Bella Hawaiana Banana Italiana

25/08/11 Di Eugenio Benetazzo per www.eugeniobenetazzo.com

di Eugenio Benetazzo 26/08/2011


Nella storia del cinema italiano agli inizi degli anni settanta una straordinaria commedia, Polvere di Stelle, interpretata dal grande Alberto Sordi narrava le peripezie fortunate e sfortunate di una compagnia teatrale di avanspettacolo che tentava di sbarcare il lunario durante la seconda guerra mondiale, in concomitanza dell'occupazione italiana da parte  dell'esercito americano. Il sogno di raggiungere la notorietà ed il successo a cui aspirano i protagonisti attraverso una tournee stravagante si trasforma purtroppo in una effimera e amara illusione. La stessa che avranno milioni di risparmiatori italiani nel tentativo di riassestare maldestramente all'ultimo minuto parte del loro portafoglio a fronte di quello che sta emergendo in termini di rischio finanziario per il nostro paese.


Sono centinaia e centinaia le e-mail che mi arrivano in questi giorni chiedendomi dove e come si può comprare oro fisico, con il prezzo che ormai ha abbondantemente superato la soglia dei $ 1800 per oncia: nessuno di loro è disposto a riflettere su quello che sta richiedendo ovvero acquistare metallo giallo dopo che da anni non ho fatto altro che consigliarlo. Dal punto di vista giornalistico sono interessanti anche le richieste di come aprire un conto in Svizzera e depositarvi franchi svizzeri nell'intento di proteggersi da sempre più probabili manovre di prelievo coatto sulle giacenze bancarie da parte del Governo in Italia. Anche qui mi viene da sorridere pensando ai poveri illusi che vogliono cambiare l'euro contro il franco svizzero quando il rapporto di cambio ormai è prossimo alla parità, quindi assolutamente non conveniente.

Inoltre permane ancora l'illusione che la Svizzera possa essere un paese in grado di dare una qualche sorta di protezione è, sine ulla dubitatione, ormai fuori luogo. Le banche svizzere possono proteggervi solamente se avete depositi che non rispettano la legislazione sul monitoraggio fiscale italiana, in buona sostanza ha senso aprire un conto in Svizzera solo se il deposito non è dichiarato in Italia e quindi lontano dagli occhi dell'Agenzia delle Entrate, il che espone il piccolo risparmiatore ha ingentissimi rischi e sanzioni, oltre a svariati reati. Personalmente sconsiglio nella maniera più assoluta di effettuare queste tipologie di deposito. Sul piano fiduciario le banche svizzere non sono più tanto credibili, il caso UBS ha fatto storia, inoltre molte di loro hanno una situazione patrimoniale ben peggiore di quella di grandi banche italiane.

Continuo a dirvelo e scriverlo: se volete un pezzo di carta sicuro compratevi un titolo di Stato norvegese, ma anche per questo è ormai troppo tardi. Non dimentichiamo comunque che il mercato azionario, attuale termometro dello stato di crisi, sconta probabilmente al momento lo scenario peggiore: in questi termini pensare ad una selettiva attività di stock picking nei confronti di alcuni titoli azionari, con i prezzi ai minimi storici, che hanno rendimenti (yield) attraverso il flusso di dividendi attesi di oltre il 6/7% possa essere preferita alla detenzione di titoli di stato, che rappresentano quote di debito di dubbio rimborso nel medio/lungo termine. Non sono casuali a riguardo i limiti imposti dalla Consob alle vendite allo scoperto e i repentini congelamenti delle quotazioni nei confronti dei titoli bancari: segno evidente che non si vuol far scendere ulteriormente i livelli di prezzo di determinate grandi aziende italiane.

Non parlo poi delle sconsiderate composizioni di portafoglio che hanno la maggior parte dei risparmiatori italiani ancora ad oggi, nonostante quello che è accaduto dalla scorsa estate nessuno ha provveduto a ristrutturare il proprio dossier titoli, la maggior parte dei quali sono ancora sono composti solo da governativi italiani. C'è chi dorme sonni tranquilli avendo in pancia solo un BTP o un CCT di centomila euro e sogna la fortuna come Mimmo in Polvere di Stelle, quando sono mesi e mesi che consiglio di prendere posizione attraverso fondi flessibili oppure obbligazionari dinamici. Oggi è inutile comunque nascondersi, l'illusione ormai è svanita, ci aspetta il conto per come abbiamo vissuto e per come abbiamo amministrato la cosa pubblica, tanto in Italia quanto in Europa: prima familiarizzeremo con questo concetto e le sue possibili conseguenze e prima saremo mentalmente e finanziariamente preparati a quello che ci accadrà.



L'Europa del futuro

21/11/11 Tratto da Dagospia

DISUNIONE EUROPEA  DISUNIONE EUROPEA


Benvenuti nell'Europa del 2021. Niall Ferguson, sul "Wall Street Journal", immagina cosa sarà il Vecchio Continente 10 anni dopo la crisi attuale in un lungo articolo che è al primo posto tra quelli più letti sul sito del quotidiano americano. Ebbene, una decade dopo la crisi, passata non senza essersi presa lo scalpo di almeno 10 governi, Francia e Spagna inclusi, in Europa circola ancora l'euro, anche se più in forma elettronica che in contante. Vienna ha sostituito Bruxelles come capitale di ciò che ormai ha preso il nome di Stati Uniti d'Europa (Use).


EUROPAEUROPA

Ma per l'Italia e gli altri paesi periferici (Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia) le cose continuano ad andare male: la disoccupazione è salita al 20%. Tuttavia, la creazione di un nuovo sistema fiscale federalista, nel 2012, permette un continuo flusso di denaro proveniente dal cuore pulsante del Continente. Nell'Europa del sud un quinto della popolazione ha più di 65 anni e un altro quinto è senza lavoro. Di conseguenza la gente ha tutto il tempo per godersi i piaceri della vita e all'interno di questa economia grigia si possono fare un sacco di euro lavorando come giardinieri o camerieri nelle seconde case dei tedeschi.

L'euro è stato adottato anche in Lituania e Lettonia e Polonia, che insieme all'Estonia sono divenuti i paesi che più ogni altro attraggono gli investimenti della Germania per le loro tasse e per i loro salari bassi. Ma la Use ha anche perso pezzi: in Gran Bretagna David Cameron ha ceduto alla pressione degli euroscettici ed è stato votato il referendum che, anche grazie alla campagna promossa dai tabloid inglesi, ha portato all'uscita dall'Unione con una percentuale di favorevoli pari al 59%.


ITALIAITALIA

Forse sarebbe stato conveniente che l'Europa del 2021 avesse i suoi cardini in Roma e Atene, culle della civiltà occidentale. Ma Papandreou e Berlusconi non sono stati affatto le prime vittime di ciò che potremmo definire la maledizione dell'euro, una moneta "ammazza-governi". Dal giugno 2010 ne erano caduti già sette: Paesi Bassi, Slovacchia, Belgio, Irlanda, Finlandia, Portogallo e Slovenia. E poi la Spagna. E poi? Facile: Nicolas Sarkozy.

Lo scenario immaginato da Niall Ferguson va oltre, racconta la sconfitta della Merkel alle elezioni del 2013 e l'ascesa, un po' ovunque tranne che in Germania, dei partiti ultranazionalisti. Proprio sulla spinta di uno di questi, il True Finns, si è costituita la Norse League che comprende tutta la Scandinavia, la Danimarca e l'Islanda.

L'euro, nonostante le fosche analisi che giravano nel 2011, è sopravvissuto grazie all'incisiva azione di Mario Draghi che alla fine è riuscito a trasformare la Banca centrale europea in un prestatore di ultima istanza...

2- DISUNIONE EUROPEA - NESSUNO HA MAI DETTO CHE L'INTEGRAZIONE È FACILE - ALCUNI MOMENTI AGITATI NELLA RECENTE STORIA EUROPEA
Dichiarazioni di leader europei raccolte dal "Wall Street Journal"

- "Hai perso una buona occasione per tacere... siamo stufi delle tue critiche e del tuo dirci cosa dobbiamo fare" - (il presidente francese Nicolas Sarkozy al primo ministro inglese David Cameron, Summit UE a 27, ottobre 2011)

- "In tutti i dati che vengono sventolati in giro riguardo la tassa sulle transazioni finanziarie, è giusto ricordare il fatto che circa l'80% delle tasse verrebbero prelevate da società operanti nel Regno Unito. A volte sono tentato di chiedere ai francesi se vorrebbero una tassa sui formaggi" - (David Cameron, discorso alla Camera dei Comuni, novembre 2011)

- "Margaret Thatcher mi ha sempre fatto venire dei gran mal di testa" - (l'ex cancelliere tedesco Helmut Kohl, dichiarazione contenuta nel suo libro di memorie, 2005)

- "Non voglio essere maleducato, ma sa, in realtà, lei ha il carisma di uno straccio umido e l'aspetto di un impiegato di banca di basso livello" - (il membro inglese del Parlamento Europeo Nigel Farage a Herman van Rompuy, ex primo ministro belga e presidente del Consiglio Europeo. Parlamento Europeo, febbraio 2010)

- "Parma è un sinonimo di buona cucina. I finlandesi non sanno neanche cosa sia il prosciutto" - (Silvio Berlusconi, sulla proposta di creare l'Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare in Finlandia invece che a Parma. Dicembre 2001)

- "Ha parlato di paesi grassi e gonfi di soldi che non sono pronti a fare qualcosa per i paesi poveri, e stava guardando noi" - (il ministro degli esteri olandese Bernard Bot, riferendosi al presidente francese Jacques Chirac, giugno 2005) 


TRATTO DA DAGOSPIA 21/11/2011


Ora che l'Italia Ŕ in manutenzione dai tecnici e la politica Ŕ disconnessa, senza copertura di rete, Ŕ il momento giusto per guardarci in faccia e allo specchio.

20/11/11 Di Marcello Veneziani per Il Giornale

Per anni la politica si è rivolta alla pancia degli italiani, chi spingendosi fino al sottopancia, chi invece alla bile, i suoi travasi e odii viscerali. E' tempo di rivolgersi all'anima degli italiani, con disperata fiducia. La sintesi dei mali di cui soffrono gli italiani si condensa in una frase cornuta: si sono persi d'animo, hanno perso l'anima.

I guai degli italiani sono veri e seri, concreti e materiali, ma discendono da lì, da quel perdersi d'animo/d'anima. Da un verso scorati, impauriti, sfiduciati. E dall'altro cinici, disamorati, disanimati. Un paese di cartoni animati e di anime cartonate. L'emergenza vera, che nessun governo tecnico e nessuna politicuzza di basso profilo sa capire ancor prima di affrontare, è lo spread dell'anima che schizza nel nulla di un paese stanco.

Siamo passati dai Tremonti ai due Mari (Draghi & Monti) e temiamo che Mario sia diminutivo di marionetta, manovrata dai Poteri Estranei. Però è desolante la risacca della politica che si ritira lasciando carcasse alla deriva. La politica si liberò dalle idee per rispondere alle istanze concrete, ma poi non ha risolto i problemi pratici, anzi ci ha inguaiati e poi si è arresa ai tecnici. Ha tolto i sogni senza rispondere ai bisogni.

Che crepi, allora. Chissà che nel vuoto non risorga la Grande Politica... Perché non si vive di sola Ici, mettiamo anima nelle cose.

Cazzo, siamo uomini non portafogli.


'Io sto con la libertÓ degli afgani'

12/04/11 Di Massimo Fini per Libero

CaroBorgonovo, 
anche a me piacciono le belle ragazze (c’ho scritto un libro: Dizionario erotico. Manuale contro la donna a favore della femmina). Ma non le ho mai pagate. Questo però non c’entra niente col mio libro. Tu sembri ossessionato dal berlusconismo esattamente come i suoi avversari, con una visione provinciale che non fa onore né all’una né all’altra parte.

Nei Talebani io difendo innanzitutto il diritto elementare di un popolo, o di una parte di esso, a resistere all’occupazione dello straniero, comunque motivata. Altrimenti dobbiamo avere il coraggio e la coerenza di prendere la tanto conclamata Resistenza italiana, che fu in realtà opera di poche migliaia di uomini e di donne coraggiose, e di buttarla nel cesso. Degli afgani, e in generale dei cosiddetti “popoli tradizionali”, io apprezzo alcuni valori prepolitici che sono venuti completamente meno in Occidente: coraggio, fisico e morale, dignità, lealtà, rispetto della parola data («Il Mullah Omar se promette una cosa la fa», dice Abdul Salam Zaeef che si è distaccato da tempo dal movimento talebano ma che ha conosciuto da vicino il leader) e, per quello che riguarda in particolare i Talebani, l’integrità e l’incorruttibilità. Quando il Mullah Omar si rifugia presso il capo tribale Walid i marines vanno sul posto e ne chiedono l’immediata consegna. Sulla sua testa pende una taglia di 25 milioni di dollari. Con una cifra simile, da quelle parti, si compra tutto l’Afghanistan e anche un po’ di Pakistan. Walid farà solo finta di trattare, per permettere a Omar di guadagnare terreno sui suoi inseguitori. Quando Zaeef, che non è un cuor di leone, viene catturato dagli americani che prima lo sottopongono al “trattamento Abu Grahib”, che non è una deviazione sessuale di qualche soldato o soldatessa depravati ma una pratica della “cultura superiore”, poi alle torture vere e proprie e quindi gli promettono libertà e un mucchio di soldi, Zaeef risponde: «Non c’è prezzo per la vita di un amico e di un compagno di battaglia». Tu sai - perché la cronaca ce lo dice ogni giorno - a quali prezzi oggi si vendono gli uomini e le donne in Italia, senza che ci sia bisogno di metterli sotto tortura. E non parlo solo di denaro, ma degli umilianti infeudamenti, al bacio delle babucce, a cui tantissimi si sottopongono pur di avere, quasi sempre immeritatamente, un posto di rilievo nella società.


Evola spinse la destra a 'cavalcare la tigre'

04/11/11 Di Marcello Veneziani per Il Giornale

Come nel detto cinese, il filosofo "proibito" voleva insegnare ai conservatori come resistere alla forza dirompente della modernità. Ma pochi hanno capito (e applicato) la lezione
Non so cosa avrà capito il ladro che mi rubò la Mini Minor e si trovò sul sedile una copia, tutta sottolineata e chiosata, di Cavalcare la tigre di Julius Evola. La sua perdita mi fece soffrire quasi più dell’auto rubata.
Avevo vent’anni e consideravo quel libro una specie di manuale pratico di filosofia di vita, un codice d’onore in epoca disonorata, un galateo indispensabile per un Vero Signore, ma non nel senso alto borghese in cui ne scrisse Giovanni Ansaldo o, peggio, delle buone maniere prescritte dalle donne Letizia dei rotocalchi. Il Signore evoliano era «l’uomo differenziato», fiero di distinguersi dalla massa. La sua era un’opera da asceta in campo, come uno Zarathustra disceso dai monti in piena epoca nichilista.

Cavalcare la tigre è un manuale di sopravvivenza metapolitica per chi dissente dal proprio tempo e dal mondo in cui vive; ma, non potendolo modificare, preferisce ritirarsi in attiva solitudine e padroneggiarlo, cavalcarlo per non essere travolto. «Cavalcare la tigre» è un motto cinese, rispolverato anche da Mao, e suggerisce non di affrontare la tigre o tentare la fuga, ma di saltarle in groppa e correre su di lei. È un breviario aristocratico di nichilismo attivo per chi ha scelto non la politica, ma l’apolitìa, come la chiama Evola, o la scelta «impolitica» come invece l’aveva definita Thomas Mann.Cavalcare la tigre compie ora cinquant’anni e la Fondazione Evola diretta da Gianfranco de Turris ha deciso di ricordare quell’opera che ebbe un effetto bomba sulla destra giovanile, soprattutto quella radicale. E ha organizzato all’Accademia di Romania in Roma un incontro per discutere di quel libro di culto che pervase almeno tre generazioni di non conformisti. Dal ’61 ad oggi continua a essere ristampato continuamente; l’edizione più recente ha l’introduzione di Stefano Zecchi e la postfazione di de Turris, che è il curatore dell’opera omnia evoliana.

Cavalcare la tigre è l’opera di un pensatore legato alla Tradizione il quale, vivendo nell’irreversibile Età Oscura (kaly yuga), in preda a decadenza, desolazione e rovine, favorisce la corsa verso la dissoluzione perché solo raggiungendo il punto zero si potrà poi risalire e invertire la rotta. Una posizione che rischia la complicità con i dèmoni della decomposizione. L’anomìa, il caos, la trasgressione, l’anarchia diventano per l’evoliano occasioni per temprarsi.
Cavalcare la tigre fu il ’68 della destra colta e radicale, la trasgressione nel nome della tradizione. Un Sessantotto ante litteram, uscito ben prima dell’Uomo a una dimensione di Marcuse o della sua Teoria della liberazione e delle altre opere che furono breviari del ’68. Come il suo coetaneo Marcuse (nacquero ambedue nel 1898 e morirono negli anni Settanta) aveva fatto precedere i suoi testi sulla contestazione globale da un saggio sulla liberazione sessuale, Eros e civiltà, così Evola fece precedere la sua tigre dionisiaca da un testo dedicato alla Metafisica del sesso, in cui la trasgressione sessuale poggiava sulla pratica orientale del Tantra.
Nelle mani dei giovani radicali di destra Cavalcare la tigre diventò un libro pericoloso. Ma non perché istigasse alla violenza e al terrorismo, come pensarono alcuni questurini dell’ideologia, ma perché diventò un nobile alibi per scelte anarco-individualiste, per esperienze trasgressive e alienanti e per la fuga dalla politica. Fu la via d’accesso per entrare da destra nel dionisismo di massa che poi esplose nel ’68. O, per altri versanti, fu una password verso l’uso della modernità e dei suoi mezzi, quel «modernismo reazionario» di cui scrisse J. Herf.
Chi cercò invece di restare nell’ambito della milizia politica, vide Cavalcare la tigre come un fiume di confine per tentare una sintesi tra il radicalismo rivoluzionario di destra e quello di sinistra, o anarco-comunista. L’ibridazione assunse vari aspetti, tra cui quello nazi-maoista, e affiorò nella fase iniziale del ’68, per poi lentamente dissiparsi nel livore partigiano degli anni Settanta. Alla fine prevalse l’individualismo, il rifiuto della politica, magari il culto dell’esteta armato, ma nella disperazione eroica e nel rifiuto stoico; genere Yukio Mishima, per intendersi.
Quel libro divenne l’alibi per esperienze trasgressive, ma anche per comportamenti sdoppiati, quasi schizoidi o perfino per piccoli compromessi col presente. Fu un alibi sontuoso per cedimenti meschini o comunque umani, troppo umani.
In quel testo Evola tornava alla sua gioventù dadaista e all’Autarca, l’individuo assoluto della sua prima filosofia. Tornava a Nietzsche e al suo nichilismo attivo, incontrava Ernst Jünger, del quale tradusse - nello stesso periodo in cui scriveva Cavalcare la tigre - l’Operaio, e al poeta Gottfried Benn. Fra il Tantra e Dioniso. Poi, davanti al ’68, Evola tornò alla Tradizione, si spinse nel ruolo di teorico di una Destra metastorica e postfascista e si spense nel ’74, in piena epoca di stragi «nere» che gettarono su di lui un’ingiusta luce diabolica, da Grande Ispiratore.
Poi la tigre disarcionò i suoi cavalcatori e continuò a correre verso il nulla.
Fonte: IL GIORNALE 04 novembre 2011 -di Marcello Veneziani 


Gheto capio

19/01/2010 Di Eugenio Benetazzo per www.eugeniobenetazzo.com

Nel dialetto veneto, soprattutto nell'hinterland vicentino, vi è una locuzione verbale molto diffusa, "gheto capio" che significa "hai capito ?" utilizzata spesso anche come modo per intercalare durante una conversazione con uno o più interlocutori. Scrivo questo redazionale per rispondere alle accuse di leghismo e razzismo che mi sono state rivolte in occasione della pubblicazione di un altro articolo di inchiesta, al cui interno analizzavo la società americana sulla base della sua attuale situazione macroeconomica come conseguenza della sua stessa struttura sociale. Premetto che i complimenti ed apprezzamenti migliori li ho ricevuti proprio da persone che vivono e lavorano negli States da anni, i quali hanno confermato pienamente l'outlook di analisi che ho dipinto per l'America dei 50 Stati. Le accuse più infamanti invece sono arrivate da lettori italiani (molti dei quali non hanno mai visitato il paese in questione) che hanno recepito il mio redazionale come una manifestazione di appoggio politico a questa o quella forza politica.


Halloween

02/11/11 Di Franco Cardini per FRANCOCARDINI.NET

Parliamone ora, a cose fatte e, come si dice, a bocce ferme. Il farlo prima avrebbe potuto passare per inutile polemica passatista, lotta contro i mulini a vento. Ora invece ha un senso perché siamo freschi di immagini, di esperienze. E abbiamo tutto il tempo di prepararci per l’anno prossimo. 
Identità. Ne parlano tutti, specie certi gruppi di centrodestra. E’ diventato un segnale di appartenenza, un passaporto. Càpita dunque d’intervenire a focose riunioni nelle quali si viene esortati a lottare contro l’ipotesi che le nostre belle colline si riempiano di minareti, l’esotica silhouette dei quali rovinerebbe l’antica armonia dei nostri paesaggi con gli skylines dei preziosi, agili campanili e delle solenni, severe torri medievali.
Oddio, forse sarebbe facile obiettare che anche nel V secolo, alla gente abituata alle purissime linee dei templi di tradizione grecoromana, quegli ineleganti cosi sormontati da rumorose campane dovevano piacere proprio pochino. Oltretutto, erano contro al tradizione. Poi, ci siamo abituati. E le tradizioni sono mutate: perché le tradizioni sono dinamiche, hanno un loro metabolismo, sono tutt’altro che sempre uguali a se stesse. 
E si potrebbe inoltre obiettare, a chi oppone al diritto alla libertà di culto da parte di musulmani che sono ormai, sempre più spesso, cittadini italiani a tutti gli effetti, che non si capisce perché le riserve di carattere estetico-paesistico nel nome delle quali dovremmo opporci ai minareti (che non è detto siano né troppo alti, né per forza ispirati a un kitsch falso-orientale) non è mai valsa né per i discutibili Mac Donald’s, né per gli orribili centri commerciali, né per gli infami grattacieli che deturpano tanta parte dei nostri litorali, né per le spesso intollerabili villette a schiera, né per le oscene file delle pale eoliche che rovinano i profili di tante nostre già belle alture rocciose o boscose. 
Ma siamo evidentemente fatti così: vi sono tradizioni che siamo pronti a difendere con le 8unghie e con i denti e altre che abbandoniamo senza nemmeno rendercene conto.
Molte di quelle religiose e civili, ad esempio. Fino a qualche decennio fa, l’inizio di novembre era dedicato prima alle feste di Ognissanti, con le sue gaie fiere e i suoi dolci tipici; quindi, il giorno dopo, alla celebrazione dei defunti, durante la quale si visitavano i cimiteri e ci si portavano anche i bambini, ché imparassero a onorare tutti i loro cari, compresi quelli che non avevano mai conosciuti.
Ma erano vecchiumi confessionali, dei quali ci siamo fortunatamente quasi del tutto liberati. In cambio, ai primi di novembre ci diamo a una divertente kermesse macabro-infantile: tra zucche vuote e ghignanti di lucine cimiteriali, bambini abbigliati da deliziosi scheletrini, da ammiccanti streghette e da pallidi vampirucci – con qualche contorno di diavoletti e fantasmelli -, si aggirano tra noi ponendoci in più o meno improbabile inglese la fatidica domanda, “Trick or treat?”, dolcetti o scherzetti? Meglio asaudire le loro richieste: perché in caso contrario si rischiano ritorsioni anche
infantilmente feroci, tipo pesticciare i fiori in giardino, far pipì sulla soglia di casa o legare un petardo alla coda del gatto domestico.
E’ Halloween, vale a dire – con maggior precisione - All-Hallow-Eve, che letteralmente vuol dire (toh!...) “Vigilia di Ognissanti”. Ma come? Si è fatto tanto per liberarci da una noiosa festa ecclesiastica, e ce la ritroviamo tra i piedi in salsa yankee? E non succede solo da noi: proveniente dal New England, oggi la macabra festicciola impazza in gran parte del mondo, Russia e India comprese. Che cos’è mai accaduto?
Nulla di speciale. Semplicemente, la migrazione di simboli e di rituali che hanno davvero fatto un giro ampio, prendendola molto larga. 
Spieghiamoci meglio. 
Tanto per cominciare,sulla “lontananza” e l’ “estraneità” varrebbe la pena di discutere un po'. Da più parti è stato notato come anche in paesi dalle tradizioni fino ad oggi cattolicissime, quali la Sicilia o il Messico, la festa liturgica di Ognissanti e la solennità dei defunti, che le tiene dietro, sono è celebrata in modo sotto certi versi analogo a quanto fino ad alcuni anni fa accadeva nel New England: maschere da teschio e dolcetti a forma di ossi umani
venduti sulle bancarelle, ad esempio. Ma in Sicilia sembra che l'usanza risponda
alla cristianizzazione di antiche festività greco-pagane, in Messico a quella delle solennità azteche delle divinità dell'oltretomba. Cetro, nel Cinquecento gli spagnoli, a loro volta abituati a certi rituali un po’ macabri, se li sono ritrovati davanti dall’altra parte dell’Atlentico: e li hanno riportati indietro. 
Ma c’è di più. E qualcosa di molto preciso. Per comprenderlo, bisogna rifarsi al X-XI secolo d.C. e all'Europa celtica di quel tempo: larghe aree della Gallia ormai divenuta Francia e della Britannia ormai divenuta Inghilterra erano sì state invase da popoli germanici e soggette a una sistematica cristianizzazione, ma ciò non significava che gli antichi abitatori celti - in special modo in Irlanda, nel Galles e in Scozia - avessero rinunziato alle loro tradizioni. E' più facile mutar religione, quindi cambiar divinità e sistema teologico, che non riti, culti e costumanze.
Nel mondo celtico pagano, che tra VI e III sec. a.C. era esteso dal Portogallo al Caucaso ma successivamente si era andato restringendo dalla Scozia e dalla Bretagna al corso del Reno, si era soliti organizzare l'anno secondo un calendario lunare che lo ripartiva in tre grandi stagioni: la primaverile-estiva tra marzo e giugno, l'estivo-autunnale tra luglio e ottobre e l'autunno-invernale tra novembre e febbraio. Tale ultima stagione iniziava con la festa di Samain, consacrata alla natura che si andava addormentando nel letargo della fredda stagione e dedicata al culto degli antenati. Si riteneva che nei primi giorni del novembre i confini tra vivi e morti si annullassero e che gli antenati tornassero alla loro famiglie, che li onoravano con offerte votive.
Niente di strano, del resto: greci e latini conoscevano feste analoghe, come le anthesteriai in Atene nel febbraio. Tali riti, collegati a credenze del rapporto tra vivi e morti, si sono conservati alla base dle nostro carnevale. Ma la festa celtica degli antenati era all’inizio di novembre. 
I missionari cristiani avevano lottato contro quei riti pagani: ma invano. I bravi contadini celti, divenuti intanto buoni cristiani, avevano mantenuto le loro usanze per quanto andassero progressivamente perdendo memoria del significato delle cerimonie che pur continuavano a celebrare.
Spettò ai monaci di Cluny, commossi per tale fedeltà e convinti che il culto dei trapassati fosse in sé un bene, ma tuttavia decisi a spogliarlo dei residuali contenuti idolatrici, l'organizzare un tipico esperimento di quelli che gli antropologi definirebbero "acculturazione": mantenere i sacrifici espiatorii in suffragio dei defunti, inquadrandoli però in un contesto liturgico e santorale cristiano; e dedicare quindi ai santi e ai morti i primi due giorni del novembre.
Nacquero così, sul ceppo celtico ma con spirito cristiano, la festività di Ognissanti e la solennità memoriale dei morti, rafforzata dal diffondersi della credenza nel Purgatorio. 
I "Padri Pellegrini" inglesi e scozzesi - puritani e presbiteriani, quindi calvinisti - che nel Seicento colonizzarono il Nuovo Mondo, si portavano dietro la tradizione di Halloween, cioè d'Ognissanti: ma, in seguito alla Riforma protestante, essi avevano rinunziato a qualunque forma di culto dei santi e di ritualità. Per loro, quel lontano residuo pagano era soltanto una tradizione superstiziosa d'origine demoniaca. Ed ecco il carattere "trasgressivo", quasi diabolico, di quella celebrazione spogliata di qualunque sacralità pagana ma anche di riferimenti cristiani; ecco le "storie nere" che l'accompagnano, e che hanno dato vita a innumerevoli films, o fictions, o "giochi di ruolo" sul genere horror. 
E' quindi, a parte altre numerose considerazioni che pur sarebbe legittimo fare, abbastanza ridicolo che in un paese cattolico nel quale da oltre un millennio si celebrano le solennità dei santi e dei defunti si accolga, "di ritorno", una consuetudine che il rigorismo calvinista ha respinto nelle tenebre delle superstizioni e che associa un revival satanico a un background laicizzato e ateizzato. 
In effetti, Halloween è una piccola buffonata consumistica: dietro la quale si nasconde tuttavia un nonsenso da combattere con tutte le forze, nel nome dell'ortodossia cattolica, della coscienza identitaria cristiano-europea, del buon senso e del buon gusto. 
I cattolici dovrebbero, insomma, piantarla di truccare i loro bambini da demonietti, da scheletrucci, da streghine e da fantasmelli. Sarebbe necessaria al riguardo anche una rigorosa campagna di "pulizia dell'immaginario", di liberazione dal kitsch sadofunebre ormai troppo diffuso specie nel cinema e in TV sull'onda dei cascami della cultura romantica passati attraverso il macabro alla Poe e alla Stocker. Tra 1 e 2 novembre, torniamo a condurre i nostri ragazzi e i nostri bambini a messa e a visitare i cimiteri, parliamo loro dei nostri cari che non ci sono più e dei quali essi probabilmente ignorano perfino i nomi: insegnamo loro a riallacciare di nuovo i legami che collegano tutti i figli di Dio nel nome della "Comunione dei Santi", un'espressione teologica tanto sublime quanto oggi dimenticata e fraintesa. E torniamoci sul serio, perdinci, alle nostre tradizioni; riscopriamola e tuteliamola davvero, perbacco, la nostra identità. Altro che lotta ai minareti!

Franco Cardini


Cose italiane

15/11/11 Di Antonio Martino per Il tempo

Confesso la mia ignoranza: non mi risulta che mai nessun paese, con una sola eccezione, si sia dato un governo tecnico. L’eccezione è nota: l’Italia nel 1995 si diede (più corretto sarebbe dire che si vide imporre dal capo dello Stato) un governo tecnico, guidato dal ministro del Tesoro del governo precedente, Lamberto Dini. Ho cercato invano di immaginare cosa accadrebbe negli Stati Uniti d’America se venisse proposto un presidente tecnico e sono sempre arrivato alla conclusione che l’ipotesi avrebbe scatenato 300 milioni di pernacchie. Lo stesso vale per l’Inghilterra, la Francia, la Germania e il resto del mondo. Decisamente siamo in presenza di una creazione della sconfinata fantasia italiana.
Diceva Chesterton che governare è come scrivere una lettera d’amore o soffiarsi il naso: dobbiamo farlo noi, anche se lo facciamo male, non possiamo certo delegarlo ad altri. Noi italiani, invece, riteniamo che altri possa soffiarci il naso, scrivere per noi alla nostra donna o governarci. Il fatto è che democrazia non significa governo dei più qualificati; se fosse questo il suo significato nessuno ricorrerebbe alle elezioni che non garantiscono affatto che saranno scienziati, tecnici o vincitori del Nobel a risultare i primi. Tutte le democrazie, per essere certe che a vincere sarà il più qualificato, invece di costosissime elezioni, bandirebbero pubblici concorsi per titoli ed esami ai posti di governo. Solo così avremmo la ragionevole speranza che non andranno al potere persone prive dei requisiti tecnico-scientifici per utilizzarlo al meglio.
Personalmente sono sempre stato dell’idea che “I governi cosiddetti amministrativi o tecnici sono sempre stati i governi più seriamente e pericolosamente politici che il Paese abbia avuto. Il loro preteso agnosticismo è servito sempre e soltanto a coprire, a consentire o a tentare le più pericolose manovre contrarie alle necessità e agli sviluppi di una corretta vita democratica. (…) Governo di affari, dunque, e dopo di esso un mutamento non nel senso limpidamente indicato dalla consultazione elettorale, ma nella direzione opposta.” Queste parole sono state pronunciate alla Camera da uno che aveva un rispetto per la sovranità popolare che manca ai suoi epigoni: Palmiro Togliatti (9 luglio 1963).
Oltre tutto, se siamo veramente convinti che ciò di cui l’Italia ha bisogno è una sospensione della democrazia e un governo di tecnici, perché mai sprecare tempo sottoponendolo all’insulto di fargli dare (o negare) la fiducia di quell’associazione a delinquere di stampo politico che è il Parlamento. Monti è persona d’onore, qualificatissimo, elegante e amato da tutti quelli che contano nei settori bancario, finanziario, industriale ed eurocratico. Il suo concorso l’ha già vinto molti anni fa, non ha bisogno di provare niente a nessuno, men che meno ad assemblee piene persino da non laureati, e non importa se siano stati persino loro chiamati alla presidenza del Consiglio o al ministero degli Esteri.
Il mio amico Mario Monti non me ne vorrà se mi permetto di ricordargli che non basta essere stati commissari europei per avere diritto a commissariare l’Italia. Non votai sedici anni orsono la fiducia a Lambertow, non voterò nemmeno a favore del mio amico Mario; se anche fosse miracolosamente tornato fra noi dall’aldilà Milton Friedman, non avrebbe il mio voto. Né me lo chiederebbe, aveva una concezione quasi sacra della democrazia: quando rifiutai di fare il segretario generale della Nato, mi scrisse: “Hai fatto la cosa giusta, quella non è una carica elettiva”!
Gli italiani non hanno eletto Draghi alla Bce né Lagarde al Fmi né Monti a palazzo Chigi; Sarkosy e Merkel non hanno avuto nemmeno un voto italiano. Non si vede quindi perché questi signori si ritengano autorizzati a dirci cosa possiamo o non possiamo fare del nostro destino. Celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia è esercizio sterile se ci manca poi la consapevolezza dell’enorme fortuna che abbiamo avuto nascendo italiani e svendiamo la nostra autonomia e la nostra dignità al primo venuto.


da Il Tempo 15 novembre 2011

Non basta un grido per fare la guerra

19/03/11 Di Angela Pellicciari per Il Tempo


Hanno dell’incredibile gli accenti accorati con cui Napolitano ha rievocato le “grida di dolore” che si levavano verso i Savoia dall’Italia centro-meridionale. A detta di questa leggenda gli italiani “gemevano” invocando la liberazione che sicuramente sarebbe venuta dal nord sabaudo.

La liberazione è costata alla Sicilia reiterate dichiarazioni di stato di guerra e di legge marziale. Gli abitanti dell’Italia meridionale sono stati costretti all’emigrazione di massa dai governi liberatori che, invece della tanto sbandierata libertà, hanno portato corruzione, sopruso e miseria. Ha dell’incredibile, ripeto, che un Presidente della Repubblica che ha alle spalle una decennale militanza nel partito comunista che quelle grida, con Gramsci, irrideva, e che non si è ribellato alla carneficina del popolo cecoslovacco invaso dalla liberatrice armata sovietica, ha dell’incredibile, ripeto, che questo presidente, con questa tradizione alle spalle, si spenda tanto accoratamente per difendere le grida di dolore del popolo libico assediato a Bengasi. Perché finalmente gli stati si armino e vadano alla guerra contro Gheddafi. Contro quel Gheddafi che tutti, assolutamente tutti i governi della repubblica di ogni colore, hanno rincorso pur di garantirsi vantaggiosi accordi commerciali.

Ricordava Francesco Agnoli sul Foglio del 17 le parole pronunciate da Palmiro Togliatti nel corso del XVI congresso del PCUS: il migliore irrideva con disprezzo la propria ridicola e mandolinesca italianità per inneggiare alla gloriosa appartenenza all’universo sovietico staliniano. Dovevamo aspettare un governo a guida dell’ex (mai rinnegato) comunista D’Alema per fare la guerra alla Serbia senza dichiarazione di guerra in obbedienza al dictat americano. Adesso ci risiamo. Ma chi ci garantisce dell’autenticità delle grida di dolore? L’esperienza dovrebbe insegnarci che più la retorica insiste sulla moralità di un’azione di guerra più la faccenda è dubbia.

In particolare: ci si rende conto di cosa questa guerra significhi per l’Italia? E se, l’ho già scritto, questi insorti non fossero affatto da compiangere e sostenere? E se dietro una vernice di presentabilità avanzasse quel terrorismo islamico che Gheddafi ha negli ultimi tempi combattuto con estrema determinazione? A Bengasi, in particolare, reiterate sono state negli ultimi anni le azioni di guerra notturne di commandi islamici. Da noi poco se ne è saputo, ma questa è la dura e cruda realtà.

Quando è in gioco la vita di tante persone converrebbe usare davvero quella modestia e quella prudenza che pure Napolitano ha invocato. Converrebbe smetterla di far finta di niente per continuare a giocare alle anime belle.


Intervento di Nigel Farage, presidente del gruppo Europa della LIbertÓ e della Democrazia al Parlamento Europeo

Novembre 2011

"Eccoci qua, sull'orlo di un disastro finanziario e sociale e abbiamo oggi nella stanza le quattro persone che sarebbero dovuti essere responsabili. Abbiamo ascoltato i discorsi più ottusi e tecnocratici che abbia mai sentito. Siete tutti a negare! Secondo qualsiasi misuratore oggettivo, l'Euro è un fallimento. E chi è il responsabile? Chi è in carica di voi? La risposta è ovviamente: "Nessuno di voi, perché nessuno di voi è stato eletto. Nessuno di voi ha una legittimazione democratica per il ruolo che ricoprite in questa crisi." E in questo vuoto, seppur controvoglia, è entrata in scena Agela Merkel e viviamo ora in un'Europa dominata dalla Germania. Un'eventualità che il progetto europeo intendeva escludere. Una situazione per prevenire la quale chi ci ha preceduto ha pagato un caro prezzo in sangue. Io non voglio vivere in un un'Europa dominata dalla Germania e non lo vogliono i cittadini europei. Ma voi avete avuto un ruolo in tutto ciò. Perché quando il primo ministro Papandreou si è alzato e ha usato il termine "referendum" lei, signor Rehn lo ha descritto come una "violazione della fiducia", e i suoi amici qui si sono radunati come un branco di iene attorno a Papandreou, lo hanno fatto rimuovere e rimpiazzare con un governo-marionetta. Che spettacolo Assolutamente disgustoso è stato. E non soddisfatti, avete deciso che Berlusconi doveva andarsene. Così è stato rimosso e rimpiazzato da Monti, un ex commissario europeo, un architetto del disastro dell'Euro, un uomo che non era nemmeno membro del Parlamento.
Sta diventando come un romanzo di Agatha Christie, dove stiamo cercando di capire chi è il prossimo che sarà fatto cadere. La differenza è che noi sappiamo chi sono i cattivi. Voi tutti dovreste essere ritenuti responsabili di ciò che avete fatto. Dovreste essere tutti licenziati. E devo dire, signor Van Rompuy, 18 mesi fa quando ci siamo incontrati per la prima volta, mi ero sbagliato sul suo conto. La definii un "assassino silenzioso delle democrazie degli stati nazionali". Ora non più, lei è piuttosto chiassoso nel suo operare, non crede? Lei, un uomo non eletto, è andato in Italia e ha detto: "Questo non è il tempo per le elezioni, ma è il tempo delle azioni". Per Dio, chi le dà il diritto di dire queste cose al popolo italiano?"

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