Halloween

02/11/11 Di Franco Cardini per FRANCOCARDINI.NET

Parliamone ora, a cose fatte e, come si dice, a bocce ferme. Il farlo prima avrebbe potuto passare per inutile polemica passatista, lotta contro i mulini a vento. Ora invece ha un senso perché siamo freschi di immagini, di esperienze. E abbiamo tutto il tempo di prepararci per l’anno prossimo. 
Identità. Ne parlano tutti, specie certi gruppi di centrodestra. E’ diventato un segnale di appartenenza, un passaporto. Càpita dunque d’intervenire a focose riunioni nelle quali si viene esortati a lottare contro l’ipotesi che le nostre belle colline si riempiano di minareti, l’esotica silhouette dei quali rovinerebbe l’antica armonia dei nostri paesaggi con gli skylines dei preziosi, agili campanili e delle solenni, severe torri medievali.
Oddio, forse sarebbe facile obiettare che anche nel V secolo, alla gente abituata alle purissime linee dei templi di tradizione grecoromana, quegli ineleganti cosi sormontati da rumorose campane dovevano piacere proprio pochino. Oltretutto, erano contro al tradizione. Poi, ci siamo abituati. E le tradizioni sono mutate: perché le tradizioni sono dinamiche, hanno un loro metabolismo, sono tutt’altro che sempre uguali a se stesse. 
E si potrebbe inoltre obiettare, a chi oppone al diritto alla libertà di culto da parte di musulmani che sono ormai, sempre più spesso, cittadini italiani a tutti gli effetti, che non si capisce perché le riserve di carattere estetico-paesistico nel nome delle quali dovremmo opporci ai minareti (che non è detto siano né troppo alti, né per forza ispirati a un kitsch falso-orientale) non è mai valsa né per i discutibili Mac Donald’s, né per gli orribili centri commerciali, né per gli infami grattacieli che deturpano tanta parte dei nostri litorali, né per le spesso intollerabili villette a schiera, né per le oscene file delle pale eoliche che rovinano i profili di tante nostre già belle alture rocciose o boscose. 
Ma siamo evidentemente fatti così: vi sono tradizioni che siamo pronti a difendere con le 8unghie e con i denti e altre che abbandoniamo senza nemmeno rendercene conto.
Molte di quelle religiose e civili, ad esempio. Fino a qualche decennio fa, l’inizio di novembre era dedicato prima alle feste di Ognissanti, con le sue gaie fiere e i suoi dolci tipici; quindi, il giorno dopo, alla celebrazione dei defunti, durante la quale si visitavano i cimiteri e ci si portavano anche i bambini, ché imparassero a onorare tutti i loro cari, compresi quelli che non avevano mai conosciuti.
Ma erano vecchiumi confessionali, dei quali ci siamo fortunatamente quasi del tutto liberati. In cambio, ai primi di novembre ci diamo a una divertente kermesse macabro-infantile: tra zucche vuote e ghignanti di lucine cimiteriali, bambini abbigliati da deliziosi scheletrini, da ammiccanti streghette e da pallidi vampirucci – con qualche contorno di diavoletti e fantasmelli -, si aggirano tra noi ponendoci in più o meno improbabile inglese la fatidica domanda, “Trick or treat?”, dolcetti o scherzetti? Meglio asaudire le loro richieste: perché in caso contrario si rischiano ritorsioni anche
infantilmente feroci, tipo pesticciare i fiori in giardino, far pipì sulla soglia di casa o legare un petardo alla coda del gatto domestico.
E’ Halloween, vale a dire – con maggior precisione - All-Hallow-Eve, che letteralmente vuol dire (toh!...) “Vigilia di Ognissanti”. Ma come? Si è fatto tanto per liberarci da una noiosa festa ecclesiastica, e ce la ritroviamo tra i piedi in salsa yankee? E non succede solo da noi: proveniente dal New England, oggi la macabra festicciola impazza in gran parte del mondo, Russia e India comprese. Che cos’è mai accaduto?
Nulla di speciale. Semplicemente, la migrazione di simboli e di rituali che hanno davvero fatto un giro ampio, prendendola molto larga. 
Spieghiamoci meglio. 
Tanto per cominciare,sulla “lontananza” e l’ “estraneità” varrebbe la pena di discutere un po'. Da più parti è stato notato come anche in paesi dalle tradizioni fino ad oggi cattolicissime, quali la Sicilia o il Messico, la festa liturgica di Ognissanti e la solennità dei defunti, che le tiene dietro, sono è celebrata in modo sotto certi versi analogo a quanto fino ad alcuni anni fa accadeva nel New England: maschere da teschio e dolcetti a forma di ossi umani
venduti sulle bancarelle, ad esempio. Ma in Sicilia sembra che l'usanza risponda
alla cristianizzazione di antiche festività greco-pagane, in Messico a quella delle solennità azteche delle divinità dell'oltretomba. Cetro, nel Cinquecento gli spagnoli, a loro volta abituati a certi rituali un po’ macabri, se li sono ritrovati davanti dall’altra parte dell’Atlentico: e li hanno riportati indietro. 
Ma c’è di più. E qualcosa di molto preciso. Per comprenderlo, bisogna rifarsi al X-XI secolo d.C. e all'Europa celtica di quel tempo: larghe aree della Gallia ormai divenuta Francia e della Britannia ormai divenuta Inghilterra erano sì state invase da popoli germanici e soggette a una sistematica cristianizzazione, ma ciò non significava che gli antichi abitatori celti - in special modo in Irlanda, nel Galles e in Scozia - avessero rinunziato alle loro tradizioni. E' più facile mutar religione, quindi cambiar divinità e sistema teologico, che non riti, culti e costumanze.
Nel mondo celtico pagano, che tra VI e III sec. a.C. era esteso dal Portogallo al Caucaso ma successivamente si era andato restringendo dalla Scozia e dalla Bretagna al corso del Reno, si era soliti organizzare l'anno secondo un calendario lunare che lo ripartiva in tre grandi stagioni: la primaverile-estiva tra marzo e giugno, l'estivo-autunnale tra luglio e ottobre e l'autunno-invernale tra novembre e febbraio. Tale ultima stagione iniziava con la festa di Samain, consacrata alla natura che si andava addormentando nel letargo della fredda stagione e dedicata al culto degli antenati. Si riteneva che nei primi giorni del novembre i confini tra vivi e morti si annullassero e che gli antenati tornassero alla loro famiglie, che li onoravano con offerte votive.
Niente di strano, del resto: greci e latini conoscevano feste analoghe, come le anthesteriai in Atene nel febbraio. Tali riti, collegati a credenze del rapporto tra vivi e morti, si sono conservati alla base dle nostro carnevale. Ma la festa celtica degli antenati era all’inizio di novembre. 
I missionari cristiani avevano lottato contro quei riti pagani: ma invano. I bravi contadini celti, divenuti intanto buoni cristiani, avevano mantenuto le loro usanze per quanto andassero progressivamente perdendo memoria del significato delle cerimonie che pur continuavano a celebrare.
Spettò ai monaci di Cluny, commossi per tale fedeltà e convinti che il culto dei trapassati fosse in sé un bene, ma tuttavia decisi a spogliarlo dei residuali contenuti idolatrici, l'organizzare un tipico esperimento di quelli che gli antropologi definirebbero "acculturazione": mantenere i sacrifici espiatorii in suffragio dei defunti, inquadrandoli però in un contesto liturgico e santorale cristiano; e dedicare quindi ai santi e ai morti i primi due giorni del novembre.
Nacquero così, sul ceppo celtico ma con spirito cristiano, la festività di Ognissanti e la solennità memoriale dei morti, rafforzata dal diffondersi della credenza nel Purgatorio. 
I "Padri Pellegrini" inglesi e scozzesi - puritani e presbiteriani, quindi calvinisti - che nel Seicento colonizzarono il Nuovo Mondo, si portavano dietro la tradizione di Halloween, cioè d'Ognissanti: ma, in seguito alla Riforma protestante, essi avevano rinunziato a qualunque forma di culto dei santi e di ritualità. Per loro, quel lontano residuo pagano era soltanto una tradizione superstiziosa d'origine demoniaca. Ed ecco il carattere "trasgressivo", quasi diabolico, di quella celebrazione spogliata di qualunque sacralità pagana ma anche di riferimenti cristiani; ecco le "storie nere" che l'accompagnano, e che hanno dato vita a innumerevoli films, o fictions, o "giochi di ruolo" sul genere horror. 
E' quindi, a parte altre numerose considerazioni che pur sarebbe legittimo fare, abbastanza ridicolo che in un paese cattolico nel quale da oltre un millennio si celebrano le solennità dei santi e dei defunti si accolga, "di ritorno", una consuetudine che il rigorismo calvinista ha respinto nelle tenebre delle superstizioni e che associa un revival satanico a un background laicizzato e ateizzato. 
In effetti, Halloween è una piccola buffonata consumistica: dietro la quale si nasconde tuttavia un nonsenso da combattere con tutte le forze, nel nome dell'ortodossia cattolica, della coscienza identitaria cristiano-europea, del buon senso e del buon gusto. 
I cattolici dovrebbero, insomma, piantarla di truccare i loro bambini da demonietti, da scheletrucci, da streghine e da fantasmelli. Sarebbe necessaria al riguardo anche una rigorosa campagna di "pulizia dell'immaginario", di liberazione dal kitsch sadofunebre ormai troppo diffuso specie nel cinema e in TV sull'onda dei cascami della cultura romantica passati attraverso il macabro alla Poe e alla Stocker. Tra 1 e 2 novembre, torniamo a condurre i nostri ragazzi e i nostri bambini a messa e a visitare i cimiteri, parliamo loro dei nostri cari che non ci sono più e dei quali essi probabilmente ignorano perfino i nomi: insegnamo loro a riallacciare di nuovo i legami che collegano tutti i figli di Dio nel nome della "Comunione dei Santi", un'espressione teologica tanto sublime quanto oggi dimenticata e fraintesa. E torniamoci sul serio, perdinci, alle nostre tradizioni; riscopriamola e tuteliamola davvero, perbacco, la nostra identità. Altro che lotta ai minareti!

Franco Cardini


Cose italiane

15/11/11 Di Antonio Martino per Il tempo

Confesso la mia ignoranza: non mi risulta che mai nessun paese, con una sola eccezione, si sia dato un governo tecnico. L’eccezione è nota: l’Italia nel 1995 si diede (più corretto sarebbe dire che si vide imporre dal capo dello Stato) un governo tecnico, guidato dal ministro del Tesoro del governo precedente, Lamberto Dini. Ho cercato invano di immaginare cosa accadrebbe negli Stati Uniti d’America se venisse proposto un presidente tecnico e sono sempre arrivato alla conclusione che l’ipotesi avrebbe scatenato 300 milioni di pernacchie. Lo stesso vale per l’Inghilterra, la Francia, la Germania e il resto del mondo. Decisamente siamo in presenza di una creazione della sconfinata fantasia italiana.
Diceva Chesterton che governare è come scrivere una lettera d’amore o soffiarsi il naso: dobbiamo farlo noi, anche se lo facciamo male, non possiamo certo delegarlo ad altri. Noi italiani, invece, riteniamo che altri possa soffiarci il naso, scrivere per noi alla nostra donna o governarci. Il fatto è che democrazia non significa governo dei più qualificati; se fosse questo il suo significato nessuno ricorrerebbe alle elezioni che non garantiscono affatto che saranno scienziati, tecnici o vincitori del Nobel a risultare i primi. Tutte le democrazie, per essere certe che a vincere sarà il più qualificato, invece di costosissime elezioni, bandirebbero pubblici concorsi per titoli ed esami ai posti di governo. Solo così avremmo la ragionevole speranza che non andranno al potere persone prive dei requisiti tecnico-scientifici per utilizzarlo al meglio.
Personalmente sono sempre stato dell’idea che “I governi cosiddetti amministrativi o tecnici sono sempre stati i governi più seriamente e pericolosamente politici che il Paese abbia avuto. Il loro preteso agnosticismo è servito sempre e soltanto a coprire, a consentire o a tentare le più pericolose manovre contrarie alle necessità e agli sviluppi di una corretta vita democratica. (…) Governo di affari, dunque, e dopo di esso un mutamento non nel senso limpidamente indicato dalla consultazione elettorale, ma nella direzione opposta.” Queste parole sono state pronunciate alla Camera da uno che aveva un rispetto per la sovranità popolare che manca ai suoi epigoni: Palmiro Togliatti (9 luglio 1963).
Oltre tutto, se siamo veramente convinti che ciò di cui l’Italia ha bisogno è una sospensione della democrazia e un governo di tecnici, perché mai sprecare tempo sottoponendolo all’insulto di fargli dare (o negare) la fiducia di quell’associazione a delinquere di stampo politico che è il Parlamento. Monti è persona d’onore, qualificatissimo, elegante e amato da tutti quelli che contano nei settori bancario, finanziario, industriale ed eurocratico. Il suo concorso l’ha già vinto molti anni fa, non ha bisogno di provare niente a nessuno, men che meno ad assemblee piene persino da non laureati, e non importa se siano stati persino loro chiamati alla presidenza del Consiglio o al ministero degli Esteri.
Il mio amico Mario Monti non me ne vorrà se mi permetto di ricordargli che non basta essere stati commissari europei per avere diritto a commissariare l’Italia. Non votai sedici anni orsono la fiducia a Lambertow, non voterò nemmeno a favore del mio amico Mario; se anche fosse miracolosamente tornato fra noi dall’aldilà Milton Friedman, non avrebbe il mio voto. Né me lo chiederebbe, aveva una concezione quasi sacra della democrazia: quando rifiutai di fare il segretario generale della Nato, mi scrisse: “Hai fatto la cosa giusta, quella non è una carica elettiva”!
Gli italiani non hanno eletto Draghi alla Bce né Lagarde al Fmi né Monti a palazzo Chigi; Sarkosy e Merkel non hanno avuto nemmeno un voto italiano. Non si vede quindi perché questi signori si ritengano autorizzati a dirci cosa possiamo o non possiamo fare del nostro destino. Celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia è esercizio sterile se ci manca poi la consapevolezza dell’enorme fortuna che abbiamo avuto nascendo italiani e svendiamo la nostra autonomia e la nostra dignità al primo venuto.


da Il Tempo 15 novembre 2011

Non basta un grido per fare la guerra

19/03/11 Di Angela Pellicciari per Il Tempo


Hanno dell’incredibile gli accenti accorati con cui Napolitano ha rievocato le “grida di dolore” che si levavano verso i Savoia dall’Italia centro-meridionale. A detta di questa leggenda gli italiani “gemevano” invocando la liberazione che sicuramente sarebbe venuta dal nord sabaudo.

La liberazione è costata alla Sicilia reiterate dichiarazioni di stato di guerra e di legge marziale. Gli abitanti dell’Italia meridionale sono stati costretti all’emigrazione di massa dai governi liberatori che, invece della tanto sbandierata libertà, hanno portato corruzione, sopruso e miseria. Ha dell’incredibile, ripeto, che un Presidente della Repubblica che ha alle spalle una decennale militanza nel partito comunista che quelle grida, con Gramsci, irrideva, e che non si è ribellato alla carneficina del popolo cecoslovacco invaso dalla liberatrice armata sovietica, ha dell’incredibile, ripeto, che questo presidente, con questa tradizione alle spalle, si spenda tanto accoratamente per difendere le grida di dolore del popolo libico assediato a Bengasi. Perché finalmente gli stati si armino e vadano alla guerra contro Gheddafi. Contro quel Gheddafi che tutti, assolutamente tutti i governi della repubblica di ogni colore, hanno rincorso pur di garantirsi vantaggiosi accordi commerciali.

Ricordava Francesco Agnoli sul Foglio del 17 le parole pronunciate da Palmiro Togliatti nel corso del XVI congresso del PCUS: il migliore irrideva con disprezzo la propria ridicola e mandolinesca italianità per inneggiare alla gloriosa appartenenza all’universo sovietico staliniano. Dovevamo aspettare un governo a guida dell’ex (mai rinnegato) comunista D’Alema per fare la guerra alla Serbia senza dichiarazione di guerra in obbedienza al dictat americano. Adesso ci risiamo. Ma chi ci garantisce dell’autenticità delle grida di dolore? L’esperienza dovrebbe insegnarci che più la retorica insiste sulla moralità di un’azione di guerra più la faccenda è dubbia.

In particolare: ci si rende conto di cosa questa guerra significhi per l’Italia? E se, l’ho già scritto, questi insorti non fossero affatto da compiangere e sostenere? E se dietro una vernice di presentabilità avanzasse quel terrorismo islamico che Gheddafi ha negli ultimi tempi combattuto con estrema determinazione? A Bengasi, in particolare, reiterate sono state negli ultimi anni le azioni di guerra notturne di commandi islamici. Da noi poco se ne è saputo, ma questa è la dura e cruda realtà.

Quando è in gioco la vita di tante persone converrebbe usare davvero quella modestia e quella prudenza che pure Napolitano ha invocato. Converrebbe smetterla di far finta di niente per continuare a giocare alle anime belle.


Intervento di Nigel Farage, presidente del gruppo Europa della LIbertà e della Democrazia al Parlamento Europeo

Novembre 2011

"Eccoci qua, sull'orlo di un disastro finanziario e sociale e abbiamo oggi nella stanza le quattro persone che sarebbero dovuti essere responsabili. Abbiamo ascoltato i discorsi più ottusi e tecnocratici che abbia mai sentito. Siete tutti a negare! Secondo qualsiasi misuratore oggettivo, l'Euro è un fallimento. E chi è il responsabile? Chi è in carica di voi? La risposta è ovviamente: "Nessuno di voi, perché nessuno di voi è stato eletto. Nessuno di voi ha una legittimazione democratica per il ruolo che ricoprite in questa crisi." E in questo vuoto, seppur controvoglia, è entrata in scena Agela Merkel e viviamo ora in un'Europa dominata dalla Germania. Un'eventualità che il progetto europeo intendeva escludere. Una situazione per prevenire la quale chi ci ha preceduto ha pagato un caro prezzo in sangue. Io non voglio vivere in un un'Europa dominata dalla Germania e non lo vogliono i cittadini europei. Ma voi avete avuto un ruolo in tutto ciò. Perché quando il primo ministro Papandreou si è alzato e ha usato il termine "referendum" lei, signor Rehn lo ha descritto come una "violazione della fiducia", e i suoi amici qui si sono radunati come un branco di iene attorno a Papandreou, lo hanno fatto rimuovere e rimpiazzare con un governo-marionetta. Che spettacolo Assolutamente disgustoso è stato. E non soddisfatti, avete deciso che Berlusconi doveva andarsene. Così è stato rimosso e rimpiazzato da Monti, un ex commissario europeo, un architetto del disastro dell'Euro, un uomo che non era nemmeno membro del Parlamento.
Sta diventando come un romanzo di Agatha Christie, dove stiamo cercando di capire chi è il prossimo che sarà fatto cadere. La differenza è che noi sappiamo chi sono i cattivi. Voi tutti dovreste essere ritenuti responsabili di ciò che avete fatto. Dovreste essere tutti licenziati. E devo dire, signor Van Rompuy, 18 mesi fa quando ci siamo incontrati per la prima volta, mi ero sbagliato sul suo conto. La definii un "assassino silenzioso delle democrazie degli stati nazionali". Ora non più, lei è piuttosto chiassoso nel suo operare, non crede? Lei, un uomo non eletto, è andato in Italia e ha detto: "Questo non è il tempo per le elezioni, ma è il tempo delle azioni". Per Dio, chi le dà il diritto di dire queste cose al popolo italiano?"

Sorpresa, è stato Draghi a lasciare affondare Berlusconi

2/11/2011 Di Franco Bechis per http://fbechis.blogspot.com/

Sorpresa: ad affondare il governo di Silvio Berlusconi è stata anche la Bce di Mario Draghi. Proprio al culmine delle tensioni sui titoli di Stato italiani quando il Cavaliere era indeciso se dimettersi o meno la Banca centrale europea non è intervenuta a difesa dei Btp. Lo si intuisce dal consueto rapporto settimanale Bce sulla "situazione contabile dell'eurosistema" diffuso ogni martedì. Quello del 15 novembre segnala che nella settimana chiusa l'11 novembre l'acquisto di titoli di Stato di paesi europei in difficoltà è ammontato a 3,8 miliardi di euro.

E' una delle cifre settimanali più basse impegnate dalla Bce dall'inizio dell'agosto scorso, quando scoppiarono le tensioni sul debito pubblico italiano e spagnolo. La settimana precedente, che si era chiusa al 4 novembre, aveva fatto registrare riacquisti Bce per 9,5 miliardi di euro, cifra quasi tripla della settimana più drammatica per il governo uscente. Quei 3,8 miliardi per altro sono stati impegnati in gran parte con interventi Bce nelle giornate del 10 e dell'11 novembre, dopo che Mario Monti era già stato nominato senatore a vita e ormai candidato premier.

Eppure il grande attacco ai titoli di Stato italiani è avvenuto con Berlusconi ancora non dimissionario, nelle giornate del 7 e dell' 8 novembre, quando lo spread è salito ben oltre quota 500. Draghi o meno, il mancato intervento dell'eurosistema è la prova di come il resto di Europa avesse già deciso il destino di Berlusconi.


Fonte: http://fbechis.blogspot.com/ 


Il testamento spirituale del ministro cattolico pakistano Shahbaz Bhatti

08/03/11

Il ministro pakistano per le Minoranze Shahbaz Bhatti, assassinato il 2 marzo a Islamabad, era l'unico ministro cristiano designato dal presidente pakistano Zardai e si batteva per i diritti delle minoranze religiose e  per l'abolizione della  “legge sulla blasfemia” che  puniscono con l’ergastolo o la pena di morte chiunque profani il Corano o insulti Maometto. Crediamo che la testimonianza eroica della propria fede tradotta nell’ azione sociale e politica sia quanto di più “politicamente scorretto” in un mondo dominato dalla dittatura del relativismo. Per questo riportiamo il testamento spirituale di Bhatti registrato pochi mesi prima del suo assassinio

"Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.

Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.

Mi è stato richiesto di porre fine alla mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita.

Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.

Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.

Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna".


Preghiera del 12/11/2011

12/11/11 Di Camillo Langone per Il Foglio

Che venga lasciato lavorare, Mario Monti. Ha dichiarato che bisogna “cancellare ogni privilegio” e non capisco come non si possa essere d’accordo. Da questa affermazione deduco che per il presidente del Consiglio in pectore bisogna cancellare le regioni a statuto speciale. Le province. L’ente territoriale speciale Roma Capitale (oggi tutti i comuni sono uguali ma quello di Roma è più uguale degli altri). Il valore legale dei titoli di studio. L’ordine dei giornalisti. I notai. Le pensioni baby. L’irresponsabilità civile dei magistrati. Le varie carte argento con le quali, ad esempio, un ricco sessantenne paga il treno meno di un trentenne povero. La certezza del posto di lavoro pubblico, finanziata con le tasse dei licenziabili lavoratori privati. E naturalmente i senatori a vita, privilegiati perfino etimologici (“privilegium” è parola latina composta che significa “disposizione riguardante una singola persona”). Che venga lasciato lavorare, se non ho inteso male.

E ora andiamo al vuoto anticipato

10/11/11 Di Marcello Veneziani per il Giornale

Al vuoto, Al vuoto! Di corsa verso il vuoto. Non è un refuso, non invo­co le urne, evoco la vera prospettiva ver­so cui marciamo con l’allegria dei nau­fragi
Al vuoto, Al vuoto! Di corsa verso il vuoto. Non è un refuso, non invoco le urne, evoco la vera prospettiva verso cui marciamo con l’allegria dei naufragi. Una volta evacuato il governo, si apre il vuoto: vuoto di coalizioni alternative, vuoto di leader da ambo i versanti, vuoto di programmi perché divisi su tutto, ma anche vuoto d’elezioni perché se si va a votare ora e così, una volta vuotate le urne, a governarci resta solo il Vuoto o uno dei suoi paradossi. Per esempio, il vuoto disgiunto: camera a sinistra e senato a destra.

Facciamo due governi, cispadano e cisromano? Piuttosto che associarmi al toto-vuoto, provo a darvi una lettura filosofica, anzi teologica e metafisica, della crisi politica. Fenomenologia del governo cadente. Non voglio spaventarvi, ma il linguaggio dei classici spiega il vero bipolarismo di questo momento: da una parte c’è il partito denominato Cupio Dissolvi, che non ha caso è in sigla la Dc a rovescio, che non ha la soluzione ma desidera la dissoluzione. E dall’altro c’èil partito Horror Vacui, che è il partito filo- governativo per orrore del vuoto che si apre. Tertium non datur, dicevano i medesimi, non c’è una terza via.

O desiderio di dissolvere o terrore del vuoto. Nel frattempo viviamo l’ebbrezza, tragica o euforica secondo i punti di vista, del governo cadente che volteggia nell’aria come le foglie d'autunno. In tutto questo, come vedete, non parlo di B., non è il referendum su di lui che mi preoccupa o la classificazione dei fedeli e dei traditori. Protagonista Assoluto è il Vuoto. Vacanze italiane.


fonte:il Giornale 


In difesa della lingua italiana II - Dialetto sì - ma quale?

15/12/09 Di Renato Besana

 

Ottima  l'idea leghista di portare il dialetto nelle scuole, se si tratta di far leggere agli studenti autori finora ignorati da programmi e antologie, quali Porta, Tessa, Noventa e Belli (la cui prima edizione critica si deve a un vicentino trapiantato a Roma, Giorgio Vigolo). Val soprattutto la pena di far conoscere alle nuove generazioni il nostro Carlin: il più grande degli scrittori milanesi, benché scrivesse in francese, ovvero Standhal, lo giudicava - e a ragione - di molto superiore agli atri muscosi e ai siccome immobile di Manz.Ales, che l'italiano lo vergava, forse sciacquandolo e centrifugandolo un po' troppo, ma non amava parlarlo (come molti padri della Patria, del resto).

            La restituzione di pagine finora negate alla vasta platea dell'istruzione pubblica appare doverosa. Ma se ci spingiamo oltre cominciano i guai. Il ministro Zaia ha proposto fiction in dialetto, forse dimenticandosi che una - anche se allora non si usava questo perfido anglismo - già fu girata nel 1978: L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi era in bergamasco con tanto di sottotitoli per i non capenti: era grande cinema e la lingua non rappresentò una barriera; lo stesso per La terra trema di Visconti, che però venne in un secondo tempo doppiato. Anche il teatro dei Legnanesi è andato benissimo in tivù, come in anni lontani quello di Gilberto Govi, ma imporre idiomi locali, senza autentica necessità espressiva, è operazione quanto meno discutibile: immaginiamo, per un solo momento, uno sceneggiato in lucano stretto...


L'Italia non merita di essere salvata

07/11/11 Di Massimo Fini per www.massimofini.it

I 'grandi comunicatori', i professionisti delle promesse e dell'ottimismo a 24 carati possono funzionare in tempi normali perché di rilancio in rilancio, come al poker, il loro bluff non viene mai "visto". In situazioni drammatiche, dove contano i fatti e non le parole, la cosa non funziona più. Mussolini era un uomo di questa fatta (in parte, perché, in pace, fece anche delle ottime cose), ma quando entrò in guerra si scoprì che l’Italia, a differenza della Germania, vi era completamente impreparata e non bastarono gli slogan (“spezzeremo le reni alla Grecia”, “fermeremo gli americani sul bagnasciuga”) per evitarci la più umiliante delle sconfitte e una guerra civile. Berlusconi con le sue promesse e i suoi bluff è riuscito a ingannare gli italiani per diciassette anni pur non avendo fatto, a differenza di Mussolini, nulla di notevole. E per diciassette anni gli è andata bene. Adesso, in una situazione di crisi economica drammatica, ha cercato, con la sua ridicola ‘lettera di intenti’, di ripetere il giochetto con gli europei sperando di farla franca anche con loro. Ma i fatti, in questo caso i mercati, gli han dato la risposta brutale che si meritava e con lui l’Italia che gli ha creduto e anche quella che non gli ha creduto ma non è stata capace di fermarlo.

Berlusconi però non è che la ciliegiona marcia su una torta marcia. Nella crisi attuale, che è planetaria ed è dovuta alla cocciuta cecità delle leadership mondiali che si ostinano a inseguire il mito della crescita quando crescere non si può più, la particolare debolezza dell’Italia è data, com’è noto, dall’enorme debito pubblico. Questo debito è stato accumulato soprattutto negli Oottanta, gli anni della 'Milano da bere' (per la verità bevevano solo i socialisti), della triade dei santi e martiri Craxi-Andreotti-Forlani quando, per motivi clientelari, di conquista del consenso si elargivano a pioggia pensioni di vecchiaia fasulle, pensioni di invalidità false, pensioni baby, pensioni d’oro. Inoltre dalla metà degli anni settanta c’è stata la cassa integrazione a tempo indeterminato, che è la forma che l’assistenzialismo ha assunto al Nord. Quando il mercato tirava l’imprenditore si gonfiava di operai, quando si restringeva li metteva in cassa integrazione, accollandoli alla collettività. Si chiamava “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”. In quanto agli operai mi ricordo di aver fatto nel 1974 un servizio, per L’Europeo, sulla prima cassa integrazione, alla Fiat di Torino. Parlando con gli operai mi accorsi che, dietro i piagnistei di prammatica, tutto volevano tranne che tornare al lavoro. E chi glielo faceva fare? Prendevano il 90% del salario e il 10% che mancava era compensato dal non doversi pagare gli spostamenti. Oltretutto in Piemonte erano quasi tutti ‘barotti’, operai-contadini, cui non pareva vero di poter curare i loro campi senza la rogna di dover andare in fabbrica.

Nel frattempo i partiti taglieggiavano e rubavano a redini basse. Giuliano Cazzola ha calcolato che la prima Tangentopoli ci è costata 630 mila miliardi di vecchie lire, circa un quarto del debito pubblico. E il calcolo si basa solo sulle sentenze arrivate a giudizio definitivo che rappresentano, come per ogni reato, un decimo degli illeciti commessi.

Poteva essere una lezione salutare. E invece nel giro di pochi anni abbiamo visto i giudici diventare veri colpevoli e i ladri le vittime, giudici dei loro giudici. E tutto è continuato peggio di prima. Può un Paese del genere salvarsi? Può darsi. Ma, nonostante le eiaculazioni senili di Napolitano sul Milite Ignoto, non lo merita.

Massimo Fini


Fonte: www.massimofini.it 


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