Eugenio Benetazzo - Crisi economica: preparatevi al peggio!

16/01/09 Chiavenna

Eugenio Benetazzo, giovane economista e trader finanziario, aveva previsto con molto anticipo il disastro finanziario, economico e sociale che oggi stiamo vivendo. Infatti, già nel 2005, aveva messo per iscritto i suoi pronostici pubblicando un saggio intitolato "Duri e Puri - Aspettando un nuovo 1929". Benetazzo, partendo da un'accurata analisi macroeconomica, preconizzava il fosco scenario che incombeva sulla società italiana ed internazionale, quando ancora il coro dei guru dell'economia mondiale celebrava "le magnifiche sorti e progressive" della globalizzazione foriera di ricchezze e consumi planetari sempre maggiori e più diffusi.
Ora, che la previsione si è avverata ed il disastro finanziario si va traducendo in una crisi economica e sociale senza precedenti, il circolo culturale "la Torre" ha invitato a parlare della situazione economica questo profeta inascoltato ed ingiustamente accusato di catastrofismo. Abbiamo lasciato ad altri il compito di ospitare "i soliti noti" che, dopo aver negato per mesi la crisi, ora si uniscono al coro degli "esperti" dispensando, con incredibile faccia tosta, critiche e consigli.
Eugenio Benetazzo non ha tradito le attese. La sera del 16 gennaio, nella sala conferenze dell' Albergo Aurora in Chiavenna ha catturato l'attenzione delle oltre quattrocento persone presenti conducendo per oltre due ore il suo "show" finanziario dal titolo "Scenario macroeconomico della nostra epoca: preparatevi al peggio". L'esposizione chiara, arricchita dalla proiezione di diapositive e vivacizzata dallo stile interattivo, gli ha consentito di trattare un tema così complesso in modo avvincente e comprensibile anche per i profani.
Nella prima parte della sua esposizione, Benetazzo ha ripercorso le tappe della crisi nei precedenti otto mesi a partire dai cosiddetti mutui "subprime", sottolineando la sistematica disinformazione attraverso cui le autorità economiche (ed i media a loro asserviti) hanno nascosto la realtà all'opinione pubblica.
Successivamente, ha analizzato le cause della situazione attuale confutando la tesi secondo cui questa sarebbe il prodotto di una "crisi" transitoria. Il vero responsabile, secondo l'oratore, è invece il collasso terminale del "turbocapitalismo", generato dall'effetto concorrente di quattro fattori strutturali: la politica monetaria degli USA; la sua politica sociale; la globalizzazione con la conseguente delocalizzazione delle attività produttive e la titolarizzazione del debito.
Benetazzo ha quindi descritto le future ripercussioni sociali del collasso finanziario destinato a generare "una schiera di precari indebitati in colletto bianco".
Come salvarsi da questa triste prospettiva mettendo al sicuro risparmi ed attività? Quali criteri applicare per scegliere la propria banca di fiducia? Che fare per fare un giovane d'oggi? Benetazzo ha concluso con una raffica di consigli controcorrente, come del resto è stata tutta la sua relazione: rifugiarsi in oro, terreni agricoli e titoli di aziende sane impegnate in settori strategici come l'energia; affidarsi a piccole banche accertandosi che non abbiano trafficato in prodotti "derivati" , che abbiano un elevato "core tier" ed una bassa esposizione nel settore immobiliare ed infine, per i giovani, imparare a risparmiare vivendo "al di sotto delle proprie possibilità".


Sottopolitica da incappucciati

26/11/11 Di Giuliano Ferrara per Il Foglio

Il disastro è in corso. Rendimenti a breve che raddoppiano, Lady Spread fa la passerella, e l’asse tripartita fa vertici di cui si vergogna, passando per la porta di dietro. Era meglio il compromesso storico.

Ai mercati non interessa un governo tecnico, con la democrazia sospesa e la politica impiccata. La crisi di fiducia riguarda l’Europa e il governo dell’euro, cosa che questo giornale in corsa solitaria contro il luogo comune fazioso antiberlusconiano ha ripetuto per mesi. Ma la grande menzogna è passata, è stata perfino ingurgitata da chi al massimo grado doveva difendersene e difenderci, Berlusconi in persona.

La situazione è surreale e drammatica. Ed è una lezione per tutti quei gentiluomini che fanno del cinismo opportunista, e del suo corredo di moralismo punitivo, la regola e la guida della loro rinuncia a pensare i problemi in vista di un interesse nazionale ed europeo, non di parte. Eccoci dunque con i rendimenti raddoppiati dei titoli a breve, una piccola catastrofe ingigantita dalla mortifera situazione borsistica, e con Lady Spread che scorrazza per ore oltre quota cinquecento, tranquilla, elegante e molto eloquente.

Se fossimo in campagna elettorale, con garanzie aperte e bipartisan di responsabilità nazionale, saremmo per lo meno a un passo dal consolidamento di argini difensivi, e una spirale di tensione politica virtuosa costringerebbe tutti a discutere con il paese la giusta dose e ripartizione di rinunce, ma soprattutto la giusta dose di incazzatura italiana con il governo più stupido che l’Europa abbia mai conosciuto in una prova del fuoco, il governo dell’imbelle direttorio ridens.

Se fossimo in campagna elettorale, la questione della Banca centrale che non tutela le finanze di una moneta comune, e i suoi rischi di mercato, sarebbe al centro di una grande esperienza di democrazia europea. E così per gli eurobond. E si farebbe sul serio, sarebbe in gioco l’identità di una nazione non minore, capace di reagire, e il futuro concreto di questa costruzione monetaria in grave crisi di identità e funzionalità. Invece siamo nel fondo di un pozzo politico dal quale risalire sarà arduo.

Una maggioranza tripartita che si vergogna di esserlo (nata com’è all’insegna della rinuncia alla sovranità politica democratica), che combina vertici segreti a Palazzo Giustiniani (il luogo giusto, il palazzo della Massoneria) con il Preside del consiglio di facoltà, un tris di segretari impotenti (Bersani, Alfano, Casini) che passa da dietro, dalle porte laterali, per non farsi sorprendere.

E che maneggia goffamente la sottoquestione sottogovernativa dei sottosegretari, svelando che dietro la restaurazione della politica parlamentare, dietro il rinnegamento del maggioritario, ci sta la logica e la lingua del pizzino di Enrico Letta, “dall’esterno e riservatamente”, ma ora non più solo un Letta, i capi di ciò che resta di movimenti e partiti scrivono pizzini segreti e li recano personalmente al professore incaricato dal Presidente della Repubblica di risolvere con tutta calma un’emergenza vistosa e tremendamente fuori controllo.

Per poi smentire ridicolmente l’accaduto, irridendo la pubblica opinione. Ci voleva più politica, più sovranità nazionale, più democrazia. Negli anni Settanta con l’emergenza economica e l’emergenza terrorismo fu praticato il compromesso storico. Una cosa grande, a confronto con questo tripartitismo di sottogoverno che si presenta in scena e si annuncia nel peggiore dei modi.

Berlinguer e Zaccagnini per lo meno si incontravano apertamente, Moro offriva motivazioni politico-strategiche a quanto pensava di dover promuovere, e lo stesso il segretario dolente del Pci. I delegati a trattare, i compianti Fernando Di Giulio e Franco Evangelisti, si vedevano in Parlamento, alla Camera, e discutevano le bazzecole del potere sotto una luce politica che era il prodotto di quel modo di organizzarsi, sia pure in emergenza, della democrazia dei partiti.

Qui ogni dignità politica è volata via, è morta. Ogni luce è spenta. Il dramma continua, e lo si recita come fosse una farsa. Un Monti impacciato fa il bravo scolaretto davanti ai due già ilari direttori didattici dell’Europa virtuosa, il ritmo della danza è pachidermico, e tutti stanno zitti, tutti (tranne pochi che si rendono conto della qualità dell’aggressione dei mercati finanziari alla governance sbilenca dell’Unione) giocano ai finti tonti, ai sobri, ai lodenvestiti che tra una Trilateral e l’altra stanno facendo strame di un paese imbocconito. Disastro.



Risorgimento da riscrivere

12/02/10 Di Angela Pellicciari per Libero

Si avvicinano le celebrazioni dei 150 anni dall'unità d'Italia la cui gestione è stata affidata ad un comitato presieduto da Carlo Azeglio Ciampi. Tutto, a cominciare dal presidente scelto, fa presagire che questo anniversario si tradurrà in manifestazioni intrise di retorica risorgimentale a scapito della verità storica, oltre che nel consueto sperpero i denaro pubblico (pare che 800 milioni di euro siano già stati stanziati). La Professoressa Angela Pellicciari, ha pubblicato una serie di documentatissimi saggi storici ( "Risorgimento da riscrivere" -1998 , ""Risorgimento anticattolico" - 2000, " L'altro Risorgimento" - 2004, "Risorgimento ed Europa" - 2008 ) nei quali ha coraggiosamente  evidenziato le radici anticattoliche del Risorgimento italiano.  In questo modo ha contribuito a  ripristinando quelle verità storiche che la monarchia sabauda prima, il fascismo e la repubblica post-bellica poi,  avevano nascosto per interesse politico. Riportiamo questo recente articolo della professoressa Pellicciari sul tema.


"Sul Risorgimento c'è ancora molto da scoprire"

di Angela Pellicciari - pubblicato su Libero del 12 Febbraio 2010 e riportato sul sito www..angelapellicciari.it   


Un discorso alto quello del Presidente della Repubblica all’Accademia dei Lincei. Un discorso nobile che parla dell’unificazione italiana nella prospettiva di quella europea.
“Tutte le tensioni, le spinte divisive” vanno riconosciute e “vanno affrontate con il necessario coraggio”. Verissimo. Anche perché quello dell’unità è davvero un bene che va salvaguardato nell’interesse di tutti. 
A mio modo di vedere però, il punto non è solo quello della brutalità della conquista sabauda del Meridione né dell’arretratezza economico-sociale del Sud. A mio modo di vedere il “coraggio” di cui c’è bisogno è quello con cui affrontare il tema della nostra identità nazionale. Perché di questo si tratta.
Tutti gli italiani, di qualsiasi regione e di qualsiasi ceto fossero, si sono uniformemente riconosciuti per più di un millennio nella fede e nella cultura cattoliche: fede e cultura che l’élite liberale dell’Ottocento ha combattuto con tutte le forze.
Il Risorgimento ha voluto imporre agli italiani un “risorgimento” dal cattolicesimo. E questo, a mio modo di vedere, è stato un enorme errore sia storico che culturale. La soppressione di tutti gli ordini religiosi della chiesa di stato (così il primo articolo dello Statuto Albertino definiva la religione cattolica), l’eliminazione di tutte le opere pie, il lasciare senza vescovo più di 100 diocesi, l’imporre ai preti (pena il carcere e fortissime multe) l’ammissione ai sacramenti degli anticattolici liberali (che Pio IX aveva scomunicato), ha privato la chiesa e gli italiani tutti di ogni elementare forma di libertà.


No! Questo no!

11/11/11 Di Ida Magli per www.italianiliberi.it

No, Signor Napolitano, non sopporteremo una simile nauseante “furbata”. Creare all’improvviso un senatore a vita per far credere che si tratti di un politico e fingere così che l’Italia non si sia consegnata nelle mani dei banchieri, è un sotterfugio intollerabile. Quale disprezzo per i poveri Italiani! Quale disprezzo per la Repubblica e per la politica! Abbiamo, dunque, così la misura della spaventosa miseria civile e morale dei nostri “rappresentanti”. La Bibbia afferma che “Dio vomita gli ipocriti”. Sono certa che non ha mai vomitato tanto. 

Senatore a vita il signor Mario Monti? Un cittadino benemerito della Repubblica e di specchiati costumi? Forse non tutti i cittadini lo sanno o se lo ricordano (e su questa ignoranza ha contato, oltre che sul complice silenzio dei politici e dei giornalisti, Giorgio Napolitano nel nominarlo) che Mario Monti è stato costretto, nella sua qualità di Commissario europeo sotto la presidenza Santer, a dare le dimissioni “per l’accertata responsabilità collegiale dei Commissari nei casi di frode, cattiva gestione e nepotismo” messi in luce dal Collegio di periti nominato appositamente dal Parlamento Europeo. 

La Relazione fatta da questi Saggi al Parlamento, nonostante la prudenza del linguaggio ufficiale, fa paura. Si parla infatti dell’assoluta mancanza di controllo nella “rete di favoritismi nell’amministrazione”, di “ausiliari esterni” e di “agenti temporanei”, di “minibilanci espressamente vietati dalle procedure amministrative”, di “numerosissimi esterni fuori bilancio, ben noti all’interno della Commissione con il soprannome di sottomarini”, che operano con “contratti fittizi”, dietro “raccomandazioni e favoritismi”; di abusi che hanno comportato, con il sistema dei “sottomarini” l’erogazione non controllata di oltre 7.000 miliardi nell’ambito dell’Ufficio Europeo per gli Aiuti umanitari d’Emergenza (miliardi usciti dalle nostre tasche, naturalmente, e che dovevano andare, ma non ci sono arrivati se non in minima parte, ai bambini della Bosnia, del Ruanda morenti di fame). Evidentemente Mario Monti è inamovibile, o meglio può perdere un posto soltanto per guadagnarne uno migliore. Nel 1999, al momento di una caduta così ignominiosa, ha provveduto la successiva Commissione, con presidente Romano Prodi, a riconsegnargli il posto di Commissario. Cose che succedono soltanto nell’onestissimo ambito delle nostre istituzioni politiche. I semplici cittadini vanno sotto processo per gli ammanchi, o come minimo perdono l’incarico.

Perché mai, dunque, dunque, dovremmo affidare a questo signore i nostri ultimi beni? In omaggio, forse, al truffaldino sotterfugio inaugurato dalla Presidenza della Repubblica? I politici che lo voteranno come capo del governo sappiano che, visto che non possediamo nessun altro potere, annoteremo ogni loro “Sì” per cancellare per sempre il loro nome da qualsiasi futura elezione.


Fonte: www.italianiliberi.it/ 


In ginocchio da Pratesi. Cattolici a lezione

10/11/11 Di Vittorio Messori per Il timone


Quando si dice la sudditanza culturale. Ci eravamo appena scandalizzati per l’intervista di Avvenire al meteo-farfallino catastrofista Francesco Laurenzi, una riflessione sulle tragiche alluvioni delle ultime settimane, che ecco Avvenire ripetersi. Giustamente non bisogna eludere le domande che la realtà ci pone, in questo caso sul rapporto tra uomo e ambiente che lo circonda, ma a chi chiedere aiuto per una risposta? Leggendo Avvenire dell’8 novembre si direbbe che i cattolici non abbiano nulla da dire al proposito, ma debbano affidarsi a dei “tecnici” come – è questo il caso – Fulco Pratesi, presidente onorario del Wwf, che a una ammirata Viviana Daloiso spiega la vera “emergenza culturale”: l’aver “dimenticato la Natura”.
Ora, stando ai tanti discorsi degli ultimi due Papi su questo tema, si dovrebbe dire piuttosto che abbiamo dimenticato Dio, e per questo c’è spesso un uso distorto anche di ciò che ci circonda (è stato Benedetto XVI a definire l’ateismo come la più grande minaccia all’ambiente). Ma sorvoliamo su questo, e guardiamo invece il “maestro” che Avvenire ha scelto per impartire la lezione ai cattolici. Per capire qualcosa della sua idea di natura (ci scuserete se noi scriviamo minuscolo) non scriveremo nulla di nostro pugno, ma ci affidiamo allo stesso Avvenire che, quando non era “nuovo”, trasmetteva evidentemente un’idea diversa dei rapporti uomo-natura. Ecco dunque, a proposito di Pratesi, quanto scriveva Vittorio Messori su Avvenire del 12 agosto 1990, nella rubrica “Vivaio”, che oggi prosegue sul mensile “Il Timone”. Questo articolo di Messori si trova anche nella raccolta “La sfida della fede” (pp.425-428), edita da SugarCo (2008). (r.cas.)


ECOLOGIA DOMESTICA

Agosto fa venir voglia di verde. Può dunque capitare che in questo periodo si faccia posto anche a letture “verdi”. Così è successo a me, con un volumetto di Fulco Pratesi, presidente del Wwf italiano, stampato nel 1989 con il titoloEcologia domestica e sponsorizzato dalla Coop, la potente Lega delle Cooperative, un gigantesco business dove i comunisti sono maggioritari. A conferma del coinvolgimento della “Cosa” le illustrazioni sono di Sergio Staino, il disegnatore di scanzonata quanto salda fede marxista. Malgrado queste alleanze, non si creda però che il Fondo Mondiale per la Natura (le cui iniziali in inglese sono appunto Wwf) sia qualcosa “di sinistra”. Come tutti sanno, questa – che è la più potente e ricca organizzazione ambientalista del mondo – è stata fondata da Filippo, duca di Edimburgo, marito della regina d’Inghilterra e dal principe Bernardo d’Olanda. Nella sua direzione internazionale siedono alcuni tra i maggiori petrolieri, industriali, finanzieri del pianeta. Singolare personaggio è soprattutto il “principe consorte” Filippo, per anni in lotta con Edoardo, duca di Kent, per occupare il posto più prestigioso e influente della massoneria di ogni continente: quello di Gran Maestro della Gran Loggia Madre di Inghilterra. Vinto, alla fine, dal duca di Kent, Filippo, pur restando altissimo e attivo dignitario massonico, a quell’impegno “coperto” ha deciso di affiancare quello più “scoperto” del Wwf. 

Come tutti i “verdi” coerenti, il duca di Edimburgo ce l’ha innanzitutto con l’uomo e ne vorrebbe, se non la scomparsa, la drastica diminuzione. E’ nota la sua dichiarazione dell’otto agosto ’88 alla Dpa, l’agenzia di notizie tedesca: «Se rinascessi, mi piacerebbe essere un virus letale, per contribuire a risolvere il problema dell’eccesso di popolazione». E più volte ha ripetuto che il vero problema ecologico è il fatto che, nel Terzo Mondo, ci siano più nascite che morti. 

Quei molti cattolici che in buona fede si aggregano a certi carri “verdi” – magari tirando in ballo il povero e incolpevole san Francesco – non sanno che ci sia dietro a certe organizzazioni che pur sembrano tanto benemerite. 

Quel libro di Fulco Pratesi di cui dicevamo all’inizio apre davvero squarci impressionanti non solo su ciò che sta dietro le quinte, ma sull’essenza dell’ideologia ecologista. Intendiamoci: questa Ecologia domestica scritta dal presidente nostrano del Wwf ha un tono sbarazzino se non un po’ frivolo, sino dal sottotitolo che suona “Bon ton verde e altre divagazioni”. E molti consigli sono sul look dell’ambientalista elegante, con indicazioni su come vestire, ad esempio, andando a sciare, per non confondersi con la massa dei parvenus. Ogni tanto, però, in questo tono da terrazza-bene romana, si aprono squarci che la dicono lunga, come a pagina 100, dove si legge: «Le ricorrenti notizie di famiglie sterminate dai funghi costituiscono un buon deterrente e un discreto disincentivo alla loro raccolta selvaggia». Meglio, dunque, una famiglia in meno che un porcino o un ovulo in meno. 

Sorprendente davvero il capitolo dedicato al sesso, definito «la migliore maniera di utilizzare il tempo libero: non inquina, non disperde energia, fa bene alla salute, rende sereni, poco aggressivi, tolleranti e buoni». Un quadro idilliaco che ben poco ha a che fare con la complessa realtà umana della quale ciascuno ha fatto e fa esperienza e che non dipende soltanto (come crede questo 
“verde”) dai tabù e dai divieti di quel cattolicesimo sul quale, qui come altrove, si fanno puntate astiose. Ma poiché il “verdismo” è una fede globale (lo stesso Pratesi si definisce «un verde credente e praticante, nonché leggermente fanatico») non manca nemmeno un capitolo sulla morte. 

Leggendolo noi non ci siamo stupiti,
 ben sapendo dove menano certe premesse ideologiche. Ma, forse, qualche credente, convertito al nuovo Verbo, potrà aprire un poco gli occhi leggendo ciò che viene definito «qualche consiglio utile per favorire un sereno trapasso e una corretta destinazione delle proprie spoglie». 

Per Pratesi il cadavere (anzi, «la carcassa umana») non è che concime di cui si da la lista degli elementi, dal 66 per cento di ossigeno sino alla 0,04 di ferro, iodio e manganese. Si scaglia contro le casse da morto (occorre legno per costruirle), contro i cimiteri (terra iperfertilizzata in cui vegetano solo crisantemi e cipressi»), contro le lapidi (originano antiestetiche cave di pietra). 

Una soluzione, secondo lui, potrebbe essere questa: «Una bella buca sotto una quercia in campagna, due palate di terra ed ecco che possiamo tornare al ciclo della natura». Ma questo in mancanza di meglio. L’ideale, secondo il Wwf, sarebbe la fondazione di una “Associazione per l’inumazione ecologica”. Il Presidente dà per questo alcune direttive che così, letteralmente, suonano: «Si potrebbero adoperare i carnai, gli appositi terreni recintati e sorvegliati, impiegati dalle associazioni naturalistiche come il Wwf e la Lipu per alimentare i rapaci (soprattutto gli avvoltoi in Sardegna e i capovaccai sulle colline a nord di Roma). In quei carnai i nostri resti mortali potrebbero servire da cibo agli ultimi grifoni. Il tempo medio di distruzione della salma è di poche ore. Restano le ossa, è vero. Ma a questo inconveniente si potrebbe ovviare se al festino partecipasse anche l’avvoltoio barbuto, che lancia le ossa sulle rocce per divorarne il midollo. In pochissimi giorni, delle nostre spoglie non resterebbero che escrementi mineralizzati». 

A questo proposito Pratesi cita con compiacimento una notizia del gennaio 1988: un ecologo inglese che, per nutrire i suoi amati avvoltoi sudafricani, si è portato sotto i loro nidi e si è sparato un colpo alla testa. L’italiano consiglia anche agli altri ecologi, «in vista del passo estremo, di portarsi in un luogo ricco di carnivori e lì attendere la morte in un luogo di difficile accesso». 
Ma c’è di più. Ecco ancora testuale: «Una alternativa (come ha suggerito l’ecologa Laura Conti) potrebbe essere il creare scatolette di cibo per cani e gatti in cui la carne umana sostituisca quella di altri animali». Anche qui, esempio edificante, esso pure anglosassone: Lord Averbury, che siede alla Camera Alta di Londra per i liberali, ha stabilito che il suo cadavere sia distribuito come cibo tra gli ospiti del canile municipale di Battersea. Perché, ha detto, «ogni cosa biodegradabile deve essere riciclata e sepoltura e anche cremazione sono un terribile spreco». Polemizzando con il direttore del 
canile che pur ammettendo che «c’è molto valore nutritivo nella carcassa umana», non se la sente di accettare l’offerta. 

Sempre per Pratesi, le ceneri di chi si facesse cremare dovrebbero «essere usate per concimare i propri vasi e le aiuole». E, alla barbarie cristiana che tributa rispetto per il cadavere, si contrappone la civile usanza «ancora in atto presso i Parsi, una setta zoroastriana, che depositano i loro cadaveri in cima ad un’alta torre e li fanno consumare dagli uccelli da preda». 

Ecco, dunque, a spese della Coop Supermercati e a firma della più potente associazione naturalistica d’Italia – ma anche del mondo - il bon ton funerario verde. Accompagnato, per giunta, da considerazioni malevoli sul cattolicesimo in base ad una citazione sbagliata della lettera ai Galati. Evidentemente poco abituato a maneggiare la Bibbia, Pratesi cita Galati 5,19 scambiando per “carne” ciò che nel linguaggio semitico significa invece “egoismo umano”. Che ciascuno si scelga i suoi maestri.
Fonte: Il timone 10/11/2011

C'è destra e destra

12/01/10 Camillo Langone Da 'Manifesto della destra divina - Difendi, conserva, prega!'

C'è destra e destra. C'è la destra grattacielara di roberto Formigoni e Letizia Moratti, la destra in Chanel di Stefania Prestigiacomo, la destra opportunista e nichilista di Gianfranco Fini, la destra che entra negli antichi borghi in suv neri e lunghi come carri funebri, sul sedile di dietro ecco il labrador come nelle pubblicità e il bambino con gli occhi azzurri, pure quello come nelle pubblicità, magari comprato nei laboratori della fecondazione eterologa o strappato dall'utero di una nuova schiava con due figli piccoli e il marito scappato con un'altra, la destra ingioiellata che invoca leggi severe contro gli scippatori e rapinatori ma a sentir parlare di pena di morte si ritrae come una lumaca nel guscio perchè l'Europa non vuole, la destra spaventata dai mussulmani  in preghiera in piazza Duomo a Milano che però il giorno dopo anziché andare a messa è andata al centro commerciale e al multisala, la destra che si commuove quando c'è l'inno nazionale e poi ordina champagne, la destra che non ha una lingua sua e che per dire stranieri dice "extracomunitari" e per dire omosessuali dice "gay", tale quale la sinistra, la destra che invece di fare figli va in vacanza, che invece di leggere guarda la televisione, che invece di comportarsi virilmente va dall'avvocato, la destra delle villette a schiera, la destra che colleziona orologi, la destra che dice "weekend" e poi addirittura li fa, la destra che ci tiene alla tradizione e che la tradizione sarebbe l'albero di Natale in giardino e il panettone in tavola, la destra dei ristoranti di pesce di mare sul lago, la destra del tonno scottato e dello Chardonnay, la destra che per dire limetta dice "lime" la destra che per dire ateo dice "laico" la destra che dice "ok", la destra che chiama Croazia la Dalmazia, la destra che manda il figlio unico a studiare all'estero, la destra che divorzia e si mette con le slave, e le sudamericane, la destra che dice "centrodestra", la destra che va alle mostre pensando che siano arte,   la destra che a vent'anni punta alla laurea e a cinquanta alla pensione, la destra degli occhiali da sole firmati ... Io con questa destra dall'egoismo infantile e senile, talpesco, cieco con questa destra di ciucci presuntuosi , come si dice a Trani, con questa destra di furbi fessi non voglio avere nulla a che fare. 

L'inganno dell'evasione fiscale

26/09/11 Di Luca Ricolfi per La Stampa

LUCA RICOLFI
Da un po’ di mesi a questa parte il tema dell’evasione fiscale è tornato alla ribalta. Ma è un ritorno strano. A differenza di un tempo, neanche poi tanto remoto, in cui la lotta all’evasione fiscale era una bandiera della sinistra, mentre la destra mostrava una certa indulgenza, oggi il tema dei miliardi (circa 130) sottratti ogni anno al fisco è diventato uno strumento di agitazione politica universale. Lo usa come sempre l’opposizione di sinistra, ma lo usa anche la Chiesa per impartirci lezioni di moralità, lo usano gli indignati di ogni colore politico, lo usa la destra di governo alla disperata ricerca di soldi per tappare le falle dei conti pubblici.

Accade così che, poco per volta, alle preoccupazioni per i sacrifici che la manovra ci impone, si mescoli e si sovrapponga un malessere sordo, una specie di risentimento, che alimenta un clima vagamente maccartista, di moderna caccia alle streghe. Gli evasori sono visti sempre più come la causa di tutti i nostri mali, la loro individuazione diventa una missione morale, e ci capita persino vedere un governo di destra - che ha sempre strizzato l’occhio all’evasione - accarezzare l’idea di fare gettito mediante la delazione.

Meno male, verrebbe da dire. Era ora, finalmente ci decidiamo a combattere questa piaga. Quando avremo vinto questa battaglia, l’Italia sarà finalmente un Paese civile e prospero.

E invece, su questa visione dei nostri problemi, vorrei insinuare qualche dubbio. Se quello che vogliamo è solo sentirci migliori del nostro vicino, la caccia alle streghe va benissimo. Ma se per caso il nostro sogno fosse anche di rimettere in carreggiata l’Italia, quella medesima caccia andrebbe reimpostata radicalmente. Perché l’evasione è un fenomeno che va innanzitutto spiegato e compreso, prima di combatterlo a testa bassa. Altrimenti la testa rischiamo di rompercela noi, anziché romperla (metaforicamente) agli evasori.

In Italia l’evasione fiscale ha due facce. La prima è quella che fa imbestialire i lavoratori dipendenti in regola: c’è chi potrebbe benissimo pagare le tasse, e non lo fa semplicemente perché vuole guadagnare di più. Questo tipo di evasione, da mancanza di spirito civico, si combatte con due strumenti: più controlli e aliquote ragionevoli. Se la si combatte solo con più controlli, il risultato è prevalentemente un aumento dei prezzi, come sa chiunque abbia a che fare con idraulici e ristoratori. Detto per inciso, è il ragionamento che - implicitamente fanno milioni di cittadini di fronte alla domanda: preferisci pagare 100 senza fattura o 140 con fattura?

C’è poi un secondo tipo di evasione fiscale, di sopravvivenza o di autodifesa. È l’evasione di quanti, se facessero interamente il loro dovere fiscale, andrebbero in perdita o dovrebbero lavorare a condizioni così poco remunerative da rendere preferibile chiudere l’attività. In questo caso quel che serve è innanzitutto una drastica riduzione delle aliquote che gravano sui produttori, altrimenti il risultato della lotta all’evasione è semplicemente la distruzione sistematica di posti di lavoro, un’eventualità che peraltro si sta già verificando: le regioni in cui Equitalia ha ottenuto i maggiori successi, sono le stesse in cui ci sono stati più fallimenti (vedi il dramma recente della Sardegna).

Immagino l’obiezione a questo ragionamento: «It’s the market, stupid!». Detto altrimenti: è un bene che nei periodi di crisi ci siano fallimenti, perché questo significa che il mercato riesce a far uscire le imprese meno efficienti, e a sostituirle con altre più dinamiche e competitive. Ma questa obiezione, che si basa sul concetto schumpeteriano di «distruzione creativa», vale solo se i regimi fiscali sono comparabili e ragionevoli. Oggi in Italia ci sono aziende in crisi che starebbero tranquillamente sul mercato se il nostro Ttr (Totale Tax Rate) fosse quello dei Paesi scandinavi, e simmetricamente ci sono floride aziende scandinave che uscirebbero dal mercato se le aliquote fossero quelle dell’Italia. Il mercato è un buon giudice dell’efficienza solo se le condizioni in cui le imprese operano sono comparabili. E in Italia le condizioni in cui le imprese sono costrette ad operare sono così sfavorevoli per tasse, adempimenti e infrastrutture, che la domanda vera non è «perché le imprese italiane arrancano?», bensì «perché ne sopravvivono ancora così tante?».

Ecco perché l’idea di risolvere i nostri problemi intensificando la lotta all’evasione fiscale andrebbe maneggiata con cura. Quello di far pagare gli evasori non è solo il sogno degli onesti, ma è l’ultima zattera con cui un ceto politico che non sa più che pesci pigliare cerca di salvare sé stesso e sfuggire alle proprie responsabilità. Incapaci di varare le riforme promesse, inadatti a prendere qualsiasi vera decisione, irresoluti a tutto, i nostri politici, di governo e di opposizione, hanno trovato nell’evasore fiscale il capro espiatorio con il quale distrarre l’opinione pubblica.

Ma è un grande inganno. Se la lotta all’evasione viene condotta unicamente per aumentare le entrate è inevitabile che essa produca effetti recessivi: disoccupazione (specie al Sud), aumenti di prezzo, contrazione dei consumi. Non solo, ma nulla assicura che l’obiettivo di far cassa venga raggiunto: quando la pressione fiscale sui produttori è già altissima (e quella italiana lo è: nessun Paese avanzato ha un Ttr più elevato), non è detto che il gettito che si recupera grazie a nuovi balzelli e più controlli superi il gettito che si perde a causa dei fallimenti e dei passaggi all’economia sommersa. Tanto più in un periodo come questo, in cui è già in corso una drammatica riduzione della base produttiva.

Se però ogni euro recuperato dall’evasione fosse destinato - per legge - a rendere meno difficile la vita a lavoratori e imprese, allora otterremmo almeno due risultati, uno economico e uno morale. Il risultato economico è che, poco per volta, i produttori di ricchezza che le tasse le pagano potrebbero finalmente rialzare la testa, consentendo all’Italia di tornare a crescere. Il secondo è che, con aliquote via via più ragionevoli, l’evasione fiscale non solo diverrebbe meno conveniente, ma perderebbe ogni giustificazione morale. Il «mostro» dell’evasione fiscale non ha un solo genitore, ma ne ha due. Ed è solo quando la mancanza di cultura civica (la madre) si sposa ad un fisco oppressivo (il padre) che il ragazzaccio diventa un mostro.

Ma il rás fa il suo mestiere

26/08/11 di Massimo Fini per Il Fatto

Non c'è da indignarsi se i soldati di Gheddafi hanno sequestrato quattro giornalisti italiani. A furia di chiamarla con altri nomi ci siamo dimenticati che cos'è la guerra. Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia hanno attaccato la Libia di cui Gheddafi era fino a pochi mesi fa il riconosciuto e legittimo leader. È ovvio che qualsiasi francese, inglese, americano o italiano, anche se civile, che si trovi oggi sul suolo libico sia considerato un nemico e trattato come tale. Che i quattro fossero giornalisti ha un'importanza relativa.Nella seconda guerra mondiale, l'ultima in cui vigeva ancora uno "ius belli", non sarebbe stato nemmeno pensabile che un giornalista inglese operasse al di là delle linee tedesche o viceversa.


Certamente in una guerra civile le cose sono più complesse. Perché non c'è un fronte o se c'è è labile, una zona che è sotto il controllo di una fazione può passare nel giro di due ore nelle mani di un'altra. È questa la trappola in cui sono caduti i coraggiosi inviati italiani. I giornalisti sono stati poi liberati da due giovani e generosi lealisti (gli uomini hanno occhi per vedere e cuore per sentire, i missili no). Ma se fossero stati tenuti prigionieri sarebbe stato legittimo.


Di tutte le aggressioni perpetrate dalle Democrazie dopo il crollo del contraltare sovietico quella alla Libia è la più sconcertante. Per anni Gheddafi aveva trafficato col terrorismo, ma da quando la Libia aveva pagato un enorme risarcimento per le 700 vittime dell'attentato di Lockerbie, il Colonnello era tornato a pieno titolo nell'arengo della rispettabilità internazionale.


Paesi europei facevano lucrosi affari con la Libia (non olet) e il leader libico era ricevuto con tutti gli onori dai Premier anche se nessuno è arrivato alle vergognose manifestazioni di soccombismo di Berlusconi. Poi qualcuno, improvvisamente, ha deciso che Gheddafi doveva essere eliminato. "Agent provocateur" francesi e britannici furono inviati in Cirenaica per fomentar la rivolta.


Quando è scoppiata Gheddafi ha cercato di reprimerla. Si disse allora che sparava sui civili. Ma una rivolta, un'insurrezione, è fatta, per definizione, da civili, altrimenti porta un altro nome, si chiama golpe militare. Si varò una risoluzione Onu che, si disse, doveva imporre una "no fly zone" per impedire a Gheddafi di sfruttare la propria superiorità aerea.


Anche se violava il principio di diritto internazionale della non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano, peraltro già buttato a mare con la Serbia, la cosa ci poteva anche stare per rendere meno sperequati i rapporti di forza fra le fazioni. Ma subito si capì che le Democrazie non volevano affatto difendere i civili libici, ma semplicemente abbattere il regime di Gheddafi bombardando con gli aerei Nato anche le sue forze terrestri, i suoi comandi e la popolazione che gli era rimasta fedele. A causa dell'intervento Nato non sapremo mai quale era la reale consistenza della rivolta.
Sappiamo però che il dittatore non era così isolato come oggi si vuol far credere. Come scrive Sergio Romano sul Corriere (24/8) il suo nazionalismo, l'antiamericanismo, il no al radicalismo religioso avevano l'approvazione di una parte consistente del popolo libico.


Inoltre le grandi risorse del sottosuolo gli avevano consentito di creare nuovi ceti sociali benestanti. Se fosse altrimenti non si capirebbe la strenua resistenza che i gheddafiani, pur in totale inferiorità militare, stanno opponendo alla Nato.


Il ministro Frattini ha dichiarato che "se Gheddafi continuerà a incitare alla guerra civile sarà tenuto come unico responsabile del bagno di sangue" (peraltro già avvenuto: 20mila morti). Si vuole negare a Gheddafi anche il diritto di difendersi


Amano Dio e fottono il prossimo

30/01/10 Di Pietrangelo Buttafuoco per 'il Foglio'


Non è che uno la fede se l’aggiusta a modo proprio ma per come s’è ridotta Santa Romana Chiesa altro non resta che regolarsela al modo antico, ovvero: prendetevi solo la Messa dai preti, per il resto, tenetevi alla larga. O meglio: spezzate loro la schiena.

E’ una versione maccheronica di una frase che in lingua originale rende al meglio ma non si sta officiando un tradimento nella traduzione – non più grave almeno di quello che la dottrina cattolica ha consumato sulla carne del popolo nel momento in cui il sacerdote ha mostrato il culo a Dio girando l’altare per andare incontro alla voga dei tempi nuovi – qui si sta celebrando un sano sentimento di vendetta.

Che meraviglia, allora, se la fede uno se la combina in solitudine, faccia a faccia col legno della Croce, con le preghiere a suo tempo insegnate dalla nonna, coi fiorellini e gli uccellini e senza più la “cena” loro, quella dei signori preti di vaticanisecondi, secondi in tutto verrebbe da dire, arrivati ultimi al traguardo dello Spirito. La loro Messa, appunto, è una cena buona per gli eretici: fatta col simbolismo di un ammaestramento etico – state buoni, se potete - e non con la carne sanguinolenta del Sacrificio. La loro Messa è solo una stanca schitarrata, con tutti quei citrulli che nell’alleluja fanno mostra di svitare le lampadine.


Vantaggi della globalizzazione

Giugno 2009

 

~ U.S. Citizen ~ John Smith started the day early having set his alarm clock (MADE IN TAIWAN) for 6 a.m.


While his coffeepot (MADE IN CHINA) was perking 


he shaved with his electric razor (MADE IN THAILAND)


He put on a dress shirt (MADE IN SRI LANKA),


designer jeans (MADE IN THE PHILIPPINES)


and tennis shoes (MADE IN VIETNAM).


After cooking his breakfast in his new electric skillet (MADE IN INDIA),


then he sat down with his calculator (MADE IN MEXICO) to see how much he could spend today


After setting his watch (MADE IN SWITZERLAND)


to the radio (MADE IN JAPAN),


he got in his car (MADE IN GERMANY)


filled it with GAS (from Saudi Arabia) and continued his search for a good paying AMERICAN JOB.


At the end of yet another discouraging and fruitless day checking his computer (MADE IN MALAYSIA),


John decided to relax for a while. He put on his sandals (MADE IN BRAZIL)


poured himself a glass of wine (MADE IN FRANCE)


and turned on his TV (MADE IN KOREA),


and then wondered why he can't find a good paying job in AMERICA.


AND NOW HE'S HOPING HE CAN GET HELP FROM A PRESIDENT - MADE IN KENYA.


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