I Vampiri della Repubblica

20/01/201 Da Beppegrillo.it

Le imprese stanno morendo. Si sta fermando il cuore della Nazione. Quello che pompa sangue e reddito al Paese. Lo Stato deve alle aziende 70 miliardi di euro. Soldi che significano la vita o la morte per migliaia di imprese e famiglie buttate in mezzo a una strada. I becchini Monti&Passera, invece del massaggio cardiaco, hanno preparato per loro un'iniezione letale: i BOT. Salderanno il debito statale con debito pubblico. E' come pagare il conto al ristorante con le figurine Panini (con tutto il rispetto per il glorioso album), scambiarsi la cacca con la pupù. Le imprese potranno a loro volta pagare i dipendenti con una modica quantità di BOT e questi pagare l'affitto, il benzinaio, le bollette della luce e del gas con qualche titolo pubblico.

Che fine ha fatto la delega fiscale? C'Ŕ qualche liberale?

10/02/2012 Di Oscar Giannino per Panorama www.chicago-blog.it

Appello ai liberali in Parlamento, e - se tra loro esistono, anche a eventuali liberisti antistatalisti (non sto parlando di Antonio Martino, ovvio). Fate la cortesia, non fatevi prendere per l'ennesima volta di sorpresa. Cercate di capire che dopo le quattro manovre triennali approvate nel 2011 per  81,4 miliardi di euro di cui quasi all'80% solo da nuove tasse, c'è un'unica vera grande occasione per ribaltare il vampirismo fiscale. E' l'esercizio della delega fiscale che questo governo eredita dal governo precedente. Doveva sfoltire e abbattere i 720 bonus dai quali lo Stato incassa 253 miliardi in meno l'anno.  83 miliardi sono stati "blindati" dai tecnici, perché eviterebbero doppie imposizioni, garantirebbero l'ordinamento comunitario, o ancora i principi costituzionali. Su questo, liberali in Parlamento, fossi in voi andrei bene a controllare: in molti casi non mi pare proprio.

Nietzsche (2)

20/10/2012 Di Giametta Sossio per il circolo La Torre

 

Nietzsche

Dioniso è il dio della pura esistenza, del libero gioco delle forze naturali, dei contrasti irriducibili, delle infinite metamorfosi, della creazione e distruzione senza origine, fine, identità, essenza, verità. Tutto ciò che è ritenuto stabile e provvisto di senso si rivela fluido e insensato, ogni fondamento (Dio, anima, essere, sostanza, substrato) viene meno. Tutti i tentativi di redenzione della finitezza e limitatezza umana sfociano in altrettante negazioni della vita. Se si ama e si rispetta la vita, per Nietzsche bisogna amarla e rispettarla nella sua caducità (non nell'eternità), senza i calcoli dell'egoismo schopenhaueriano ("la vita è un'impresa che non vale la spesa"), per leale e disinteressato amore di figlio. La visione dionisiaca è dunque la visione della natura come caos, come immenso ed esplosivo conglomerato di forze. Tra queste regna la volontà di potenza e una drastica gerarchia, per cui le forze maggiori aggrediscono, asserviscono e sfruttano quelle minori. Questa visione selvaggia della natura, che fa parte della "saggezza selvaggia" di Nietzsche (parla della sua wilde Weisheit), è, conformemente a quanto abbiamo detto della ribellione alla falsità che ispira tutte le sue manifestazioni, una visione in funzione anticristiana. Come si sa, infatti, per il cristianesimo l'universo è invece la creazione di Dio per l'uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio. In essa l'uomo è il centro e il fine, è signore del cielo e della terra e può disporre a suo piacimento della grade famiglia delle piante e degli animali. Paradossale resta comunque che, nonostante questo gran dono, il cristiano sia destinato in ultima analisi a rinunciarvi, perché il vero scopo della sua vita è allocato nell'aldilà.

L'onda caotica dell'universo è distruttiva, ma porta anche a riva le conchiglie più preziose: l'ordine umano, per quanto precario, e i beni di cui e per cui gli uomini vivono: la gioventù, la bellezza, l'amore, la realizzazione, la speranza, la libertà, il gioco e infiniti altri, compreso il ben mangiare e bere, che per Zarathustra "non è un'arte vana". Pur avendo piena valenza filosofica, questa visione è in primo luogo una creazione poetica, come vedremo una trasfigurazione in poesia tragica della crisi storica, e come tale non sarà più abbandonata da Nietzsche, come abbiamo detto; rimarrà sempre, esplicitamente o implicitamente, al centro delle sue opere e della sua ispirazione.

L'opera di Nietzsche si può pertanto paragonare alla terra: un nucleo infuocato e magmatico: la visione dionisiaca, e una crosta rigida e fredda: le opere scettiche.

Tra le due cose, in apparenza opposte, c'è un legame organico. Le opere scettiche mirano infatti alla difesa della visione dionisiaca, visione verace della natura, che l'uomo subisce, contro coloro, cristiani o altri, che vorrebbero mentirne la verità e antropomorfizzarla, addomesticarla, fingendo un ordine morale al posto del disordine guerreggiato, drammatico dell'universo. Ma nel bel mezzo della filosofia scettica delle opere aforistiche ecco spuntare improvvisamente, come un alto monte solitario in mezzo a una vasta pianura, Così parlò Zarathustra. Così parlò Zarathustra è l'opera affermativa in cui Nietzsche raggiunge le sue dimensioni ottime e massime.

In essa rifulgono, unite e compenetrate come gli organi di un organismo, le sue doti di moralista, poeta, psicologo, profeta e diagnostico della crisi dell'Occidente.

Nietzsche ha pensato con trasporto intimo e senso del dramma di dover essere il fondatore della religione dell'eterno ritorno di tutte le cose, che era da lui considerata la massima affermazione della vita. Ma in ciò si è ingannato. Egli pensava l'eterno ritorno come incitamento morale a vivere la vita nel modo più degno, al fine di potersene compiacere nelle infinite vite future. Ma in questo senso l'eterno ritorno non funziona. Anzi funziona all'incontrario. Poiché è eterno non da adesso, cioè non dal tempo in cui Nietzsche l'ha pensato e proclamato, ma già dall'eternità, la nostra vita sarà eternamente quella che è già eternamente stata. Qui il fatalismo uccide l'incitamento, deprime e non esalta lo sforzo. Nietzsche, "filosofo dell'avvenire", come si firmò in una pensione di Napoli ("Don Federico Nietzsche, filosofo dell'avvenire"), non pensava evidentemente al passato. Del resto già Alfred Bäumler dimostrò che nello Zarathustra l'eterno ritorno è un corpo estraneo.

La religione dell'eterno ritorno è però una testimonianza dell'animo e della vocazione religiosi di Nietzsche. Con tale animo e per tale vocazione, Nietzsche ha fondato un'altra religione, questa volta "vera", autentica, che "funziona" benissimo: la religione del corpo e della terra, della vita effimera, caduca, scintillante, della vita così com'è, a favore della quale ha respinto ogni tentativo di immortalizzazione ed eternizzazione. Tanti hanno rivendicato i diritti del corpo e della terra, ma non come Nietzsche, non con la sua intensità, la sua potenza e il suo spirito religioso. Si tratta di una vera religione, di una religione laica, che è anche una religione dell'umiltà (non della superbia, come ha detto Papa Benedetto XVI), perché predica l'amore della vita riconoscendo lo stato dell'uomo di cellula del grande organismo dell'universo, di cui deve subire le leggi, leggi non fatte per l'uomo, come lamentava già l'antico poeta Lucrezio ("Il mondo non è fatto per l'uomo"). È per questo che, quando Nietzsche non sapeva ancora come classificare il parto maschio dello Zarathustra, Peter Gast, suo provvidenziale discepolo e amico, gli disse: "È una sacra scrittura".

Lo Zarathustra è effettivamente un antivangelo. È il vangelo della purezza e della giustizia. Esso si erge contro il vangelo della carità. È il vangelo dell'amore di sé che è amore della vita e accettazione delle responsabilità della vita e si contrappone al vangelo dell'amore del prossimo, è l'esaltazione della vita terrena, nella sua problematica, tragica bellezza, contro ogni trascendenza, è un inno alla grandezza con radici terrestri e la sua fenomenologia nel mondo, è la storia del martirio che incombe a chi si mette sul suo sentiero solitario. È il vero Ecce homo, non teatralizzato, non sbandierato al pubblico nell'euforia precedente la pazzia, ma sussurrato a se stesso in timore e tremore. Come opera che fonda la religione laica, lo Zarathustra appare il seguito logico e la grandiosa conclusione di quel processo innescato dall'ateismo scientifico e divenuto, ai tempi di Nietzsche, una conquista della coscienza europea. Questo ateismo è concepito come l'atto più ricco di conseguenze di una bimillenaria educazione alla verità, che alla fine si vieta la menzogna della fede in Dio... Si vede che cosa propriamente vinse il Dio cristiano: la stessa moralità cristiana, il concetto della veracità preso in modo sempre più rigoroso, la sottigliezza da padri confessori della coscienza cristiana, tradotta e sublimata in coscienza scientifica, in pulizia intellettuale a ogni costo (La gaia scienza, 357).

Lo Zarathustra è dunque il il monte sacro, il vero Hauptwerk di Nietzsche, ed egli è stato, come abbiamo già detto, troppo modesto in questo suo sogno, allo stesso modo che lo è stato con la religione dell'eterno ritorno. Con lo Zarathustra egli non si è schierato, come voleva, accanto ai filosofi classici, ma li ha sovrastati con una creazione - perfetta fusione di filosofia, religiosità e poesia - che, come religione laica della vita, è molto più di un sistema filosofico: è semplicemente la più grande, ispirata e profonda affermazione della vita nella sua fugace autenticità. In tal senso è, malgrado i suoi non pochi difetti e cadute, dovuti alla sua nascita non unitaria ma a ondate successive - in cui l'energia accumulata durante il lungo esercizio razionalistico scema man mano che l'autore aggiunge parti alle parti - non solo la più grande opera della letteratura tedesca, in cui prende il posto dei Colloqui con Goethe di Eckermann, da Nietzsche esaltati come tale, ma anche la più grande celebrazione dell'umanità nella sua vera natura e nel suo vero destino. È insieme il definitivo rovesciamento dell'opera pessimistica di Schopenhauer.

Abbiamo paragonato l'opera di Nietzsche alla terra. Possiamo paragonare Così parlò Zarathustra, nella costellazione delle opere nietzschiane, al sole. Esso illumina le altre opere, precedenti e successive, come il sole i suoi pianeti. Come i pianeti, che orbitano intorno al sole, esse orbitano intorno allo Zarathustra. Qui però è importantissimo osservare, sulla scorta magari di un comune atlante di astronomia, che il sole è immensamente, "spaventosamente" più grande dei pianeti, è quasi da solo l'intero, cosiddetto, sistema solare, perché i pianeti, pur così grandi per noi che guardiamo da un pianeta, sono solo frammenti, schizzati via dall'immensa massa solare e raffreddatisi girandovi intorno. Tale il rapporto dell'opera del "grande Sì alla vita", a quelle, pur grandi e secondo molti, miopi, addirittura più grandi, del "grande No", specie da Al di là del bene e del male in poi.

Prima di passare all'ultimo, importante argomento, un ultimo chiarimento a questo riguardo. Noi rifiutiamo, per la religione laica di Nietzsche, l'espressione, che si ritrova nella recente e meno recente letteratura, di religione atea. E ciò benché Nietzsche abbia usato lui stesso questa parola. Su di essa anzi egli ha insistito. Ma, secondo noi, egli ha fatto ciò soprattutto per negare i vani sogni e le menzogne, le illusioni e le ipocrisie delle religioni positive ("nessuna religione ha mai finora contenuto, né direttamente né indirettamente, né come dogma né come allegoria, una verità"6). Il suo uso e le sue insistenze hanno dunque un valore polemico. L'amore della vita, della terra ("il cuore della terra è d'oro") e del corpo da lui predicato è un amore aperto sull'eternità, l'infinità e la divinità della vita. Come tale esso si nutre e si sazia di sé e della vita e non dà spazio a speculazioni e a negazioni di qualunque sorta. Chi vive nell'integrità e nella pienezza non ha bisogno di distogliere l'attenzione dalla sua vita per spostarla su elucubrazioni vane circa le prime e le ultime cose. Fin da giovane Nietzsche - così egli si vanta in Ecce homo - non si è mai preoccupato di queste cose. Egli sposta il sacro dal piano della trascendenza a quello dell'esperienza. Raggiunge così il suo connazionale Martin Lutero, oltre che come genio linguistico, come genio religioso.

E passiamo adesso alla vexata quaestio della responsabilità politica di Nietzsche. Ma in primo luogo, perché c'entra, diciamo che Nietzsche, pur non

essendo filosofo in senso stretto, ha creato un grande filosofema, l'unico vero suo filosofema: il nichilismo. Il nichilismo è la negazione della conoscenza e della morale. È importante notare comunque che anche a questo filosofema egli è arrivato non per via logica, ma per via psicologica. Alla psicologia, "quale morfologia e teoria evolutiva della volontà di potenza" e quale disciplina al di sopra delle altre, che è "la via che porta ai problemi fondamentali", egli eleva un monumento nell'aforisma 23 di Al di là del bene e del male. A forza di psicologizzare l'uomo, cioè di indagare i motivi egoistici o piuttosto fisiologici che si nascondono sotto le sue pretese spirituali, poi i gruppi, i popoli e alla fine l'umanità stessa come grande individuo, Nietzsche ha scoperto che l'universo non ha senso unitario, umano, non ha un senso, ed è questo che significa in ultima analisi "Dio è morto". L'universo ha solo gli innumerevoli sensi che gli esseri traggono da se stessi in base alla loro varia natura e misura di forza. Questi sensi sono "prospettive", cioè sempre anche abbreviazioni del mondo, e questo è il famoso prospettivismo di Nietzsche. Connsiderando la conoscenza come una "prospettiva", è più facile capire la negazione della logica e della sua capacità di penetrare la realtà. Per Nietzsche insomma l'antropomorfismo è un manto senza buchi che ricopre tutta la conoscenza umana. In questo egli si può considerare un rinnovatore della sofistica antica, non per niente da lui esaltata come la più libera e gloriosa cultura dell'antichità. Essa però era fine a se stessa e non serviva, come in lui, la religione della vita. Anche per quanto riguarda la morale, Nietzsche scopre che il preteso ordine morale del mondo, che i filosofi, per esempio Kant e Schopenhauer, e gli uomini in genere affermano, non è che il ribaltamento nel caos dell'universo del loro ordine interiore. Esso serve a creare una barriera, per quanto fittizia, contro l'onda caotica e distruttiva dell'universo, dunque la morale ha senso antropomorfico e di autoconservazione.

Teniamo conto pertanto, per quanto riguarda l'argomento della responsabilità politica, di questa negazione della conoscenza e della morale, che costituiscono, come abbiamo detto, la sostanza del nichilismo. Da essa derivano gravi conseguenze.

Dalla negazione della realtà come una qualunque stabile costituzione delle cose deriva, tanto per cominciare, la negazione della verità, per mancanza dell'oggetto a cui dovrebbe corrispondere (la verità è normalmente ciò che corrisponde alla realtà).

Ma allora che cos'è la verità? è l'errore, risponde Nietzsche, di cui abbiamo bisogno per vivere. La ricerca della verità non è ricerca della verità, ma di ciò che ci aiuta, ci fortifica e ci potenzia. Questo, e non la verità, è anche il criterio di validità della filosofia: è valida quella filosofia che aiuta i forti. Questi, per Nietzsche, sono destinati a soccombere alla forza del numero e all'astuzia dei mediocri, degli schiavi,

A queste negazioni si aggiunge la negazione della libertà, del libero arbitrio, e quindi della responsabilità. È errore, dice Nietzsche, giudicare di meriti e colpe: "l'uomo non è da tenere responsabile per niente, né per il suo essere, né per i suoi motivi, né per le sue azioni, né per i suoi effetti".7 Afferma inoltre che la legge suprema della natura è la sopraffazione e che non bisogna cercare di eliminarla o correggerla, perché se si tocca il gioco duro della vita si rende impossibile la nascita della grandezza. La grandezza, come abbiamo detto, è per lui lo scopo della vita e solo nel servizio alla grandezza gli uomini si giustificano. Insieme con la sopraffazione afferma lo sfruttamento dei più deboli e la necessità della schiavitù come "condizione di ogni civiltà e di ogni innalzamento di civiltà". Afferma inoltre la necessità di rinaturalizzare l'uomo: "si deve riconoscere il terribile testo di base homo natura.

Ritradurre l'uomo nella natura; trionfare delle molte vanitose e fantasiose interpretazioni e significazioni aggiuntive che sono stae finora scarabocchiate e spennellate su quell'eterno testo di base homo natura".

Ora, tutti questi sono risultati di un percorso strettamente personale ed esclusivamente filosofico. La politica non c'entra niente. Nietzsche non è mai stato uno scrittore politico o addirittura totus politicus, come lo descrive un interprete totus politicus egli stesso. Egli era invece totus impoliticus. La politica, dice Nietzsche, è fatta per le teste mediocri. Dice anche che, se uno crede di risolvere i problemi della vita con la politica, fa solo una caricatura. Sta di fatto tuttavia che questo percorso personale, solitario, filosofico, apolitico, antipolitico, corrisponde in tutto e per tutto, come per miracolo, all'involuzione e al tramonto dell'Occidente. Ma "come per miracolo" se vediamo le cose dal lato degli effetti, non se le vediamo dal lato delle cause. Se vediamo cioè che la crisi storica (semplice, fatale crisi di vecchiaia) della bimillenaria civiltà cristiano-europea si irradia, nella seconda metà dell'Ottocento, in tutte le manifestazioni umane: politica, morale, arte, filosofia ecc., che tutte la esprimono a modo proprio, comprendiamo che alla fine, pur essendo stato in tutto e per tutto antipolitico e inattuale, Nietzsche risulta essere in primo luogo una creazione e un'antenna della crisi, cioè della storia, della politica e dell'attualità, secondo la massima di Goethe: "Gli uomini sono da considerare organi del loro secolo che si muovono per lo più inconsapevolmente". È l'ironia della sorte: sull'uomo che si considerava inattuale per antonomasia, il giudizio storico da dare è un giudizio di attualità. L'uomo che ha scrutato l'antica Grecia era mosso da un inconsapevole, profondo motivo attuale. Con la sua trasfigurazione della crisi in poesia e filosofia tragica, egli ha conferito alla crisi corpo spirituale, legittimità e accelerazione; col suo irrazionalismo e la sua filosofia della natura e della forza (superuomo, uomo forte, volontà di potenza, gerarchia), la sola che resta quando si sono abbattuti i sistemi filosofici, ha acceso quel fuoco che trent'anni e cinquant'anni dopo si svilupperà in incendio mondiale. Si capisce dunque perché Thomas Mann dica: "Nietzsche è un fenomeno epocale mitico-terrificante".

Ma d'altra parte, se consideriamo la grandezza e l'importanza delle opere di Nietzsche, nella loro parte non guastata dall'epoca, la loro validità al di là del suo tempo, comprendiamo anche che, sebbene storia e filosofia comunichino e si alimentino a vicenda sotterraneamente, certo con peso disuguale, l'una non è riducibile all'altra. La filosofia in particolare, della quale qui ci occupiamo, cioè l'uomo, conserva in linea di massima, rispetto alla storia, la sua autonomia.

Nell'ambito di questa i ruoli si possono invertire, come per lo più avviene appunto nel caso di Nietzsche. Ed è per questo che abbiamo citato a suo riguardo la frase di Goethe e non quella violenta di Marx: "L'individuo è strumento della storia, che lo schiaccia". Nietzsche non è stato schiacciato. La crisi che lo ha partorito e condizionato e di cui egli rimane l'esponente principale, gli fornisce l'occasione per conquiste immortali puramente poetiche, morali e filosofiche: alta poesia e filosofia tragica, tellurica demistificazione di falsità, illusioni e ipocrisie, educazione alla grandezza, massima esaltazione dell'indipendenza umana, scandaglio psicologico di un nuovo Machiavelli, difesa della lealtà e giustizia verso la vita, accettazione religiosa della vita e dei suoi pesi, sulfurea e profetica critica della civiltà, con una perla rilucente: un'etica pura, scevra di ogni ombra di edonismo, utilitarismo, eudemonismo.

Sossio Giametta



Il Quirinale piu' costoso dell'Eliseo e di Buckingham Palace messi insieme

28/04/2007 Di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella per Il Corriere della sera

      I bilanci di Buckingham Palace sono reperibili nei minimi dettagli su internet all'indirizzo www.royal.gov.uk/output/page3954.asp, con tutte le voci relative ad entrate ed uscite: così si può leggere ad esempio che i dipendenti a tempo indeterminato a carico della Civil List alla fine del 2005 erano 310, cioè 3 in più rispetto all'anno prima, che la regina ha avuto regali ufficiali per 152.000 euro, che nelle cantine reali sono stoccati vini e liquori «in ordine di annata», per un valore stimato in 608.000 euro, che le uniformi del personale sono costate 152.000 euro e «catering e ospitalità» 1.520.000, o prendere nota dei passeggeri su di un preciso volo di Stato di un determinato giorno. E naturalmente non sono celati nomi e stipendi dei massimi dirigenti: gli inglesi possono quindi vedere che la busta paga di Lord Chamberlain (Richard Luce fino all'11 ottobre del 2006, poi William Peel) è stata di 97.000 euro, quella del segretario particolare della regina Robin Janvrin di 253.000, quella del responsabile del Portafoglio privato Alain Reid di 276.000, quella del Maestro di Casa David Walker 191.000 euro.

Una trasparenza che in Italia, nonostante i buoni propositi del presidente Napolitano, ci sognamo: l'unica fonte cui il comune cittadino puo' oggi attingere e' la comunicazione annuale con cui il Quirinale informa il governo di aver bisogno di «tot soldi» senza spiegare nulla su come vengano spesi, e che nel corso degli anni ha continuato, inesorabilmente a crescere, senza che mai sia stato segnalato un taglio e senza che mai sia stata fornita una risposta alle richieste di aggiornamento dei dati conosciuti e mai smentiti. Chi puo' dire infatti se ci siano ancora 71 alloggi a disposizione dei massimi dirigenti e dei collaboratori più stretti, o se i cavalli della ex Guardia del re siano ancora 60?
Per tornare all'Inghilterra, la regina ha deciso di fornire ai cittadini non solo tutti i particolari del bilancio ma di far certificare questo bilancio dalla Kpmg. E quando ad esempio, qualche anno fa, il governo inglese si accorse che la Civil List aveva calcolato un'inflazione (7,5%) più alta di quella poi effettivamente registrata, col risultato che la famiglia reale aveva ricevuto 45 milioni di euro in più, Tony Blair e il cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown decisero il congelamento dell'appannaggio per andare al recupero dei soldi. Invitata a «dimagrire», Elisabetta II ha preso l'impegno molto sul serio. Taglia di qua e taglia di là, per fare un solo esempio, a Buckingham Palace ci sono oggi 6 centralinisti a tempo pieno, ossia la metà di quelli assunti dalla Asl di Frosinone nella tornata del dicembre del 2002. Col risultato che se nel 1991-1992 la spesa pubblica per la Corona era di 132 milioni di euro, oggi è sotto i 57 milioni.

Un rapporto interno del 2000 metteva a confronto la presidenza italiana con alcuni "equivalenti" europei. Ed il Quirinale ne usciva veramente molto male. 
Al 31 agosto del 2000 il personale in servizio da noi era infatti composto da 931 dipendenti diretti più 928 altrui avuti per «distacco», per un totale di 1.859 addetti. Tra i quali i soliti 274 corazzieri, 254 carabinieri (di cui 109 in servizio a Castelporziano!), 213 poliziotti, 77 finanzieri (64 della Tenenza di Torvajanica, che è davanti alla tenuta presidenziale sul mare sotto Ostia, e 14 della Legione Capo Posillipo), 21 vigili urbani e 16 guardie forestali, ancora a Castelporziano. Il solo gabinetto di Gaetano Gifuni era composto da 63 persone. Il servizio Tenute e Giardini da 115, fra cui 29 giardinieri e 46 addetti a varie mansioni. 59 erano gli artigiani impegnati nella manutenzione dei palazzi: tra di loro 6 restauratrici al laboratorio degli arazzi, 30 operai, 6 tappezzieri, 2 orologiai, 3 ebanisti e 2 doratori. 
Gli operai (falegnami, tappezzieri, orologiai...) impegnati nelle manutenzioni di Buckingham Palace sono in tutto 15, compreso il supervisore.
La presidenza tedesca, dai compiti istituzionali simili alla nostra, aveva dimensioni molto più contenute: 50 addetti alle tre direzioni organizzative, 100 ai servizi logistici e di supporto e 10 agli uffici degli ex presidenti. Totale: 160. Cioè 29 in meno dei soli addetti alla sicurezza di Castelporziano. Il peso sulle casse pubbliche era di 18 milioni e mezzo di euro: un ottavo della nostra.
Quanto all'Eliseo, il confronto era altrettanto imbarazzante: nonostante il presidente francese abbia poteri infinitamente superiori a quello italiano, aveva allora (compresi 388 militari) 923 dipendenti. La metà del Quirinale. E infatti costava pure quasi la metà: 86 milioni e mezzo di euro in valuta attuale, contro 152 e mezzo.

Eppure, dopo quella denuncia interna sull'elefantiasi della struttura, in Italia i costi sono ancora cresciuti. L'unica voce rimasta costante, negli ultimi dieci anni, e' il compenso annuo del presidente della Repubblica, almeno in termini nominali, visto che si è ridotto di quasi la metà in termini effettivi da quando, nel 1996 (per decisione di Scalfaro) a tassazione, ma per il resto non solo sono aumentati perfino i corazzieri ma il personale di ruolo è salito a 1.072 persone. E ancora più marcato è stato l'aumento sul versante del «personale militare e delle forze di polizia distaccato per esigenze di sicurezza del presidente e dei compendi»: poliziotti, carabinieri e uomini di scorta vari sono 1.086. Cioè 382 in più rispetto a dieci anni fa. Con un balzo del 54%. Fatte le somme: nelle tre sedi rimaste in dotazione alla presidenza dopo la cessione alla Regione Toscana della tenuta di San Rossore, e cioè il Colle, Castelporziano e Villa Rosebery a Napoli, lavorano oggi 2.158 persone. Il doppio, come abbiamo visto, di quelle impiegate dalla corte inglese o dall'Eliseo. Col risultato che il solo personale costa oltre 160 milioni di euro. Pari, grossolanamente, a una busta paga pro capite di oltre 74.000 euro. Il doppio dello stipendio di uno statale medio. E il doppio di un dipendente della regina. 
I numeri piu' ustionanti, tuttavia, sono quelli assoluti. La «macchina» del Quirinale costava nel 1997 "solo" 117 milioni di euro. Dieci anni dopo ne costa 224 (piu' altri 11 milioni che arrivano al Colle da «entrate proprie quali gli interessi attivi sui depositi e le ritenute previdenziali»). Un'impennata del 91%, del 61% al netto dell'inflazione. Per non dire del paragone con vent'anni fa. Sapete quanto costava la presidenza della Repubblica nel 1986? In valuta attuale meno di 73 milioni e mezzo di euro. Il che significa che in vent'anni la spesa reale, depurata dall'inflazione, è triplicata. Mentre lassu' in Gran Bretagna veniva piu' che dimezzata. Col risultato che oggi Buckingham Palace costa un quarto del Quirinale.


Nietzsche (1)

20/10/2012 Di Giametta Sossio

 

Nietzsche

Il filosofo impara dalla vita. Impara anche dagli altri filosofi, dai loro libri, ma impara soprattutto dalla vita. Schopenhauer cita tra i suoi maestri Kant, Platone e gli orientali, ma sottolinea sempre che la prima maestra è stata per lui la vita. Ciò nonostante, per capire bene un filosofo, bisogna sapere a chi è succeduto e a chi ha reagito nella storia della filosofia. L'ha detto tra gli altri Bergson, senza dire con ciò granché di nuovo: ogni filosofo pensa in reazione a un altro pensatore. Si applica ai filosofi la legge che uno dei primi filosofi greci, Anassimandro, applica a tutti gli esseri: sono tutti commessi alla fine, "secondo l'ordine del tempo", per una legge di giustizia. Cioè perché, con l'unilateralità che ciascuno rappresenta e non può non rappresentare, infrangono l'unità, la compattezza, l'integrità, l'universalità della vita.

Il filosofo successivo è dunque la correzione e l'incremento, per contrasto e integrazione, del filosofo precedente, in corrispondenza - è importante notarlo - della successione delle epoche, che essi sempre rappresentano e che sono, come ha detto Platone, le facce cangianti dell'eternità. Qui eternità equivale a unità, compattezza, integrità, universalità.

Dunque per capire bene Nietzsche è importante notare quale sia stato il suo maestro e a chi egli, con la sua opera, reagisca. Il maestro di Nietzsche, l'unico suo maestro, come egli stesso ha detto, pur essendo stato influenzato da decine di autori, è stato Arthur Schopenhauer. Vedremo che Nietzsche reagisce, nel modo più grandioso, a Schopenhauer e al suo pessimismo, anche se non con un sistema filosofico opposto, come magari avrebbe voluto ma che non era nelle sue corde, bensì con un chiasma, attuato con i mezzi a lui propri di moralista-poeta.

Ma cominciamo dal principio, visto che, come si dice, "lo stile è l'uomo". E diciamo quale è stata la molla che ha messo in moto il cuore e la mente di Nietzsche, che cosa lo ha indotto a filosofare. Ebbene, Nietzsche, come in genere i grandi, comincia, si può dire, con una specie di pigrizia. Questa consiste nell'abbandonarsi alla vita e alla propria natura senza una direzione particolare e senza far conto dell'esterno. Nietzsche era per indole dolce e mite, semplice, socievole, affettuoso, aperto alle amicizie, insomma quello che si può definire una persona normale. Come tale tendeva a una vita normale. Queste caratteristiche egli conservò, compatibilmente con le tempeste che scossero la sua vita, per tutta la sua esistenza, come testimoniano le descrizioni di coloro, uomini e donne, che lo conobbero da vicino, e come testimonia la sua vita ordinaria, documentata da un folto (e splendido) epistolario. Ciò è vero a tal punto che gli interpreti, ancora oggi, non si sanno spiegare come mai a un'opera così straordinaria come la sua corrisponda una vita così "banale", così ordinaria. Il fatto è che nella "normalità" di Nietzsche c'erano comunque delle particolarità. Egli era un poeta nato, un poeta con ala cosmica, che si era nutrito della più grande cultura. Era un allievo dei classici, in particolare di Goethe e della Goethezeit. Era soprattutto un uomo di radicale dirittura e onestà. Se ne sarebbe stato dunque tranquillo, se non avesse ben presto incontrato sul suo cammino la falsità, l'ipocrisia, l'illusione e la menzogna, cioè la stortura e la disonestà. Già da ragazzo tutto questo aveva messo in crisi la sua fede cristiana. In seguito mise in crisi la sua fede in molte altre credenze, dalle più antiche alle più moderne. La sua opera è un'opera di reazione. È nello stesso tempo un terremoto, perché le cose umane con cui lui se la piglia: religioni, morali, sistemi filosofici, tradizioni, istituzioni, costumi, sono impastate di vero e di falso, di autentico e di inautentico. Tutte cadono quindi immancabilmente sotto i colpi del suo martello critico ("Come si filosofa col martello" è il sottotitolo del suo Crepuscolo degli idoli).

Ma questo suo aspetto di demistificatore non è l'unico che lo caratterizza. Perché egli era inoltre poeta, come abbiamo detto, profeta, psicologo e acuto indagatore della décadence, come la chiama, cioè della crisi del suo tempo, che poi il suo seguace Oswald Spengler chiamerà il tramonto dell'Occidente. Come si spiegano e stanno insieme tutti questi aspetti della sua opera? Finora queste cose sono state esaminate separatamente, e molti interpreti ritengono che questa pluralità di talenti contrastanti sia stata il dramma di Nietzsche. In realtà essi sono collegati tra loro e formano insieme un solo organismo spirituale, certo non facile da decrittare. Non avendo visto ciò, molti interpreti, tra i più competenti, ritengono Nietzsche, nella sua straripante ricchezza e "indomabile" varietà, un enigma insolubile. Non bisogna, dicono, neanche cercare di risolverlo. Abbiamo per esempio Rüdiger Safranski, che dice:

Di Nietzsche non si può venire a capo. Neanche lui è venuto a capo di se stesso.

Ciò che è vero soltanto, parzialmente, nella seconda parte. Per Karl Jaspers Nietzsche è inesauribile. Egli non rappresenta un problema che possa essere risolto nella sua interezza.

Per Gottfried Benn, che tale giudizio riporta nell'Introduzione ai Ditirambi di Dioniso,2 questa frase è una frase assai significativa! Con criteri europei moderni in realtà Nietzsche non può essere risolto, appartiene alle ‘parole primordiali'" [Urworte].

Infine, il grande biografo di Nietzsche, Curt Paul Janz, spiega che Nietzsche ha lasciato un'opera che ci starà sempre davanti come uno stimolo, che nella sua molteplicità offre bensì varie possibilità di accesso e di interpretazione, ma non potrà mai essere abbracciata nella sua totalità da un singolo osservatore, misurata da un singolo rielaboratore. Collocare Nietzsche nella sua epoca e nel fluire dei secoli, nel contesto del suo ambiente e in quello delle correnti spirituali che risalgono fino ai primordi dell'antichità classica, è impresa che fuoriesce dai canoni interpretativi normali.

Come si vede, secondo costoro Nietzsche non soltanto non si può capire, ma, come abbiamo detto, non bisogna neanche cercare di capirlo.

Ma può la critica arrendersi, vanificarsi, solo perché un'interpretazione si presenta a prima vista, e magari anche a seconda vista, come "impossibile", ossia più difficile di altre? E si può, d'altra parte, sostenere di un qualsiasi autore ciò che Safranski, Jaspers, Benn, Janz e altri ancora sostengono di Nietzsche: che sfugge all'analisi, "échappe à l'analyse", come un critico francese disse, dopo un concerto, di Beethoven, quasi che Nietzsche o Beethoven fossero fuori o al di sopra del genere umano? Nel genere umano anche il genio più grande è iscritto con una sua chiara funzionalità. Il genio, infatti, è un'estrema risorsa dell'umanità nelle sue crisi più difficili.5 È il rimedio che cresce là dove cresce il male, secondo il noto detto di Hölderlin. Dunque la difficoltà di capirlo corrisponde ogni volta alla difficoltà di capire la crisi stessa. Nel caso di Nietzsche non resta perciò che affrontare questo problema e cercare di risolverlo con i mezzi a nostra disposizione.

Considereremo in seguito questo problema dal lato dell'oggetto, ossia della crisi storica che Nietzsche rappresenta e di cui, come vedremo, è una creatura e l'esponente principale. Ma consideriamo per ora il problema dal lato soggettivo e diciamo che in realtà un criterio unitario, una chiave che permetta di sciogliere il nodo, certo aggrovigliato, dei contrastanti talenti e delle bivalenze di Nietzsche, come Giano bifronte, non manca affatto. Questo criterio c'è e spiega, direttamente o indirettamente, tutte le manifestazioni di Nietzsche: è la sua ribellione alla falsità. Egli diceva di sentire la falsità a naso e proclamava: "Il mio genio è nelle mie narici" È questa una proclamazione significativa, perché nel dire ciò che egli era: un moralista (nutrito di poesia), dice anche quello che non era. Non era un filosofo nel senso stretto del termine. In realtà era soprattutto un antifilosofo, che aveva per la filosofia concettuale una vera e propria idiosincrasia, come un commerciante può averla per la poesia. La considerava infatti una delle forme meglio agghindate della falsità, del pensiero interessato. Se si vogliono conoscere le torri della città, dice, bisogna uscire dalle mura. Nietzsche uscì dalle mura della filosofia per verificare e soppesare quanto essa (le torri) valesse effettivamente nella vita. Ma non corriamo troppo. Di Nietzsche si parla comunemente come di un filosofo, di un grande filosofo tedesco, e ciò va bene e non è sbagliato. Anzitutto perché Nietzsche si occupò costantemente di filosofia e fu dunque inevitabilmente, perifericamente, anche filosofo. Ma poi perché comunemente filosofo sta per pensatore, e Nietzsche era certamente un pensatore, un grande pensatore. Però, su un piano rigoroso, per lui, come da noi per Leopardi, è importante distinguere tra due tipi di pensatori: quelli che pensano in base alla logica e in termini concettuali, quelli cioè i cui ragionamento sono concatenazioni di concetti, e quelli che invece pensano in base all'esperienza e alla morale, in termini non concettuali bensì per intuizioni, come Nietzsche appunto.

Le verità di Nietzsche sono intuizioni morali, non verità filosofiche, con un'eccezione che vedremo. La prova del nove del fatto che Nietzsche non fosse un filosofo in senso stretto, alla guisa di Hegel, Spinoza, Leibniz ecc., è che ogni volta che ha provato a filosofare, vale a dire a sviluppare sistematicamente le sue intuizioni morali, ha fatto disastri. Questa distinzione di moralismo e filosofia stenta a farsi strada tra gli studiosi, riesce loro ostica, come ho sperimentato, perché essi non la ritengono necessaria; ma senza di essa non si può capire Nietzsche, e infatti non lo si è capito, né altri autori, come il nostro Leopardi. Per più di quarant'anni si è discusso in Italia se Leopardi, nella sua maggiore opera di pensiero, lo Zibaldone, fosse o non fosse un filosofo. Chi ha detto di sì, chi ha detto di no. Ma alla fine si è (felicemente) concluso che era un moralista. Si consideri comunque che in Francia, patria dei grandi moralisti, i filosofi (Descartes, Malebranche, Bergson) appartengono alla storia della filosofia, ma i moralisti (La Rochefoucauld, Montaigne, La Bruyère) appartengono alla storia della letteratura.

La differenza tra i due generi la fa comunque, nel modo più chiaro, Nietzsche stesso. All'inizio dell'aforisma 5 del suo Opinioni e sentenze diverse afferma: Un peccato originale dei filosofi. In tutti i tempi i filosofi si sono appropriati i detti di coloro che scrutano gli uomini (i moralisti) e li hanno corrotti, - proprio quando credevano di elevarsi in tal modo al di sopra di essi, - col prenderli in senso assoluto e col voler dimostrare come necessario ciò che dai moralisti era inteso solo come indicazione approssimativa o addirittura come verità di un deennio, particolare a un paese o a una città.

Di questa distinzione Nietzsche dà poi una notevole applicazione nell'aforisma 33 della stessa opera. In esso nega che Schopenhauer sia filosofo e lo riconosce solo come moralista:

Voler essere giusti e voler essere giudici. Schopenhauer, la cui grande conoscenza dell'umano e deltroppo umano, il cui originario senso dei fatti è stato non poco pregiudicato dal variegato manto di leopardo della sua metafisica (che bisogna prima togliergli, per scoprirvi sotto un vero genio moralista) - ...

La differenza tra filosofi e moralisti è ulteriormente ribadita nell'aforisma 214 del Viandante e la sua ombra. Qui, parlando di sei moralisti francesi, Fontenelle, Vauvenargues e Chamfort oltre ai tre già citati, Nietzsche dice: essi contengono più pensieri reali di tutti i libri dei filosofi tedeschi messi insieme.

Che cosa vuol dire "pensieri reali"? Certamente vuol dire pensieri concreti, che hanno a che fare con l'uomo e la vita umana, e non pensieri che si dilatano nell'iperuranio e che, nella loro astrattezza, sono lontani dall'uomo e dalla vita.

A questo bisogna osservare che un autore non distingue filosofi e moralisti con un tale svantaggio per i filosofi senza essere e ritenersi egli stesso un moralista. Per questo la famosa frase di Heidegger: "Nietzsche è altrettanto obiettivo e rigoroso di Aristotele", è fondamentalmente sbagliata. Aristotele, infatti, proclama come base della filosofia il principio di ragione nelle sue tre forme: principio di identità, principio di non contraddizione e principio del terzo escluso. Questo principio logico serve a dimostrare le proposizioni filosofiche, egli spiega, ma non dimostra se stesso.

E in effetti, ciò che dimostrerebbe il principio dovrebbe a sua volta essere dimostrato, con un regresso all'infinito. Aristotele, insomma, filosofa in base alla logica, ma la logica, appunto, era ritenuta da Nietzsche uno strumento di falsificazione, una macchina autoaffermativa che rende pensabile quello che non lo è, ossia la realtà. La realtà per Nietzsche non è pensabile. Diceva: "Da Copernico in poi l'uomo rotola dal centro verso una x". E consigliava la logica ai malati. A loro fa bene, sosteneva, ingabbiare, incapsulare, addomesticare la realtà indomabile, trascendente e defatigante nell'ordine logico, cioè umano, antropomorfico.

La cosa strana (fino a un certo punto: in Nietzsche si trovano varie contraddizioni di questo tipo) è però che, dopo aver tanto nettamente distinto filosofia e moralismo, filosofi e moralisti, che ragionano, come abbiamo detto, in base a due principi e sistemi diversi, uno concettuale e uno, si può dire, morale (la coerenza morale alla fine fa sistema, e solo questo è il sistema di Nietzsche), Nietzsche non si sia attenuto alla distinzione da lui stesso istituita, sia venuto meno all'imperativo patere legem quam ipse tulisti. Si comportò infatti più volte come i filosofi da lui stigmatizzati nell'aforisma 5 e nutrì per tutta la vita il sogno di un Hauptwerk filosofico, cioè sistematico, di un capodopera o opera fondamentale, con cui schierarsi accanto ai filosofi classici. Abbandonò questo sogno senza rimpianti solo alla fine della sua vita sana (fu poi pazzo per undici anni). Vedremo che il suo vero Hauptwerk fu in realtà ben superiore a un sistema filosofico e che in fondo, con l'Hauptwerk filosofico, egli sognava al ribasso. Anticipiamo che tale super-Hauptwerk non fu La volontà di potenza, "il libro più indipendente", come egli credeva, ma Così parlò Zarathustra, "il libro più profondo".

Dunque Nietzsche era un moralista. Che negando la realtà come stabile costituzione delle cose, riduceva la filosofia, come studio della realtà e dell'uomo in quanto parte della realtà, a moralismo, ossia a studio dell'uomo sull'uomo in ciò che è altro dall'uomo (la x). Come moralista, egli si manifesta ufficialmente a partire da Umano, troppo umano, la sua instauratio magna, continuando, con l'intensificazione di toni e accenti, per il resto della vita.

Tutte queste opere non sono dunque opere autonome; sono, fondamentalmente, opere di critica storica e filosofica, di Kulturkritik o critica della civiltà (non di Gesellschaftskritik, critica della società, come specialmente persone di sinistra pretenderebbero); sono opere scettiche, negative. Ma che cos'era egli prima? Prima del periodo razionalistico-scettico ci sono le opere giovanili: La nascita della tragedia e le Considerazioni inattuali, e prima ancora o contemporaneamente, gli scritti del 1870-1873. Queste opere sono caratterizzate dall'influsso di Schopenhauer e Wagner e appartengono alla cosiddetta fase metafisica. È a questa fase e a quest'influsso che Nietzsche reagisce nella fase critica, razionalistica, inaugurata da Umano, troppo umano, e questo esercizio va fino al Crepuscolo degli idoli, cioè fino alla fine della sua vita lucida. In questa seconda e definitiva fase, da alcuni periodizzat in base a criteri particolari, Schopenhauer e Wagner, come maestri, furono abbandonati, "radiati", in quanto è soprattutto in contrasto con loro che si sviluppa il nuovo pensiero di Nietzsche. Ma non fu abbandonata la visione dionisiaca. Concepita ed elaborata nella prima fase, questa rimase poi sempre al centro della sua opera. Fu fatta valere ufficialmente nella Nascita della tragedia (1872), ma è elaborata in particolare nella Visione dionisiaca, uno degli scritti del 1870-1873.



C'╚ QUALCHE CREPA NEL POTERE DI CL

18/01/2012 Ferruccio Pinotti per La Sette

Può vantare nel governo Monti due ministri "vicini" alla sua causa, il ministro dello Sviluppo Corrado Passera e quello della Cultura Lorenzo Ornaghi, che come rettore della Cattolica ha intessuto ottimi rapporti con gli uomini oggi guidati da Julian Carron; può contare su una rete di 36.600 aziende per un giro d'affari complessivo di 70 miliardi; e gioire del fatto che alla guida dell'arcidiocesi di Milano c'è un suo uomo, il cardinale Angelo Scola. Per Comunione e Liberazione e per il suo braccio economico, la Compagnia delle Opere, è in apparenza un momento d'oro: il suo metodo, "l'amicizia operativa", fa presa su persone e aziende in un momento di crisi nel quale ci si sente soli.

E le intese siglate con molte banche attraggono le aziende alle prese con il credit crunch e con la diffidenza a concedere prestiti. Il movimento fondato da don Giussani continua quindi a crescere. La caratteristica dell'armata ciellina è l'affrontare la vita con un sorriso e continuare a macinare posizioni. E Cl ne sta conquistando parecchie, in questi anni, forte anche della simpatia di Benedetto XVI, accudito da laiche consacrate di Cl sin da quando era cardinale.

Il Meeting di Rimini sta divenendo un momento di confronto aperto molto importante, tanto che all'edizione di quest'anno è intervenuto in prima persona il presidente Napolitano, mentre nell'edizione 2010 un big come Sergio Marchionne ha fortemente legittimato il movimento, invitando i giovani ciellini a essere la nuova classe dirigente italiana. La trasversalità politica di Cl è solidissima: con Cl hanno ottimi rapporti anche politici come Pierluigi Bersani (salutato come «il nostro candidato alle primarie del Pd» dal Meeting 2009) ed Enrico Letta.

È espressione di Cl l'intergruppo parlamentare sulla sussidiarietà: fondato dal ciellino Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, riunisce per il Pdl Luigi Casero, Angelino Alfano, Gianfranco Blasi; per l'Udc la senatrice Maria Grazia Sestini e Luca Volonté del'Udc; per i Ds Pierluigi Bersani, Enrico Letta ed Ermete Realacci. I rapporti storici con Berlusconi sono solidissimi: Silvio è stato finanziatore de Il Sabato e ha fruito di pubblici endorsement elettorali da parte di Cdo e Cl in più occasioni. Hanno un ottimo rapporto con Cl gli ex ministri Sacconi e Tremonti.

Nel governo Monti, oltre a Passera e Ornaghi, ci sono altre sponde di dialogo forte con Cl. Andrea Riccardi vanta un trascorso in Cl, prima di fondare Sant'Egidio. Ma fa parte del governo Monti anche un membro del Consiglio di presidenza di Cl: si tratta di Elena Ugolini, sottosegretario all'Istruzione, già tecnico al ministero, prima insieme a Berlinguer, poi con la Moratti. Innumerevoli i rapporti costruiti da Cl con il mondo della finanza: se Passera è da anni uno degli ospiti fissi del Meeting di Cl, il movimento ha costruito un rapporto fortissimo anche con Carlo Fratta Pasini, presidente del Banco Popolare, che ha siglato una intesa operativa con la Cdo e organizzato nello scorso ottobre, a Veronafiere, un incontro "oceanico" con don Carron, insieme al presidente della Fondazione Cariverona Paolo Biasi e al presidente della Cattolica Assicurazioni Paolo Bedoni.

LE MANI SULLA SANITÀ
Un esponente di Cl in posizione di grande potere nell'economia e nella finanza del Nord è Graziano Tarantini, presidente del Consiglio di Sorveglianza di A2A Spa, presidente di Banca Akros Spa e vice presidente della Banca Popolare di Milano. Ma anche commissario della Fondazione Cariplo e presidente della Fondazione San Benedetto. Tarantini per cinque anni è stato consigliere legale della Santa Sede presso la Wto, nel cda di Dexia- Crediop, di Finlombarda e molto altro ancora.

Senza contare figure come Antonio Intiglietta (presidente Gefi) e Massimo Ferlini (presidente Cdo Milano e provincia), capaci come pochi di creare occasioni di business alla galassia ciellina. Il potere di Cl in Lombardia è sistematico, si estende dalla sanità - dove nulla si muove senza che Cl e Cdo vogliano - alle infrastrutture; dalla scuola alle cooperative sociali. Ma è forte l'espansione anche nel resto d'Italia.

La testa di ponte col Veneto è Verona, da poco sede della Cdo del Nordest (guidata da Luca Castagnetti) che ha stabilito ottimi rapporti con la compagine leghista e cattolica del sindaco Flavio Tosi (ex assessore regionale alla Sanità), più propenso ad alleanze con Cl che al secessionismo di Bossi. Il movimento in Veneto ha guadagnato alla sua causa figure di spicco come l'imprenditrice Marina Salamon, ex presidente dei Giovani di Confindustria.

Anche il sindaco di Padova Flavio Zanonato è contiguo a Cl e ha dato in mano a una coop ciellina la gestione di un simbolo come lo storico Caffè Pedrocchi. Ma la penetrazione nel sistema sanitario veneto, che vale l'82% delle risorse finanziarie regionali, 8,35 miliardi, è forte. Con la protezione del cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia e oggi arcivescovo di Milano, è stato realizzato a Mestre il modernissimo Ospedale dell'Angelo, una struttura costruita in project financing: un'opera da 220 milioni di euro nella quale sono presenti aziende molto vicine alla Cdo e a Cl, come denunciano in un libro appena uscito, Cosa Loro - I Serenissimi della Compagnia delle Opere, i giornalisti Ernesto Milanesi e Sebastiano Canetta.

In ottimi rapporti con i ciellini è poi il direttore generale dell'azienda ospedaliera di Padova, Adriano Cestrone, che amministra un sistema del valore di 500 milioni e partecipa ai pellegrinaggi in Terra Santa organizzati da Cl. «Sanità opaca, appalti fuori controllo, infeudata da baronie al tramonto», segnalano Milanesi e Canetta, che denunciano il matrimonio tra imprese cielline e coop rosse: «Un bel business: edilizia sanitaria, manutenzioni, forniture. Il Veneto è come la Lombardia. E la Cdo ha messo in moto le sue aziende». Molti appalti sono vinti da aziende del settore sanitario iscritte alle Cdo del Nordest. E alla Cooperativa sociale Giotto di Cl è affidata la gestione del lavoro dei detenuti del carcere Due Palazzi di Padova.

Ma l'espansione di Cl è forte anche al Centro-Sud. A Roma ha potuto contare sull'ex presidente di Atac Luigi Legnani, che era al contempo vicepresidente di Ferrovie Nord Milano e a.d. di LeNord. In Calabria il dominus è stato Antonio Saladino, leader della Cdo (poi travolto dallo scandalo Why Not) che aveva costruito un vasto sistema di potere; mentre in Sicilia la Cdo può vantare solidi appoggi in ambito confindustriale. Non c'è regione quindi, dove Cl e Cdo non espandano il proprio potere.

 Tuttavia, la "transizione" del movimento di don Giussani e del suo braccio economico non è esente da problemi. Il leader Roberto Formigoni, dopo il crollo di Berlusconi, sembra alla ricerca di una ricollocazione politica, non facile a 64 anni: ha annunciato di voler candidarsi alle primarie del Pdl, ma l'abbraccio con Silvio non ha prodotto la sua designazione a "delfino" e lo ha stritolato in un rapporto che ha certamente nuociuto alla credibilità dell'immagine, con episodi come la candidatura di Nicole Minetti nel listino chiuso per le regionali.

Pesante anche il riverbero di vicende che hanno coinvolto uomini della coalizione di Formigoni, come il vicepresidente del consiglio regionale ed ex assessore regionale all'Ambiente Franco Nicoli Cristiani, arrestato per una vicenda di corruzioni e rifiuti illecitamente "sistemati" sotto l'autostrada Brebemi. C'è poi la grana del San Raffaele, che proprio dalla Regione presieduta da Formigoni riceveva i finanziamenti per l'attività sanitaria. Nell'ordinanza che ha confermato il fermo del faccendiere Pierangelo Daccò, coinvolto nella bancarotta dell'istituto milanese, viene citato il presidente di Regione Lombardia per un viaggio sull'isola di Saint Marteen.

L'imprenditore, vicino a Cl, era tanto legato al governatore della Lombardia da trascorrere con lui le vacanze in barca. L'espansione dei privati nella sanità alla ciellina, una torta da 17,4 miliardi di euro, evidenzia crepe ed è stata segnata da diverse inchieste giudiziarie, spesso sfociate in nulla.

Emblematico del sistema delle cliniche private accreditate e rimborsate è il caso della Santa Rita, la clinica degli orrori dove venivano effettuati interventi inutili e dannosi: nonostante la Regione si sia costituita parte civile (con tanto di danno liquidato), restano i dubbi su un metodo dove il privato sottrae risorse preziose alla sanità pubblica, a fronte di risultati spesso discutibili, come ha denunciato l'ex assessore leghista alla Sanità Alessandro Cè, medico, costretto a dimettersi per essersi opposto alla sanità formigoniana.

Ma il sistema non è più monolitico come prima. E la Regione ha dovuto incassare una condanna per aver sospeso un dipendente, il dottor Enrico De Alessandri (già direttore del Centro Emoderivati) che in un blog e poi in un libro, Comunione e Liberazione, assalto al potere in Lombardia, aveva criticato l'ingerenza ciellina nelle nomine e negli affari della sanità lombarda. Il 20 gennaio 2011 il Tribunale di Milano, sezione Lavoro, ha dichiarato l'illegittimità della sanzione disciplinare e ha condannato la Regione Lombardia. «Se non si è ciellini è impossibile lavorare nella sanità della Regione Lombardia», denuncia De Alessandri.

«Credo che, pur avendo vinto la causa, per protesta mi trasferirò all'estero». Cl ha subìto una sonora sconfitta anche alle elezioni di novembre per il rinnovo dell'Ordine dei Medici di Milano: la lista di Cl data per vincente, Arte Medica, non ce l'ha fatta e Cl non avrà nemmeno un proprio rappresentante nel consiglio dell'Ordine. Segno che il vento nella sanità lombarda sta cambiando. Ma la crisi investe anche il mondo della Compagnia delle Opere: la Cdo di Brescia (1.300 associati, una delle più forti d'Italia) ha visto calare quest'anno, per la prima volta, il numero dei propri associati di un centinaio di unità.

Non tutti hanno voglia di pagare la quota associativa di un network che, stante la crisi italiana ed europea, drena sempre meno finanziamenti pubblici. La crisi investe anche un'azienda simbolo del potere di Cl e Cdo, il colosso A2A, le cui debolezze sono emerse nella vicenda Edison, tanto che a Brescia cresce il partito dei "separatisti", che chiedono il distacco della propria multiutility da Milano e il ritorno alla vecchia e virtuosa Asm. Ma la "crisi" di Cl non è solo questione di soldi: molti vescovi iniziano a guardare con sospetto al potere di Cl nelle diocesi.

E persino ex Memores Domini che erano compagni di preghiera di Formigoni, come Bruno Vergani (autore di una drammatica "confessione"), se ne vanno denunciando il clima "settario" che regna in un movimento sempre più dedito al potere e agli affari. Una crisi di transizione? Forse. Ma Cl sta diventando qualcosa che forse anche don Giussani farebbe fatica a riconoscere.

2- DALLA NASCITA IN ITALIA, NEL 1954, ALL'ESPANSIONE IN SETTANTA PAESI
LA FONDAZIONE

Cl è nata nel 1954 su iniziativa del sacerdote don Luigi Giussani. L'attuale presidente della Confraternita è lo spagnolo don Julian Carron.

Antonio Saladino

LA DIFFUSIONE
Cl oggi è divenuta un'organizzazione presente in 70 Paesi del mondo. I laici che prendono i voti di castità, povertà e obbedienza sono denominati Memores Domini. Il più celebre è Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia.

IL BRACCIO ECONOMICO
Il suo braccio operativo, la Compagnia delle Opere, nato nel 1986, è un network di 36.600 imprese. La Cdo è presente con 40 sedi in Italia e 17 all'estero (in Argentina, Brasile, Bulgaria, Cile, Colombia, Francia, Israele, Kenia, Paraguay, Perù, Polonia, Portogallo, Repubblica di San Marino, Spagna, Svizzera, Ungheria e Venezuela) e opera nel mondo anche attraverso i network di sedi operative del consorzio per l'internazionalizzazione Co.Export e della Fondazione Avsi.

I MEDIA
La rivista ufficiale del movimento è il mensile Tracce, pubblicato in undici lingue, tra cui il russo e il giapponese

3- CORSI, OSPEDALI E MENSE SOTTO INCHIESTA... 
 

Alcune inchieste giudiziarie, negli ultimi anni, hanno coinvolto uomini di Cl e della Compagnia delle Opere. Una di queste è quella della procura di Padova, condotta dal pm Vartan Giacomelli: sono stati rinviati a giudizio il leader della Cdo del Nordest Graziano Debellini e altre nove persone implicate in un'indagine sui corsi di formazione della cooperativa Dieffe di Padova. Il gruppo padovano di Cl è accusato di aver concorso a truffare oltre mezzo milione di euro all'Unione europea e a cascata al ministero del Lavoro e alla Regione Veneto.

Il processo, in corso, dirà se è vero o meno. Un'altra complessa inchiesta è quella che ha riguardato la cooperativa La Cascina, l'azienda che la Cdo ha identificato per presidiare il settore delle mense, della ristorazione collettiva, dei Centri di Identificazione ed Espulsione, delle carceri, della fornitura di pasti a mense universitarie, ma anche per pizzerie e bar. Un gigante che oggi dà lavoro a 6.000 dipendenti e produce 30 milioni di pasti l'anno.

Più filoni di inchiesta della magistratura, avviati nel 1989, si sono dedicati all'attività di questa società: alcuni si sono conclusi con condanne e risarcimenti, altri con assoluzioni. Oscure le vicende dell'inchiesta Montecity-Grossi-Abelli, nella quale Cl e la Regione Lombardia hanno negato qualsiasi coinvolgimento (la moglie di Giancarlo Abelli, Rosanna Gariboldi, ha patteggiato 2 anni nel gennaio 2010).

Complessa pure la storia delle tangenti in Trentino che ha coinvolto l'ex presidente della provincia autonoma Mario Malossini (già coinvolto in procedimenti giudiziari per una storia di tangenti sull'Autobrennero) poi riciclato come presidente della Cdo (dal 2000 al 2003) e di nuovo chiamato in causa dalla procura per una storia di soldi versati da un imprenditore, Fabrizio Collini, poi morto suicida.

Pesante anche l'inchiesta che ha coinvolto il vertice della Compagnia delle Opere del Sud, Antonio Saladino: si tratta della nota inchiesta Why Not, condotta dal pm De Magistris. Di recente i magistrati della Procura di Milano hanno un faro acceso sui rapporti tra il San Raffaele e la Regione Lombardia. Alcune intercettazioni tra don Verzé e Mario Cal, il manager morto suicida, segnalano l'intenzione di premere su Formigoni per il fatto che la Regione si era costituita parte civile in un processo su presunti ricoveri fantasma dell'ospedale.


Cose italiane

15/11/2011 Di Antonio Martino da Il Tempo www.antoniomartino.org

Confesso la mia ignoranza: non mi risulta che mai nessun paese, con una sola eccezione, si sia dato un governo tecnico. L'eccezione è nota: l'Italia nel 1995 si diede (più corretto sarebbe dire che si vide imporre dal capo dello Stato) un governo tecnico, guidato dal ministro del Tesoro del governo precedente, Lamberto Dini. Ho cercato invano di immaginare cosa accadrebbe negli Stati Uniti d'America se venisse proposto un presidente tecnico e sono sempre arrivato alla conclusione che l'ipotesi avrebbe scatenato 300 milioni di pernacchie. Lo stesso vale per l'Inghilterra, la Francia, la Germania e il resto del mondo. Decisamente siamo in presenza di una creazione della sconfinata fantasia italiana.
Diceva Chesterton che governare è come scrivere una lettera d'amore o soffiarsi il naso: dobbiamo farlo noi, anche se lo facciamo male, non possiamo certo delegarlo ad altri. Noi italiani, invece, riteniamo che altri possa soffiarci il naso, scrivere per noi alla nostra donna o governarci. Il fatto è che democrazia non significa governo dei più qualificati; se fosse questo il suo significato nessuno ricorrerebbe alle elezioni che non garantiscono affatto che saranno scienziati, tecnici o vincitori del Nobel a risultare i primi. Tutte le democrazie, per essere certe che a vincere sarà il più qualificato, invece di costosissime elezioni, bandirebbero pubblici concorsi per titoli ed esami ai posti di governo. Solo così avremmo la ragionevole speranza che non andranno al potere persone prive dei requisiti tecnico-scientifici per utilizzarlo al meglio.
Personalmente sono sempre stato dell'idea che "I governi cosiddetti amministrativi o tecnici sono sempre stati i governi più seriamente e pericolosamente politici che il Paese abbia avuto. Il loro preteso agnosticismo è servito sempre e soltanto a coprire, a consentire o a tentare le più pericolose manovre contrarie alle necessità e agli sviluppi di una corretta vita democratica. (...) Governo di affari, dunque, e dopo di esso un mutamento non nel senso limpidamente indicato dalla consultazione elettorale, ma nella direzione opposta." Queste parole sono state pronunciate alla Camera da uno che aveva un rispetto per la sovranità popolare che manca ai suoi epigoni: Palmiro Togliatti (9 luglio 1963).
Oltre tutto, se siamo veramente convinti che ciò di cui l'Italia ha bisogno è una sospensione della democrazia e un governo di tecnici, perché mai sprecare tempo sottoponendolo all'insulto di fargli dare (o negare) la fiducia di quell'associazione a delinquere di stampo politico che è il Parlamento. Monti è persona d'onore, qualificatissimo, elegante e amato da tutti quelli che contano nei settori bancario, finanziario, industriale ed eurocratico. Il suo concorso l'ha già vinto molti anni fa, non ha bisogno di provare niente a nessuno, men che meno ad assemblee piene persino da non laureati, e non importa se siano stati persino loro chiamati alla presidenza del Consiglio o al ministero degli Esteri.
Il mio amico Mario Monti non me ne vorrà se mi permetto di ricordargli che non basta essere stati commissari europei per avere diritto a commissariare l'Italia. Non votai sedici anni orsono la fiducia a Lambertow, non voterò nemmeno a favore del mio amico Mario; se anche fosse miracolosamente tornato fra noi dall'aldilà Milton Friedman, non avrebbe il mio voto. Né me lo chiederebbe, aveva una concezione quasi sacra della democrazia: quando rifiutai di fare il segretario generale della Nato, mi scrisse: "Hai fatto la cosa giusta, quella non è una carica elettiva"!
Gli italiani non hanno eletto Draghi alla Bce né Lagarde al Fmi né Monti a palazzo Chigi; Sarkosy e Merkel non hanno avuto nemmeno un voto italiano. Non si vede quindi perché questi signori si ritengano autorizzati a dirci cosa possiamo o non possiamo fare del nostro destino. Celebrare i 150 anni dell'unità d'Italia è esercizio sterile se ci manca poi la consapevolezza dell'enorme fortuna che abbiamo avuto nascendo italiani e svendiamo la nostra autonomia e la nostra dignità al primo venuto.



Rivoglio l'Italia, questa Europa non va

23/11/21011 Di Antonio Martino da Il Tempo, /www.antoniomartino.org/

I lettori di questo giornale mi perdoneranno se torno su un tema che ho già più volte trattato: l'euro e il suo (e nostro) futuro. Ho sempre criticato la moneta unica europea fondamentalmente per tre ragioni: il modo in cui è stata introdotta, la mancanza di una vera costituzione monetaria e di un credibile statuto fiscale.
Cominciamo dagli ultimi due motivi della mia opposizione: I trattati di Maastricht dicono che la Bce è indipendente (da chi?) e che deve garantire la stabilità dei prezzi ma nulla dicono su cosa accade nel caso in cui fallisca nel perseguimento del suo obiettivo istituzionale. Evidentemente gli estensori erano convinti che il responsabile della politica monetaria europea dovesse rispondere soltanto a Dio del suo operato.
Quanto allo statuto fiscale, i trattati prevedono salate multe per quegli Stati membri che non rispettano i parametri previsti per lo stock di debito e per il deficit annuo. Al momento dell'introduzione dell'euro un solo Stato rispettava quei parametri: il Lussemburgo! Quasi tutti gli altri avevano sia un debito sia un deficit superiori al consentito o avevano truccato i conti per fare finta di essere in regola. Nata all'insegna di questa "elasticità" d'interpretazione delle norme dei trattati, la costituzione fiscale non aveva prospettive di un glorioso futuro. Infine, infliggere multe a un paese insolvente non è certo il modo migliore per trarlo fuori dai guai.
Il modo d'introduzione dell'euro è stato semplicemente insensato: prendere un pezzo di carta che non è mai stato usato prima come moneta, imbrattarlo con figure e cifre, e decretare che il suo potere d'acquisto è esattamente pari a 1936,27 lire oggi e per l'eternità è idea che può albergare soltanto nella mente di un analfabeta di economia monetaria. I tecnocrati erano caduti nella trappola cara ai sovrani medioevali, quella del valor impositus, che il valore di una moneta possa ad essa venire imposto dal sovrano. Purtroppo per noi, quella luciferina presunzione ha fatto la fine del mito medioevale, venendo smentita dalla realtà.
La moneta unica europea, secondo i suoi fautori, avrebbe dovuto tenere unita l'Europa; la realtà contemporanea dimostra che ha fatto la cosa opposta. Se la signora Merkel continuerà nel suo caparbio tentativo di salvare l'euro (che i tedeschi chiamano "teuro" cioè rincaro), imporrà all'Europa una recessione che la disgregherà, se invece vuole salvare l'Europa deve accettare il fallimento della moneta unica.
La cancelliera non ha titolo per impartire lezioni di ortodossia fiscale a nessuno: anche la Germania ha pesantemente barato sui conti. Lo denuncia un articolo del Monde:"Non è che la Germania sia proprio questo modello di virtù." Il debito, infatti, supera il tetto del 60% di Maastricht, e il dato ufficiale è truccato, per via del modo in cui Berlino ha contabilizzato i miliardi immessi dopo la crisi del 2008. Queste somme, secondo Il Foglio (22 novembre), sono state collocate fuori dal bilancio in un fondo speciale. "Senza questa astuzia, secondo il Monde, il deficit tedesco non sarebbe stato del 3,2% ma del 5,1%, cioè superiore a quello francese."
Lasciando la cancelliera ai suoi trucchetti, il vero problema è un altro. L'Italia, adottando la moneta unica, ha delegato la sua sovranità monetaria alla Bce, ma non ha delegato a nessuno la sua sovranità di politica economica e fiscale. Nessuno, men che meno la Bce, ha il diritto di dirci cosa possiamo e cosa non possiamo fare, né tanto meno imporci l'agenda di politica economica.
So che non è politicamente corretto citarlo, ma sono pienamente d'accordo con l'eurodeputato inglese Nigel Farrage che al Parlamento europeo si è rivolto a Barroso (presidente della Commissione), Rehn (commissario economico) e Van Rompuy con queste parole: "Di chi è la responsabilità del disastro attuale? La risposta è nessuno, perché nessuno di voi è stato eletto. Nessuno di voi ha una legittimazione democratica per il ruolo che ricopre in questa crisi. (...) E devo dire, signor Van Rompuy, che quando ci siamo incontrati per la prima volta un anno e mezzo fa mi ero sbagliato sul suo conto. La definii un assassino silenzioso delle democrazie degli Stati nazionali. Non è più così, lei è piuttosto rumoroso nel suo operare. Lei, non eletto, è andato in Italia e ha detto: ‘Questo non è il tempo di votare, è il tempo di agire'. Ma chi le dà il diritto, in nome di Dio, di dire queste cose agli italiani?".
Farrage ha ragione ed è triste che sia un inglese a difendere la sovranità dell'Italia, mentre noi ci siamo astenuti dal farlo. Una cosa è certa: questa Europa, l'unione dei Van Rompuy, delle direttive sulla curvatura delle banane e la lunghezza dei preservativi, non ha nulla da spartire nell'Europa nella quale credevano i padri fondatori. Per questo grido, senza paura di scomuniche, quest'Europa non mi piace, rivoglio l'Italia!




Tornare indietro per andare avanti

31/12/2012 Intervista di Olivia Posani, La Nazione www.antoniomartino.org


Antonio Martino, economista liberale, ex ministro durante i governi Berlusconi, non ha mai nascosto la sua allergia per la moneta unica. Ora invoca la modifica dei trattati e uno stop alla politica del rigore con la quale, dice, «Ci stiamo auto infliggendo recessione».

  • Che bilancio fa di dieci anni con l'euro in tasca?

  • Guadagnai la reputazione di euroscettico perché avevo grosse perplessità su questa nuova moneta. Le perplessità sono state confermate più di quanto pensassi».

  • Che cosa non la convinceva?

  • Il modo con cui la moneta è stata introdotta, la costituzione monetaria e quella fiscale. Sul primo punto va ricordato che il valore dell'euro è bastato sulla fiducia che in esso ripongono coloro che la devono usare. Questo avrebbe dovuto far comprendere l'insensatezza di introdurre una moneta che non aveva mai circolato e ritenere di poterle imporre a priori il potere d'acquisto. Se si potesse, la povertà scomparirebbe dal mondo. In Germania l'euro viene chiamato teuro, rincaro».

  • Alcuni economisti hanno calcolato oggi la lira varrebbe il 30% in meno dell'euro.

  • «Congetture da analfabeti monetari. Con due milioni al mese una famiglia viveva decorosamente. Con mille euro non ci vive nemmeno una coppia».

  • Non sarà perché Berlusconi e Tremonti hanno abolito i comitati di controllo provinciali che dovevano evitare speculazioni?

  • «Ritiene che i prezzi si possano controllare d'autorità? Questo è un altro dei miti duri a morire. I prezzi li fanno le nostre decisioni, li fanno compratori e venditori».

  • Secondo lei dovevamo rimanere con la liretta?

  • «No, dovevamo dare il tempo alla gente di abituarsi all'euro. Dovevamo seguire lo schema proposto dagli inglesi: usare questa moneta in parallelo a quelle nazionali. Dopo due o tre anni l'avrebbero padroneggiata anche le massaie e avremmo saputo con esattezza il suo valore di mercato».

  • Dunque non ce l'ha con l'euro?

  • Assolutamente no. Sono contrario al modo in cui è stato introdotto. Einaudi era favorevole alle istituzione di una moneta europea perché avrebbe evitato la più iniqua delle imposte che è l'inflazione. L'idea è stata recepita dal trattato di Maastricht, che prevede che la Bce debba pensare a evitare inflazioni e deflazioni, mentre non può comprare titoli del debito pubblico».

  • La Bce non dovrebbe comprare Btp nemmeno sul mercato secondario?

  • «Assolutamente no. Tutti i cinquanta stati americani hanno la stessa moneta, ma la condotta fiscale dei singoli stati è autonoma. Né la Fed né il governo intervengono per salvare uno stato troppo spendaccione. Lo fanno fallire».

  • La Grecia andava fatta fallire?

  • «Certamente. E non si doveva pensare di imporre all'Irlanda di aumentare l'aliquota sulle società. Non ha senso far pagare le stesse tasse a chi è ricchissimo e a chi è poverissimo. Le aliquote che si può permettere la Germania non se le può permettere né la Grecia né il Portogallo. L'idea di Monti e degli altri eurocrati di armonizzare le aliquote è folle».

  • Contrario all'unificazione delle politiche monetarie e fiscali?

  • «Maastricht dice che se un Paese sfora i parametri gli s'impone una multa. Le sembra sensato che un paese che non riesce a pagare i suoi debiti sia anche multato? Oggi, per salvare questo tipo di euro, corriamo rischio di far sprofondare l'Europa. E' assurdo costringere i paesi a raggiungere al più presto il pareggio di bilancio. L'Italia è descritta da tutti sull'orlo del baratro. Non è vero. E' la fissazione per lo spread».

  • Ma se lo spread sale il nostro debito pubblico aumenta...

  • «La Banca d'Italia sostiene che la situazione sarebbe gestibile anche con tassi d'interesse all'8%».

  • Che cosa andrebbe fatto?

  • «Dobbiamo tornare indietro per andare avanti. Riscrivere subito il trattato di Maastricht. Al primo posto si mette che ogni stato è responsabile della sua condotta di bilancio e che la Bce non può salvarlo se ha speso troppo».

  • Ma l'euro ce lo teniamo?

  • «Sì, dopo 10 anni ognuno sa quanto vale».

  • E se i trattati restano così?

  • «Entrerà in discussone il futuro dell'Europa. L'idea che la moneta unica avrebbe portato inevitabilmente all'unione politica si è dimostrata infondata. Arriverà solo quando, e se, ci saranno paesi disposti a rinunciare alla sovranità nazionale in materia di politica estera e di difesa»

  • E un'unica politica economica si può realizzare?

• «Non possiamo avere una politica economica e ventisei politiche estere».

Denaro sterco del nulla

28/01/2012 Di Massimo Fini per Il Fatto Quotidiano

  

Nella società attuale l'impresa è centrale. Perché qualsiasi cosa produca, sciocchezze o mine antiuomo come l'Oto Melara o qualcosa di utile, dà lavoro e quindi stipendi o salari che permettono il meccanismo produzione-consumo-produzione (ma oggi sarebbe più esatto dire: consumo-produzione-consumo) su cui si regge tutto il sistema. Ecco perché in questa fase di crisi non solo il governo Monti, ma tutte le lead occidentali cercano di sostenere in ogni modo l'impresa a costo di passare per il massacro di chi ci lavora.
L'impresa dipende però dai crediti delle banche per i suoi investimenti. E qui c'è già una stortura. Il mercante medievale, che è l'antesignano dell'imprenditore moderno, investiva denaro proprio, non chiedeva prestiti. E questa buona creanza si è mantenuta a lungo, anche dopo la Rivoluzione industriale, se è vero che nel 1970 Angelo Rizzoli senior sul letto di morte raccomandava al figlio e ai nipoti "non fate mai debiti con le banche" (i discendenti non lo ascoltarono e si è visto com'è andata a finire). Ma, per la verità, il vecchio Rizzoli era ormai un uomo fuori dai tempi.
Se le imprese dipendono dalle banche noi dipendiamo dalle imprese. Siamo tutti, o quasi, come scrive Nietzsche, degli"schiavi salariati" che è un concetto più omnicomprensivo del marxiano proletariato che riguarda gli operai di fabbrica. Non siamo più padroni di noi stessi mentre l'uomo medievale, almeno economicamente, lo era. Perché, contadino o artigiano che fosse, viveva sul suo e del suo. Anche i famigerati "servi della gleba", detti più correttamente servi casati, è vero che non potevano lasciare i terreni del feudatario, ma non potevano neanche esserne cacciati. La disoccupazione non esisteva. Il lavoro non era un problema. La sussistenza di ciascuno era assicurata dalle servitù comunitarie, cioè a disposizione di tutti, che gravavano sulla proprietà e sul possesso (servitù di legnatico, di acquatico, di seconda erba, eccetera).
Era il regime dei "campi aperti" (open fields) che teneva in un delicato ma straordinario equilibrio il mondo rurale. Per un secolo e mezzo le case regnanti inglesi dei Tudor e degli Stuart si opposero ai grandi proprietari terrieri che volevano recintare i campi (enclosure) perché ne avrebbero tratto maggior profitto, capendo benissimo che questo avrebbe buttato milioni di contadini alla fame. Col parlamentarismo di Cromwell, preludio della democrazia, fu invece introdotta l'enclosure (quei parlamenti erano zeppi di proprietari terrieri, di banchieri, di mercanti e di altri furfanti similari).
Tutti questi processi sono stati enfatizzati dalla trasformazione del denaro, nella sostanza e nella forma. Da utile intermediario nello scambio per evitare le triangolazioni del baratto (c'è un bel geroglifico egizio che mostra, come in un fumetto, un tale che per procurarsi una focaccia deve fare tre passaggi) diventa a sua volta merce. All'inizio è oro o argento o bronzo. Non che l'oro rappresenti davvero una ricchezza, è una convenzione come un'altra (i neri africani e i polinesiani gli preferivano le conchiglie cauri) ma ha almeno una consistenza materiale. Poi diventa banconota, poi segno su carta, infine impulso elettronico e quindi totalmente astratto. Per questo enormi masse di tale denaro virtuale possono spostarsi in pochi attimi da una parte all'altra del mondo. Se dovesse spostare dobloni d'oro la speculazione non esisterebbe.
Infine per scendere dalla luna sulla terra non si capisce perché fra tante misure inutili non si vieta almeno, in Borsa, la compravendita allo scoperto dove uno vende azioni che non ha o le compra con denaro che non possiede, lucrando sulla differenza. E con ciò gonfiando ulteriormente la quantità di denaro virtuale e facendone una massa d'urto che puntando su un obiettivo lo determina, anche per il trascinamento psicologico che comporta, e può così strangolare paesi e intere aree geografiche.


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