto” di liberalizzazioni che costò (secondo valutazioni dell’Economist) un sei milioni di morti nell’ex-Urss (per lo più vecchietti ridotti alla fame nonchè lavoratori alla disoccupazione), e l’emergere dei nuovi ricchi, gli oligarchi, spesso delinquenti comuni, la cui posizione nel Partito, e i finanziamenti dei Rotschild e delle banche occidentali, li metteva nelle condizioni migliori per approfittare delle svendite di cespiti nazionali.

Il guaio, infatti, sta nel seguente fatto: mentre salari e pensioni possono essere tagliati d’autorità, i prezzi non calano per decreto. In tempi di guerra e anche dopo, negli anni 60 (quando questo tipo di dirigismo era il ‘consensus’ delle potenze mondialiste, in Italia rappresentate dal repubblicano e massone Ugo La Malfa) sono esistiti organi pubblici addetti al controllo dei prezzi.

Il successo del calmiere è sempre stato relativo din dai tempi di Diocleziano, sviluppando fenomeni come la borsa nera e la sparizione delle derrate.

Tecnicamente inoltre è difficile far scendere il prezzo delle merci, che contengono materiali importati in proporzioni innumerevolmente variabili, allo stesso ritmo delle merci prodotte localmente. Il rincaro dei generi alimentari – per cui l’Italia dipende dall’estero per il 70% di ciò che consuma – potrebbe essere moderato dallo sviluppo dell’autarchia alimentare. Il rincaro delle risorse energetiche, per le quali l’Italia dipende dalle importazioni per il 90%, sarebbe senza rimedio (e forse il razionamento farebbe rimpiangere il no al nucleare).

Blanchard però non menziona l’intoppo maggiore della sua proposta: durante il periodo di deflazione autoritaria, i debiti pubblici e privati dei paesi coinvolti aumenteranno di altrettanto della svalutazione interna, fra l’altro decrescendo gli introiti fiscali. Naturalmente, l’economista del FMI presume che i debiti pubblici continuino a venire serviti, nonostante il loro giganteggiare. L’interesse dei creditori, specie di quelli esteri (altresì detti “mercati”) è sacro. Perchè altrimenti esiste il Fondo Monetario, che è il loro agente pignoratore globale?

Della proposta dunque resta questa realtà: fino a che punto economisti liberisti sono pronti, in nome del libero mercato, ad instaurare un ordine autoritario. Dal punto di vista tecnico e politico, il recupero della sovranità monetaria (ancorchè anathema sit) sembra più fattibile.

Chi scrive è sicuro che il default, e magari l’uscita dall’euro, sia alla fine ineluttabile, perchè questa “è una crisi di sistema”, come ha detto non il sottoscritto, ma all’uscita del G-20 Gabriel Bernardino, presidente dell’Autorità europea di supervisione delle assicurazioni, riferendosi alla connessione fra le banche e gli stati. Silvio Berlusconi, dopo la battuta da bar (“i ristoranti sono pieni”), ne ha detto un’altra: che siamo entrati nell’euro a un cambio troppo altro, ed è questo che “paralizza l’Italia”. Battuta che si potrebbe applaudire, se a questa constatazione fosse seguita qualche azione, visto che lui è capo del governo ed è stato dotato dai cittadini di una maggioranza che non si vedrà mai più. Con questa forza, il governo italiano avrebbe persino potuto mettersi alla testa dei grandi debitori europei per imporre soluzioni congiunte più favorevoli al blocco Sud, magari anche una svalutazione dell’euro o del debito: Italia, Spagna, Portogallo, Grecia formano un blocco in sè temibile, specie per i creditori esteri, da ridurli a miti consigli agitando la minaccia del ripudio. In questa situazione, l’enormità del debito può diventare una forza politica; ma nessuno dei Pigs seguirebbe il cavaliere, la sua autorevolezza essendo consumata nei Bunga-Bunga, e quindi ringraziamolo per aver reso il debito quel che è: una debolezza. Siamo mendicanti che sopravvivono con gli acquisti che la Bce fa’ del nostro debito, per il momento.

Così le cose vanno come vanno, con lo spread ormai a livelli da ‘salvataggio’, e a contare in Europa è solo il blocco Germania-Francia. Posto che Sarkozy è il vice-cancelliere inferiore, la sorveglianza del Fondo Monetario su Roma è una veste per la sorveglianza di Angela Merkel.

Anzitutto, bisogna ricordare che, grazie ad una cruciale sentenza della corte costituzionale germanica di Karlsruhe (se non sbaglio, del 1997), che ha subordinato la ratifica di ogni direttiva e norma europea passata presente e futura all’esame di costituzionalità della Corte stessa, la Germania resta il solo paese sovrano nella UE.

Ed oggi, Berlino ha imposta l’iscrizione “il più presto possibile” nei trattati UE della clausola che permette l’intervento diretto nei bilanci di previsione dei paesi indebitati dell’eurozona; tali bilanci saranno esaminati da ispettori europei prima ancora che vengano discussi dai parlamenti nazionali.

Il combinato disposto delle due norme fa’ della Germania non solo l’unico paese che non ha ceduto nemmeno una briciola di sovranità, ma il paese che può esercitare una intrusione sugli altri paesi, su quello che è – o era – l’atto sovrano per eccellenza delle locali democrazie, il controllo e l’approvazione dei bilanci pubblici. Angela Merkel sarà anche la culona insocpabile come l’ha chiamata Berlusconi (lui non sa pensare ad altro), ma ha affermato il potere di Berlino sull’Europa, e comincia ad esercitarlo con brutalità tedesca.

Va notato che una proposta, avanzata dall’Olanda, di trasferire il potere d’intervento e d’intrusione nei bilanci preventivi nazionali ad un “Commissario europeo alla stabilità” è stata rigettata da Berlino. Il motivo è perfino stato enunciato: la misura non esclude con certezza formale che il suddetto Commissario compia un intervento anche sui bilanci tedeschi, e l’autonomia bugettaria del Bundestag non tollera interferenze. Gli altri sì, la Germania no.

Altra annotazione: all’Euro Crisi Summit i paesi non dell’area euro (Gran Bretagna e Polonia) sono stati lasciati fuori dalla porta per volontà di Berlino, esclusi dalle decisioni. Non piangeremo per costoro, ma la cosa segnala un’altra prova di egemonia tedesca (la giustificazione data è stata: dell’euro non si occupino gli stati che non hanno adottato la moneta comune), e il preludio ad una Europa a due velocità che forse è il progetto finale della Repubblica Federale. Naturalmente scongiurando il pericolo che i paesi del secondo cerchio si disimpegnino, il che danneggerebbe le esportazioni tedesche. L’Italia lo sa bene, visto che ha perso grosse quote di mercato a favore delle industrie concorrenti germaniche, e il suo lavoro ha perso il 40 per cento in produttività rispetto a quello tedesco, per il solo fatto di essere nel marco, pardon euro.

Il Frankfurter Allgemeine Zeitung ha accolto i risultati del summit con espressioni di esultante sciovinismo. Gongolando per il fatto che “i negoziati sono stati tolti dalle mani” dei “greci”, e che sarà assicurata una “presenza permanente della Troika (UE; FMI e BCE) nel paese per assicurarsi che i greci riformino realmente il loro paese”.

Il principale periodico germanico per gli affari esteri, Internationale Politik, aveva già salutato in Angela Merkel “il Cancelliere dellla UE”, capace di assumersi “l’autorità di imporre linee-guida” al “circolo dei 27 capi di stato e di governo”. In questa nuova realtà, diceva il periodico, nel governo europeo è Berlino ad “assegnare le poltrone”. Sarkozy ha “certamente il ruolo di vice-cancelliere”, che può prendere iniziative ma “in caso di conflitto, può essere sempre messo in riga dal cancelliere”. Il presidente del consiglio europeo, il nullifico Herman van Rompuy, veniva definito “capo della cancelleria federale” che deve “cercare un bilanciamento tra i vari campi” e “perciò corre il rischio (…) di essere rudemente corretto dal capo del governo o dal suo vice”.

(Andreas Rinke: Die EU-Kanzlerin. Angela Merkel überträgt ihren Regierungsstil auf die europäische Ebene; www.internationalepolitik.de 21.01.2011)

A noi italiani, la culona (inchiavabile) ha ordinato tagli, tagli, austerità e austerità, rigore e rigore ordine che sarà eseguito dal governo italiano – qualunque sia di larghe intese o dei tecnici. Naturalmente i politici italiani non taglieranno i propri privilegi, nè si conterranno in una nuova austerità: i ricchi di stato ci resteranno sul collo, mentre il rigore ci porta via ogni possibilità di crescita, e allontana ogni capacità di servire il debito….Stando così le cose, perchè non li lasciamo a casa e preghiamo Angela di mandarci a governarci direttamente i suoi curatori fallimentari? Almeno tutto sarebbe più chiaro, e risparmieremmo pure.


Fonte: www.rischiocalcolato.it 


Due nel mirino

03/03/11 Di Eugenio Benetazzo per www.eugeniobnetazzo.com

DUE NEL MIRINO

Non posso fare a meno di esprimermi in questo momento su un argomento che ho affrontato e approfondito con i miei corrispondenti dagli States relativamente alla crisi libica ed al nauseante volume di gossip politico italiano a sfondo sessuale. Da mesi ormai si sta facendo il possibile per aizzare il più possibile l’opinione pubblica contro Berlusconi, non tanto per ragioni legate alla sua discutibile politica di governo, quanto piuttosto per l’attività libertina a sfondo sessuale di cui i media nazionali ci hanno raccontato e descritto minuziosamente. Non entro nel giudizio di questi comportamenti, il giudizio infatti è inutile in un paese  in cui la metà della popolazione si dichiara addirittura indifferente ai fatti di Arcore e Palazzo Grazioli (secondo l’indagine di un noto quotidiano italiano).

E non pensate che dalla parte opposta (il centro sinistra) ci sia differenza, episodi di gossip a sfondo sessuale se ne sono già sentiti anche in passato, tuttavia con un fragore mediatico molto più modesto e contenuto. La verità è che in questo momento l’attenzione è catturata dal chi, come, cosa e quando, piuttosto che sul perché. Perché il premier italiano sta diventando sempre più oggetto di attacco mediatico volto a distruggerne il più possibile la reputazione nei confronti dell’elettorato ? Semplice: perché è diventato un soggetto troppo scomodo, ingestibile e fuori da ogni controllo per le forze di establishment politico internazionale.
 
Non dimentichiamo infatti che Silvio Berlusconi, nel bene o nel male, ha messo in essere per il nostro paese un partneriato strategico con Russia e Libia, due storici paesi nemici degli Stati Uniti. L’idea infatti che il 52esimo stato (l’Italia) si sia affrancato dal punto di vista energetico senza sottostare ai giochi di potere delle potenti lobby petrolifere statunitensi, potete stare certi che infastidisce alquanto lo Zio Sam a Washington. Ragion per cui è molto plausibile aspettarsi che forze a noi sconosciute stiano operando nel nostro paese al fine di distruggere Berlusconi agli occhi dell’elettorato italiano con il fine di sostituirlo quanto prima con un nuovo primo ministro molto più compiacente.  Allo stesso trattamento sembra sia stato destinato anche l’amico del premier italiano, il Colonello Gheddafi, il quale recentemente ha acquisito una quota di partecipazione azionaria rilevante in Finmeccanica

Per chi non lo sapesse quest’ultima è una società leader al mondo nella produzione di sistemi di difesa aerospaziale ed al tempo stesso principale fornitore della difesa statunitense. Pertanto Gheddafi, a meno che non venga quanto prima destituito o spazzato via, ha tranquillamente accesso alla consistenza degli approvvigionamenti militari statunitensi. Questo è più che sufficiente per istigare una finta rivoluzione con sommosse sociali pilotate al fine di ottenere la solita scusante per l’intervento militare con il nobile scopo di esportare la democrazia. Dubito infatti che quanto stia accadendo in Libia, un paese la cui popolazione godeva di un tenore di vita considerevolmente migliore rispetto alle popolazioni di paesi confinanti, non sia affatto casuale quanto piuttosto una classica operazione di false flag.

Un non improbabile scenario da incubo

07/11/11 Di Antonio Martino per www.antoniomartino.org

Il Tempo, 7 novembre 2011
Le considerazioni che seguono mi sono state suggerite dalla lettura di un articolo del mio amico Gerald O’ Driscoll sul Wall Street Journal (3 novembre). Le riprendo senza imbarazzo perché si tratta di considerazioni evidenti, che sono sotto i nostri occhi da tempo e che non abbiamo ancora metabolizzato. Il tema di O’ Driscoll è semplice e sconvolgente: la crisi finanziaria dell’Europa riguarda anche gli Stati Uniti e non solo indirettamente.
Il meccanismo è noto: lo Stato fa promesse “sociali” ai suoi cittadini – pensioni generose erogate in età lavorativa, assistenza sanitaria gratuita per tutti, inamovibilità dell’impiego – che a un certo punto scopre di non potere mantenere per mancanza di soldi. Avendo già spremuto tutto il possibile dal settore privato e non potendo aumentare ancora il prelievo fiscale senza stroncare l’economia, ricorre all’indebitamento; quando i privati non assorbono più le cambiali dello Stato, questi si rivolge alle banche, promettendo in cambio che ne garantirà la solvibilità. E’ uno schema truffaldino che nemmeno Bernie Maddoff avrebbe potuto concepire: le banche comprano titoli di Stato in cambio della promessa di salvataggio in caso di difficoltà.
Tuttavia, un “salvatore” smette di essere tale quando resta senza soldi e comincia l’incubo: lo Stato non può salvare le banche e queste non possono permettersi di lasciarlo fallire pena il loro stesso fallimento. E’ la storia della Grecia, secondo O’ Driscoll non nuova a esperienze del genere già occorse nel XIX e XX secolo, ma è la stessa storia in Francia, dove lo sviluppo si è arrestato e le banche sono in possesso di una grande quantità di titoli pubblici greci. Un fallimento della Grecia si ripercuoterebbe inevitabilmente anche sulle banche di Francia e Germania. Da qui l’altruismo franco-tedesco pronto a sacrificarsi per “salvare” la Grecia! 
Non basta. Banche e istituzioni finanziarie americane sono esposte in molti modi diversi nei confronti delle banche europee: le difficoltà di queste quindi non resterebbero senza conseguenze sull’economia e la finanza americane. Inoltre, e notevolmente più importante, la Fed (banca centrale degli USA) ha fornito alla Banca Centrale Europea grandi quantità di dollari in cambio di euro o attività denominate nella moneta comune europea. La Bce promette di restituire alla Fed i dollari con interesse ma la promessa non è per nulla garantita: la Bce può stampare euro, non dollari, né si capisce perché abbia preso a prestito dalla Fed quando il mondo è sommerso da un’enorme quantità di dollari.
La spiegazione suggerita da O’ Driscoll è che le banche europee abbiano gravi problemi di liquidità. Se la Bce non onora i suoi impegni con la Fed, il costo delle perdite della banca centrale americana sarà sopportato dai contribuenti americani, non certo da quelli europei.
Il problema vero è che nell’Unione Europea non ci sono i fondi per onorare le promesse “sociali” fatte dai governi nazionali. E’ questa la ragione per cui si parla di introdurre una nuova imposta sulle transazioni finanziarie europee. La Grecia, prima o poi, fallirà ma non sarà che la prima di una serie di nazioni dell’UE. A quel punto l’unica scappatoia possibile sarà una generalizzata monetizzazione dei debiti sovrani per opera della Bce, come già sostenuto su queste colonne. L’espansione monetaria produrrà inizialmente effetti benefici, stimolando la crescita, ma a lungo andare non potrà non tradursi in inflazione. Come l’alcol, l’espansione monetaria è piacevole all’inizio, poi arriva il mal di testa.
Gli americani hanno poco da compiacersi per i guai dell’Europa sia perché sono anche loro (basti pensare al Fondo Monetario Internazionale, impegnato a “aiutare” Paesi europei, che prima o poi chiederà fondi ai Paesi membri, specie agli USA) sia perché, grazie alle follie di Obama, si avviano ad avere esattamente lo stesso tipo di problemi dell’Europa: “Se volete sapere come la crisi del debito americano si svilupperà, sostiene O’ Driscoll, guardate l’Europa.
Dobbiamo attenderci quindi una crisi su entrambe le sponde dell’Atlantico, destinata a divenire mondiale? Forse no, ma certamente le turbolenze sui mercati finanziari sono destinate a durare perché gli operatori, non sapendo che pesci pigliare, continueranno a muovere ingenti quantità d’investimenti da un tipo di attività a un altro, con conseguente volatilità dei prezzi.
Di fronte a questo scenario le blaterazioni della politica italiana appaiono in tutta la loro misera provincialità: “La nave affonda, ma a noi non importa, tanto non è nostra”!
Fonte: www.antoniomartino.org 

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