Milano cittą da incubo

20/08/10 Di Massimo Fini per 'il giornale del ribelle'


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“Pirla” è un termine che si usa a Milano e sta per scemo, sprovveduto, limitato, ottuso, poco sveglio. E pour cause. Solo a dei pirla poteva venire in mente di insediarsi lì dove si sono insediati. Milano è l’unica grande città non solo italiana ma europea senza un fiume. Torino ha il Po, Firenze l’Arno, Roma il Tevere (più in giù le città non hanno fiumi non perché i meridionali sono dei “pirla”, al contrario dei milanesi sono invece astutissimi, anche troppo, ma semplicemente perché al Sud l’acqua non c’è), Londra ha il Tamigi, Parigi la Senna, Praga, Vienna, Belgrado il Danubio.

Genesi e sviluppo di un equivoco

Come e perché sia venuta a qualcuno l’idea di costruire una città in questo punto desolato e squallido della pianura padana, senza un corso d’acqua, è un mistero. Ho consultato geografi e storici, l’unica risposta che sanno dare, rifacendosi al nome latino della città, Mediolanum, è che era un punto di passaggio obbligato verso varie direttrici, l’oltralpe francese e svizzero, Venezia che era già allora una città importante. Ma Pavia, che è a soli trenta chilometri da Milano, poteva avere benissimo la stessa funzione, e sta su un bellissimo fiume, il Ticino. E invece i pirla si insediarono a Milano.

Solo nel 1400 Leonardo si inventò i Navigli e quello straordinario reticolo di canali che irriga la campagna milanese. Ma Leonardo era fiorentino e un genio (geni non ne sono mai nati a Milano, solo dei pirla). Comunque sia nel Novecento i milanesi, confermando di essere dei pirla, coprirono i Navigli e, per sopramercato, negli ultimi dieci anni, con la scusa di farci un parcheggio, hanno coperto anche la Darsena che è come se a Firenze si abbattesse il Duomo (pochi sanno che Milano è stata, per lungo tempo, il più importante porto europeo per il trasporto di sabbia).

Sistemata in questo modo Milano se è ancora accettabile d’inverno d’estate diventa un girone dantesco. Anzi peggio perché, per il caldo, tu rimpiangi persino l’ultimo girone dell’Inferno, quello dove i dannati, beati loro, stanno infissi nel ghiaccio (sicuramente non sono milanesi, saranno stati i napoletani e i romani ad aggiudicarsi quel posto privilegiato pagando una tangente a monsieur Satanasso). Tu la mattina, sfibrato dal caldo di fine giugno e di luglio, ti alzi e vedi un cielo grigio o bianco. Dici: “Finalmente una brutta giornata. Oggi forse pioverà”. Nient’affatto. Quel cielo-non cielo è fatto dai vapori che gravano sulla città.  Più il cielo è bianco più la giornata sarà calda e afosa. Sono stato in climi, specialmente in Nordafrica, dove la temperatura di giorno raggiunge anche i 45, 47 gradi.  Ma è un caldo secco e comunque la sera il termometro crolla a 20. Per cui il giorno resisti, aspettando la sera. Milano ha questa particolarità: la sera il caldo invece di diminuire aumenta. Cala un poco la temperatura (non di molto perché il caldo sale dall’asfalto arroventato) ma sale in modo esponenziale l’umidità in una sinergia sinistra che ti fa boccheggiare anche alle quattro di notte. Per questo i milanesi, appena arriva giugno, diventano dei superfanatici dei weekend. Ma cadono dalla padella nella brace. Per raggiungere l’agognato mare di Liguria (150 chilometri) ci vogliono cinque ore sotto il sole rovente. E quando, finalmente, arrivi al mare ti accorgi che non c’è. Un mare che sia tale, intendo. L’hanno rovinato loro, i milanesi, in combutta, per la verità, con i piemontesi e anche i liguri che, per quattro palanche in più, li han lasciati fare. Le Riviere di Levante e di Ponente, da Chiavari a Ventimiglia, sono ridotte a una lunga striscia di cemento, di seconde case, di terze case, di cementificazioni di ogni tipo.

Al milanese non resta che lavorare

Il mar ligure ridiventa potabile d’inverno, ma d’inverno i milanesi preferiscono andare a rovinare le montagne. Che resta quindi al milanese? Lavorare. Ed è indubbio che i milanesi, a parte le ore che passano in macchina, siano gente che lavora. Un tempo sostenevo, solo parzialmente smentito poi dai fatti, che Roma e Lazio non avrebbero mai vinto un campionato. Chi glielo fa fare, diciamo la verità, a un calciatore che vive a Roma di andare ad allenarsi (è il motivo per cui il primo Bossi quando arrivò a Roma con i suoi leghisti voleva rinchiudersi in una foresteria)? Qui se uno non va a Milanello o a Interello crepa di noia.

Il sacrosanto destino dei pirla

È quindi vero che Milano, a parte inanellare inutili scudetti, sostiene buona parte dell’economia del Paese mentre gli altri sgavazzano e se la godono. È il giusto destino dei pirla che si insediarono in un luogo dove nessun essere umano, che non fosse scimunito, si sarebbe mai sognato di piantare le tende.


Per non dimenticare Solzhenitsyn

20/08/10 Nel secondo anniversario della sua morte

Il secondo anniversario della morte di Alexandr Solzhenitsyn, scomparso a Mosca il 3 agosto del 2008,  sta passando sotto silenzio. I media sono troppo impegnati nel riportare il gossip estivo o le operazioni di teppismo istituzionale del Presidente della Camera e dei suoi seguaci.  Il grande dissidente russo, ospite per lunghi anni dei gulag comunisti, divenne famoso in occidente con la pubblicazione del  romanzo “Una giornata di Ivan Denisovic” avvenuta, forse per una svista della censura, sulla rivista Novji Mir, durante il “disgelo” post-staliniano. Nel suo capolavoro, il romanziere, attraverso la minuziosa descrizione di una singola giornata di un semplice internato nel campo di prigionia, dipinge   l’inferno di paura, violenza e miseria generato dal regime comunista.  La  notorietà che gli deriverà da questo  romanzo e la pubblicazione di “Arcipelago Gulag”,  il grande affresco dell’universo penitenziario dell’URSS, faranno di    Alexandr Solzhentsyn il simbolo del dissenso antisovietico. Questo gli procurerà  emarginazione, persecuzioni  e vessazioni poliziesche di ogni genere  da parte del regime. Nel 1970 Solzhentsyn riceve il Premio Nobel, ma non si recherà a ritirarlo a Stoccolma nel timore di non poter ritornare in patria. Nel 1974  lo scrittore viene comunque espulso dall’URSS e ripara negli Stati Uniti. Durante l’esilio il suo tradizionalismo religioso ed il rifiuto del liberalismo crea non poco imbarazzo al paese che lo ospita. Egli riconosce lucidamente il male oscuro dell’Occidente, comprendendo che , quando la libertà si priva della luce della verità diventa irresponsabile travolgendo ogni barriera e trascinando l’umanità verso l’autodistruzione.   Ritornato in Russia nel  1994, Solzhentsyn critica senza mezzi termini il nuovo corso e gli oligarchi di Eltsin. Pur  riavvicinandosi  parzialmente a Putin, morirà sempre più isolato ed inascoltato.

Per ricordare il grande scrittore pubblichiamo un breve estratto del famoso discorso che egli pronunciò all’Università di  Harvard nel 1978 (“A world split apart”) e che ci pare quanto mai attuale.

Il declino del coraggio  sembra essere l’elemento più evidente che un osservatore esterno nota  nell’Occidente dei giorni nostri.  Il mondo occidentale ha perso il suo coraggio civile, sia nel suo complesso che individualmente, in ogni paese, in ogni governo, in ogni partito politico e, naturalmente,  anche nelle Nazioni Unite. Questo declino del coraggio è particolarmente evidente nelle classi dirigenti e nelle élites intellettuali, causando l’impressione che l’intera società abbia perso il suo coraggio. Naturalmente ci sono molti individui coraggiosi, ma questi non hanno alcuna influenza sulla vita pubblica. I burocrati politici ed intellettuali dimostrano depressione, passività ed indecisione nelle loro azioni, nelle loro affermazioni e, ancor di più le loro analisi teoriche tese a dimostrare quanto sia realistico, ragionevole e intellettualmente e moralmente giustificato basare le politiche degli stati sulla debolezza e sulla viltà. Il declino del coraggio è ironicamente enfatizzato  da esplosioni occasionali di rabbia ed inflessibilità da parte di questi stessi burocrati quando hanno a che fare con governi e paesi deboli …

Non sarebbe il caso di rimarcare che fin dall’antichità il declino del coraggio è stato considerato l’inizio della fine? “


Massimo Pozzoli 


Gad Lerner in TV fa il processo ai cattolici

10/02/10 Di Antonio Sallustri per 'Il Giornale'

All'Infedele, su La7, Lerner mescola il caso Boffo alle malefatte di Marcinkus. La sentenza? La Chiesa è intrallazzona, corrotta e piena di truffatori. Ma il conduttore di religione ebraica non ha usato lo stesso metro per il caso Madoff

Gad Lerner l’altra sera, all’Infedele, con la scusa di parlare del caso Boffo, ha mandato in onda un processo al cattolicesimo italiano mixando furbescamente e a vanvera fatti completamente slegati tra loro. Un dentro fuori tra le vicende di Avvenire, quelle di Marcinkus, con sullo sfondo papi e secoli di storia e di fede. Il tutto, ovviamente, condito con una spruzzatina di Berlusconi e di moralità pubblica e privata. Spalleggiato da due editorialisti di la Repubblica, il teologo Vito Mancuso e lo storico Adriano Prosperi, non ha dovuto faticare per tenere a bada, abile conduttore qual è, Vittorio Messori e Luigi Amicone. Minuto dopo minuto, allusione dopo allusione, Lerner ha composto il quadro di una Chiesa cattolica intrallazzona e corrotta, divorata da lotte intestine, insomma una banda di truffatori immorali dediti agli affari loro.

Inutilmente Messori e Amicone hanno cercato di sostenere la verità, e cioè che in duemila anni di storia non pochi mascalzoncelli e anime fragili hanno attraversato curie e sacrestie ma che la Chiesa è altro e che proprio per questo ha resistito sia all’usura umana che a quella del tempo. Quisquilie. Lerner ha continuato a girare il coltello nella piaga con malcelata soddisfazione. Il tema della serata era un presunto complotto sul caso Boffo, ma una buona parte della trasmissione è stata dedicata a «Vaticano Spa», il libro del giornalista Gianluigi Nuzzi che ricostruisce affari e malaffari dello Ior, la banca del Vaticano guidata per vent’anni dal discusso vescovo Paul Marcinkus  Cosa c’entra Vittorio Feltri con le finanze cattoliche lo sa solo Gad Lerner. Che Marcinkus abbia combinato più di un pasticcio è storia nota da vent’anni. Che il libro di Nuzzi sia interessante è fuori dubbio. Ma da questo a imbastire un teorema in base al quale le finanze cattoliche sono marce e quindi è marcio anche buona parte del cattolicesimo, direi che ce ne corre. E comunque è una equazione pericolosa che quantomeno il giornalista Gad Lerner dovrebbe avere il coraggio di applicare con uguale energia sempre e comunque.

Il giornalista, come noto, non è cattolico. È di religione ebraica e non si è mai sognato di imbastire una puntata simile a quella di lunedì sera sul più grande scandalo finanziario degli ultimi anni, quello che ha visto come protagonista Bernard L. Madoff, ebreo, recentemente condannato a 150 anni di carcere negli Stati Uniti per aver truffato 500 miliardi di dollari a investitori di tutto il mondo. Madoff era ritenuto la punta di diamante della finanza ebraica e proprio all’interno della sua comunità, anche quella italiana, ha mietuto il maggior numero di vittime, tra le quali anche il premio Nobel della letteratura Elie Wiesel e il regista e produttore cinematografico Steven Spielberg. Seguendo il teorema Lerner, non solo la finanza ebraica sarebbe marcia, ma anche i suoi riferimenti civili e religiosi sarebbero assai furbetti.

Perché, sia pure con i distinguo dovuti alla non paragonabile organizzazione delle gerarchie delle due religioni, Madoff è stato il Marcinkus degli ebrei. Non potendo sospettare chi si nascondesse dietro quella maschera, in epoca non sospetta, persino il nostro autorevole commentatore R. A. Segre lo aveva definito, «il prototipo della onestà e della generosità della finanza ebraica nel mondo, soprattutto religiosa». Ovvio, visto che l’uomo era stato anche tesoriere della Yeshiva University di New York e presidente della Business School, considerata la più prestigiosa istituzione accademica religiosa ebraica d’America.

Gli esempi potrebbero essere anche altri. Nelle non poche puntate che l’Infedele ha dedicato alle attenzioni per le donne del nostro presidente del Consiglio, Gad Lerner non si è mai soffermato, per analogia giornalistica, sullo scandalo che ha travolto il presidente dello Stato d’Israele, Moshe Katsav, che si è autosospeso dalla carica dopo essere stato accusato dalla polizia di violenze sessuali su una dipendente oltre che di intercettazioni legali e di frodi. Né si è mai sognato di mettere in discussione, per questo episodio, la moralità pubblica e privata dell’intera classe dirigente di Israele.

Ora, essendo La7 una televisione privata può mandare in onda ciò che meglio crede e i cattolici sono altrettanto liberi di cadere nel trappolone e andare a farsi massacrare e spernacchiare in diretta tv. Basta avere sempre presente che non solo la cronaca, ma a volte anche la storia, non è come Gad Lerner ce la vuole raccontare.

Alessandro Sallusti



Saldi di fine stagione - Francia, Olanda e Germania svendono le scorte inutilizzate del vaccino contro l'influenza suina

07/01/10 di Massimo Pozzoli

Il Santo Padre, rivolgendosi ai fedeli nel corso dell’Angelus della prima domenica del 2010, ha esortato tutti a non fondare le proprie speranze su “improbabili pronostici” e anche sulle “previsioni degli economisti” ricordando come il futuro sia nelle mani del Padre Eterno e anche dell’uomo quando questo agisce in conformità ai disegni divini.

Alcuni commentatori hanno ipotizzato che il papa si riferisse ai maghi ed indovini che ogni capodanno imperversano con il loro oroscopi. Tuttavia, anche se molto improbabile, non si  può escludere in assoluto qualche riferimento agli epidemiologi, i biostatistici e gli esperti  degli organismi internazionali di sanità che, nell’aprile del 2009, a seguito dei primi casi di influenza suina manifestatisi in Messico,  vaticinarono una pandemia dalle conseguenze catastrofiche, ingenerando nell’opinione pubblica un panico indescrivibile. I media hanno poi fatto il resto nel provocare una sorta di isteria collettiva, enfatizzando i pochi casi fatali associati alla malattia e mostrando in modo ossessivo le immagini di  gente comune che indossava pubblicamente mascherine protettive.


'Da abolire anche l'inno 'Dio salvi la regina'?

01/07/10 Di Pier Luigi Fornari per Avvenire


«A volte Dio non ascolta le preghiere come è accaduto nel caso di una certa partita di calcio alcuni giorni fa…». Il coraggio dell’umorismo sul deludente esito della Gran Bretagna ai mondiali contraddistingue immediatamente Joseph Weiler, forse come un patrimonio comico hiddish, in un ambiente dove l’aplomb è di rigore. C’è sacrale silenzio quando entra la corte della Grande Chambre. Il famoso giurista ebreo, kippah in testa, non magnetizza l’attenzione solo per le sue battute, ma anche quando accumula fatti per fondare le argomentazioni di diritto. È uno di questi fatti che dà lo spunto per la battuta, che forse non farà ridere Fabio Capello.

«Uno Stato non è obbligato nel sistema della Convenzione dei diritti umani (alla base della Corte di Strasburgo, ndr) a sposare la laicità», afferma Weiler intervenendo alla Grande Chambre a sostegno delle memorie di Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Federazione russa e Repubblica di San Marino, tra i Paesi che si sono schierati in favore della posizione italiana. «Dall’altra parte del Canale c’è l’Inghilterra nella quale c’è una Chiesa di Stato, in cui il capo dello Stato è anche il capo della Chiesa, i leader religiosi sono membri, di diritto del potere legislativo, nel quale la bandiera reca la croce e l’inno nazionale è una preghiera a Dio di salvare il monarca, e concedergli vittoria e gloria».
Il giurista statunitense non pensa che «tutti coloro che cantano "Dio salvi la regina" credano in Dio», ma pensa che «sarebbero scioccati se si dicesse che questa frase va cambiata o tolta perché offende qualcuno». Magari un giorno la Gran Bretagna deciderà di cambiare o togliere questa frase, ma questa non è una decisione che può essere presa dalla Corte, obietta Weiler. Il punto confutato è l’affermazione di Strasburgo nella sentenza del 3 novembre secondo cui la "neutralità" dello Stato è incompatibile con «qualsiasi tipo di potere da parte sua di valutare la legittimità di convinzioni religiose o i modi di espressione di quelle convinzioni». La domanda è se nel Regno Unito non ci sia di fatto un certo tipo di valutazione di un credo religioso. Ma non è uno splendido isolamento: più della metà della popolazione europea vive in Stati che non possono rientrare nella definizione francese di laicità.

E poi in Inghilterra, secondo la logica di Soile Lautsi – la cittadina italiana di origini finlandesi che ha fatto ricorso alla Corte di Strasburgo chiedendo la rimozione del crocifisso dalle aule – cosa dovrebbero fare ebrei, cattolici, e musulmani di fronte alla foto della regina appese nelle classi?

L’assetto europeo, con la concezione francese della laicità da una parte e sistemi di tipo inglese dall’altra, costituisce secondo l’esperto di diritto una grande lezione di pluralismo e tolleranza. Compito della Corte è preservarla anche di fronte alle sfide della immigrazione. Ma la principale divisione oggi nei nostri Stati, a riguardo della religione «non è, per esempio tra cattolici e protestanti, ma tra i religiosi ed i secolarizzati», continua Weiler. Il secolarismo, la laicità francese, conclude il giurista americano che ha difeso le radici giudeo-cristiane dell’Europa, «non è una categoria vuota che significa assenza di fede». Perciò «è giuridicamente falso adottare una posizione politica che divide la nostra società, e rivendicare che in un certo senso è neutrale


La pupa e il sermone

24/05/10 Di Eugenio Benetazzo per www.eugeniobenetazzo.com

Con il termine “pupa” nell’immaginario collettivo solitamente si fa riferimento ad un provocante esemplare di mammifero femmina appartenente al Genere Homo Sapiens Sapiens. In vero se volessimo ancora fregiarci di questa nomea senza usurparne il titolo, il termine “pupa” identifica in ambiente scientifico lo stadio incompleto di un processo di metamorfosi (solitamente animale). Si parla sovente infatti di “stadio pupale” riferendosi alle mutazioni che avvengono in natura studiando gli insetti, in cui la “pupa” rappresenta la muta di una larva. Lo stadio pupale si svolge in uno stato di quiescenza, talvolta protetto all’interno di involucri di varia natura all’interno dei quali si verifica il passaggio da uno stadio giovanile a quello adulto: il classico esempio di uno stadio pupale è il bozzolo di un bruco (denominato crisalide) dal quale fuoriesce una farfalla.
 
Per chi non lo avesse ancora capito il nostro paese sta attraversando uno stadio pupale. Un lento processo di metamorfosi che lo sta cambiando su più fronti: il punto interrogativo che dovremmo tutti porci è quale sarà il risultato finale di questa trasformazione ? Cosa saremo ? Una nuova farfalla oppure un insetto sgradevole e ripugnante alla vista ? Proviamo a fare alcune considerazioni fuori dal coro, che tuttavia moltissimi lettori giudicheranno molto scomode, ma non per questo non veritiere. Il nostro paese sta cambiando in seguito a due sorprendenti mutazioni, la prima riguardante il fronte sociale e la seconda quello industriale. Partiamo dalla prima pertanto.  Il tessuto sociale italiano è iniziato a cambiare a seguito di due gradienti evolutivi che la maggior parte di tutti noi ha accettato con eccessiva leggerezza: una emancipazione femminile esageratamente controproducente che ha portato ad eccessi nel costume sociale e nella viat di tutti i giorni e l'ingresso senza alcun genere di controllo di etnie extracomunitarie disposte a tutto pur di migliorare il loro poverissimo stile di vita. Il primo gradiente ha causato la nascita di una fascia sociale (prettamente maschile) dai mezzi di sostentamento economici molto limitati: sto parlando di centinaia di migliaia di padri trentenni e/o quarantenni che sono costretti a pranzare alla Caritas o a ritornare dalla mamma in quanto il peso degli alimenti alla ex moglie rende impossibile una vita decorosa. 

Questo chiaramente ha conseguenze economiche che adesso cominciamo appena a percepire. In meno di trent'anni la coesione della famiglia tradizionale italiana (che ha rappresentato uno dei punti di forza del nostro paese ed anche l'invidia che suscitavamo agli altri) si è, anno dopo anno, sempre più ridimensionata sino ormai al suo completo annullamento.  I matrimoni “drinkcard” sono all'ordine del giorno: tuttavia l'emancipazione femminile spinta all'eccesso è costata molto cara anche alla donna che vede ora nel maschio un partner debosciato ed insicuro, intimorito dall'idea di intraprendere una relazione seria, per le possibili implicazioni economiche in caso di default matrimoniale. Allora si preferisce piuttosto creare un circuito farlocco di relazioni ed effusioni sentimentali incentrate sulle disponibilità dei “trombamici” (uomini o donne che si rendono disponibili per rapporti sessuali a chiamata senza impegni e vincoli di natura sentimentale). Questo è avvenuto parallelamente in tutti i paesi occidentali, ma nel nostro gli effetti di questa devoluzione sono stati più incisivi: i bamboccioni che stanno a casa con la mamma per paura di un matrimonio che ti metta fuori combattimento fa parte di un pensiero dominante della nostra epoca. Non voglio esprimere giudizi: ma ognuno di voi giudichi se si viveva meglio all'inizio degli anni settanta oppure adesso, chiaramente in termini di stabilità e pianificazione familiare.

Il secondo gradiente ha invece permesso l'entrata di milioni di individui extracomunitari, con il solo scopo di offrire loro una occupazione (solitamente di manovalanza) mal retribuita: questo ha consentito a grandi aziende e gruppi industriali di sostenere minori oneri per l'attività manifatturiera ed al contempo ha abbassato copiosamente i livelli reddituali dei lavoratori italiani. Oltre a questa straordinaria opportunità economica per le maestranze operaie italiane, abbiamo dovuto assistere anche alla proliferazione di deliquenza e criminalità dilagante nelle nostre città. Tutto questo perchè l'integrazione (che non esiste di fatto) ci è sempre stata disegnata come una grande opportunità di crescita per il paese. A distanza di anni abbiamo visto solo crescere la delinquenza, la criminalità, lo spaccio di droga, lo sfruttamento della prostituzione ed il disagio di chi vive nelle città oggetto di insediamento da parte di queste etnie.

La seconda mutazione, quella che ci ha portato allo stadio pupale, riguarda invece la trasformazione del potenziale imprenditoriale ed industriale. Forse piu che di trasformazione si dovrebbe parlare della polverizzazione di quello che rimaneva. Il miracolo economico è scaturito perchè ci siamo messi a produrre e realizzare tutto quello che consumavamo, dalle automobili alle scarpe. L'attività produttiva era il cuore ed al tempo stesso la ricchezza del paese: creando posti di lavoro, generando gettito fiscale e producendo benessere. Da oltre cinque anni abbiamo intrapreso la strada opposta: smobilizzando le fabbriche ed importando da fuori quello che un tempo realizzavamo in casa nostra. Fermatevi un momento a riflettere la mattina quando vi alzate: dal rasoio ai vestiti, dal lavandino alle sedie del salotto, niente di tutto questo viene piu prodotto in Italia. Il che si traduce in milioni di posti di lavoro che mancano all'appello ed in miliardi di euro di gettito fiscale in meno. Da paese un tempo manifatturiero stiamo diventando un paese avventuriero. Non ho dubbi che cosa uscirà dalla crisalide.

Con il termine “sermone” si suole indicare un discorso di ammonimento e/o di rimprovero oppure la predica rivolta ai fedeli da un pastore protestante all'interno di una comunità cristiana. In Italia non piacciono i sermoni, nemmeno quando a farli è lo stesso Benedetto XVI. Stiamo vivendo un mese di profonda tensione finanziaria a causa del possibile default della Grecia. Quello che poteva sembrare impossibile due anni fa oggi è una realtà plausibilissima. Ritengo che anche a voler ascoltare un sermone su quello che potrà accadere, il tutto rimarrà come sempre inascoltato o mal apprezzato. Deltronde anche quattro anni fa mi derisero per quello che ipotizzavo sarebbe accaduto a livello planetario: gli stessi ora mi invitano ai talk show o mi chiedono di scrivere nel loro quotidiano. 

L'escalation finanziaria non lascia molto all'immaginario: dopo Grecia, Portogallo e Spagna, toccherà all'Italia (e forse anche all'Inghilterra). Ho già avuto modo di scrivere sull'argomento, la domanda che tuttavia mi pongo ora è che tipo di Italia si troverà a reagire ad un momento infelice avendo subito una metamorfosi cosi radicale, tanto da non riconoscerla quasi più ? La perdita di coesione familiare unita all’incapacità di una coppia moderna separata di supportarsi a vicenda in un momento diridimensionamento economico, la presenza di individui extracomunitari che sanno come arrangiarsi (a modo loro) quando la tal azienda delocalizza o fallisce, tutto questo difficilmente disegna un quadro di conforto sul come verrà affrontata l’uscita dallo stadio pupale per l’ormai defunto Bel Paese. Come ci raccontava Dante entrando all’Inferno: lasciate ogni speranza, voi che entrate.


Messori: via dagli uffici la foto di Napolitano

04/11/09 Intervista di Andrea Tornielli pubblicata su'Il Giornale'

«Seguendo questa logica pericolosa e settaria, dovendo rispettare anche i sentimenti politici oltre che quelli religiosi, perché non chiedere che dagli uffici pubblici sia tolta l’effigie del presidente Napolitano?». Vittorio Messori è in Spagna, per l’uscita del suo ultimo libro, ma non rinuncia a ragionare anche provocatoriamente sul tema del giorno.

Come reagisce alla sentenza di Strasburgo?
«Sono rattristato, amareggiato ma non scandalizzato. L’amarezza nasce da questa considerazione: da molto tempo ormai il crocifisso non è più soltanto un segno religioso, ma è diventato un simbolo umano per eccellenza, il simbolo dell’ingiustizia e della resistenza al male».

Volerlo cancellare è un’offesa alla religione cristiana?
«No, è un’offesa, anzi un peccato contro la storia. Il cristianesimo, la croce, ha a che fare con le origini della civiltà europea e dunque questa sentenza non va contro la religione, ma va contro la nostra storia e il senso della realtà».

Perché è importante il riferimento alle radici cristiane dell’Europa?
«Senza il cristianesimo il nostro continente non esisterebbe o nel caso esistesse, sarebbe assolutamente diverso. Nel V-VI secolo l’Europa non esisteva più, invasa da popoli nuovi provenienti dal Nord. L’amalgama tra la romanità e i barbari fu soltanto la Chiesa cattolica. Furono quelle ventimila abbazie che costellarono il continente, dalla Scozia a Pantelleria, da Lisbona fino a Kiev. I monaci hanno dato un contributo essenziale alla formazione della nostra civiltà».


Quei teppisti chic della sinistra pronti allo sfascio

09/10/09 Di Marcello Veneziani per 'Il Giornale'

Un paese svogliato viene spinto sull'orlo della guerra civile. Un paese ammosciato, chiuso nel proprio ambito privato, viene eccitato e avvelenato ogni giorno, con dosi sempre più massicce, al punto da spingerlo, come non accadeva da decenni, a odiare il prossimo suo più di se stesso. Un paese assediato da una minoranza di colore (ideologico) che gioca allo sfascio del paese e del suo governo in tutte le sedi, interne e internzionali, giudiziarie e mediatiche. E' quel che accade nell'Italia del 2009 attraverso un fuoco incessante che passa dai giudici alle escort, dagli europarlamentari ai giacobini feroci del video, della politica fino alle loro milizie, armate di veleno che   ulcerano redazioni, scuole, università, programmi e salotti. Dal de bello fallico di quest'estate al de bello civili autunnale, parafrasando Cesare: ora non resta che Bruto con le sue pugnalate. Finora abbiamo parlato della guerra nei Palazzi, e tra i Palazzi, quelli ove siedono i governi voluti dal popolo a quelli ove siedono i signori delle oligarchie.


Tornano in libreria 'I colloqui di Mussolini con Brand e Zarathustra' di Donatello D'Orazio

27/10/10 di Renato Besana

Soltanto la tenacia d’un piccolo editore, Solfanelli, ha saputo sottrarre all’oblio Donatello D’Orazio (1896-1986), di cui tornano in libreria “I colloqui di Mussolini con Brand e Zarathustra”, apparsi per la prima volta nel 1956. Sono brevi pagine di lampeggiamenti e malinconie, che molto raccontano anche del suo autore: abruzzese di Chieti, critico letterario, sua la prima recensione di Svevo, inviato speciale e corrispondente di guerra, D’Orazio fu anche romanziere e saggista acuto, senza enfasi né pedanterie, come in “D’Annunzio del libro mancato”, uscito postumo lo scorso anno.

Chi lo conobbe di persona lo descrive come un gentiluomo d’altri tempi, austero e salace, maestro nell’arte oggi smarrita della conversazione (Evola? Ah sì, quell’ufficialetto elegante). Doti, queste, che si ritrovano nei “Colloqui”. L’incipit mescola sapientemente realtà dei fatti e finzione narrativa: Mussolini, arrestato nel pomeriggio del 25 luglio, viene tradotto qualche giorno più tardi a Ponza. Gli portano “un po’ di roba, come capita a tutti i carcerati”; tra le sue cose, dove avrebbe dovuto esserci uno specchio, trova un volume con il teatro di Ibsen, compreso il “Brand”. Il 29 luglio, per il suo compleanno, riceve da Hitler l’opera omnia di Nietzsche. La metafora trasparente dei libri che si fanno specchio è la chiave interpretativa offerta ai lettori: i personaggi dell’invenzione letteraria costituiscono ciascuno un doppio del dittatore.   

Zarathustra, a sua volta, trova un doppio in Brand, che ne rappresenta lo specchio oscuro: l’uno scende dalla montagna con il dono di parole fiammeggianti e l’altro vi risale, inseguendo la propria rovina. Il protagonista del dramma ibseniano è un pastore protestante prigioniero d’una fede rigorista, senza perdono; il suo “tutto o niente” lo conduce a perdere la comunità che gli è stata affidata, la madre, la moglie, il suo stesso figlio, finché, corroso dalla follia, trova la morte tra i ghiacci insieme all’ultima, stralunata compagna.


Omaggio a Gianfranco Miglio

Agosto 2009 Marcello Veneziani

Il 10 Agosto ricorre l'ottavo anniversario della scomparsa del Professor Miglio grande studioso della politica, vincitore del Premio Madesimo nel 1996 insieme a Marcello Veneziani e presidente onorario del nostro Circolo dal 1999 .  Il Circolo  affida a Marcello Venziani il compito di ricordarne la figura e l'opera.  


Nostalgia padana. Io uomo del sud, inguaribilmente italiano, romano, mediterraneo e meridionale, ho nostalgia canaglia dell'inventore della Padania. Parlo di Gianfranco Miglio, che passa sui giornali per l'ideologo della Lega e il fondatore della Padania. Ma lui ideologo non fu, ma gran scienziato della politica, studioso e un po' stregone, il più grande allievo nostrano di quel mostro di lucidità e cattiveria che fu Carl Scmhitt. E difatti Schmitt, negli ultimi anni della sua vita, definì Miglio il pensatore della politica più lucido d'Europa. La Lega lo sta riscoprendo come suo padre spirituale, e fa bene. Ieri al circolo della stampa di Milano, Roberto Maroni, il direttore della Padania Leonardo Boriani, Mario Borghezio, Albertoni e Rognoni ed io, abbiamo ricordato il professor Miglio in occasione della ristampa di un suo libro del '42. Fu lui alla fine degli anni ottanta a scoprire, come Cristoforo Colombo, la Padania in un viaggio da casa a casa, che fece intorno al suo giardino. Ci arrivò tramite il federalismo, la secessione, le macroregioni, le sue tre caravelle.

Ma io, che mi sono fermato qualche Miglio indietro, vorrei ricordare due tre cose di lui che precedono la scoperta della Padania. In primo luogo Miglio fu tra i primi in Italia che spezzò il circuito cerimonioso degli adoratori della democrazia parlamentare e del formalismo giuridico. E importò categorie toste come il conflitto alle origini della politica, la dialettica amico-nemico, come l'aveva figurata Schmitt, l'idea del leader come decisore, il legame fiduciario diretto tra capo dell'esecutivo e popolo.  Mi ricordo ancora da ragazzo quando studiavo un esame di filosofia della politica e scoprì tra tanti Bobbio, Passerin d'Entreves ed altri studiosi che oscillavano tra il pensiero liberale e il pensiero marxista, passando per il socialismo e il cattolicesimo democratico, le pagine toste di questo Professore della Cattolica, preside di facoltà, che guardava alla realtà della politica con realismo crudo, e citava quel terribile Schmitt che era stato cassato dalla cultura politico-giuridica del tempo perchè infettato dal nazionalsocialismo. Mi avvicinai a Schmitt a causa sua, prima che lo scoprissero poi a sinistra Tronti e Cacciari, e poi tanti altri.

Ritrovai Miglio nei primi anni ottanta quando all'epoca di Craxi dette forma compiuta al presidenzialismo con il gruppo di Milano. Disegnò una reprubblica presidenziale. Più tardi mi dirà, quando gli ricorderò queste sue imprese, che quel gruppo però era composto da antifederalisti; ma lui ne era il capo...Da allora Miglio cominciò quella sua lotta con la Costituzione, che chiese di riformare, anche con qualche strappo. Non era di quelli che credevano all'intoccabilità della Costituzione, la considerava un frutto della storia e non della religione, dunque modificabile.

Ma Miglio entrò a far parte dei miei pochi riferimenti viventi quando teorizzò una Repubblica mediterranea per l'Italia. Scrisse memorabili pagine per rivendicare la peculiarità italiana. L'Italia, disse non è come i paesi nordici e protestanti, in cui vige il comando impersonale della legge; ma è un paese mediterraneo in cui conta molto la mediazione personale. Da qui dunque l'idea di una repubblica con un leader carismatico e fondata su un rapporto fiduciario e diretto tra popolo e leader. Anche perchè Miglio, che riconosceva schmittianamente l'autonomia sovrana della politica, non amava il dominio delle oligarchie, finanziarie, tecnocratiche o d'altro tipo. Non voleva neutralizzare la politica ma caricarla di pathos decisionista e partecipativo. Oggi lo chiamerebbero populismo, ma Miglio  era sicuramente un fautore del decisionismo su base popolare.

Quando diventò teorico del federalismo, della Lega e della secessione, io gli ricordai in più occasioni, anche nel libro che scrivemmo insieme e che Libero ha ripubblicato (il dialogo Padania, Italia), la sua repubblica mediterranea. Ma lui spiegò la sua mutazione con una lucida deviazione. Disse che la repubblica mediterranea era stata pensata per l'Italia, dunque per roma e il sud, non per la padania. E si ritirò in una cultura nordico-protestante che era estranea al suo humus cattolico e schmittiano.

Ci vedevamo quasi ogni estate a Madesimo con Miglio, perchè presiedevamo un premio che avevamo per primi condiviso nel '96. L'ultima volta che lo vidi la sordità era peggiorata e le sue orecchie appuntite, che sembravano le antenne di un alieno, si erano ancor più divaricate come se se cercassero disperatamente di captare le parole. C'era uno strano feeling con lui, nonostante avessi la metà dei suoi anni e fossi dell'altra metà d'Italia. Ma lui non era un accademico pomposo; gli piaceva anzi fare un po' il genio del male, di quelli che predicono catastrofi, con una punta di sadica allegria. Grazie a lui la cultura politica riprese il contatto con la terra, sottraendosi al non-luogo e riscoprendo le identità territoriali. Peccato che non ebbe la possibilità di fare il ministro della riforme nel primo governo Berlusconi, che fu affidato curiosamente a tale Speroni, forse per non scontentare i professori del Polo (Miglio, Urbani, Fisichella ed altri). Ma i tempi e i modi della politica non sono quelli della cultura. Vale per lui quel che accadde a Machiavelli che quando scrisse il Principe donò il primo esemplare a Lorenzo de Medici - che non era Lorenzo il Magnifico- insieme a due cani da caccia. E il sovrano apprezzò molto i due segugi, trascurando il libro...Ma Il Principe di Machiavelli restò nei secoli e nel mondo; di quel Lorenzo, invece, non si ricorda nulla, quasi come i suoi cani.


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