La pupa e il sermone

24/05/10 Di Eugenio Benetazzo per www.eugeniobenetazzo.com

Con il termine “pupa” nell’immaginario collettivo solitamente si fa riferimento ad un provocante esemplare di mammifero femmina appartenente al Genere Homo Sapiens Sapiens. In vero se volessimo ancora fregiarci di questa nomea senza usurparne il titolo, il termine “pupa” identifica in ambiente scientifico lo stadio incompleto di un processo di metamorfosi (solitamente animale). Si parla sovente infatti di “stadio pupale” riferendosi alle mutazioni che avvengono in natura studiando gli insetti, in cui la “pupa” rappresenta la muta di una larva. Lo stadio pupale si svolge in uno stato di quiescenza, talvolta protetto all’interno di involucri di varia natura all’interno dei quali si verifica il passaggio da uno stadio giovanile a quello adulto: il classico esempio di uno stadio pupale è il bozzolo di un bruco (denominato crisalide) dal quale fuoriesce una farfalla.
 
Per chi non lo avesse ancora capito il nostro paese sta attraversando uno stadio pupale. Un lento processo di metamorfosi che lo sta cambiando su più fronti: il punto interrogativo che dovremmo tutti porci è quale sarà il risultato finale di questa trasformazione ? Cosa saremo ? Una nuova farfalla oppure un insetto sgradevole e ripugnante alla vista ? Proviamo a fare alcune considerazioni fuori dal coro, che tuttavia moltissimi lettori giudicheranno molto scomode, ma non per questo non veritiere. Il nostro paese sta cambiando in seguito a due sorprendenti mutazioni, la prima riguardante il fronte sociale e la seconda quello industriale. Partiamo dalla prima pertanto.  Il tessuto sociale italiano è iniziato a cambiare a seguito di due gradienti evolutivi che la maggior parte di tutti noi ha accettato con eccessiva leggerezza: una emancipazione femminile esageratamente controproducente che ha portato ad eccessi nel costume sociale e nella viat di tutti i giorni e l'ingresso senza alcun genere di controllo di etnie extracomunitarie disposte a tutto pur di migliorare il loro poverissimo stile di vita. Il primo gradiente ha causato la nascita di una fascia sociale (prettamente maschile) dai mezzi di sostentamento economici molto limitati: sto parlando di centinaia di migliaia di padri trentenni e/o quarantenni che sono costretti a pranzare alla Caritas o a ritornare dalla mamma in quanto il peso degli alimenti alla ex moglie rende impossibile una vita decorosa. 

Questo chiaramente ha conseguenze economiche che adesso cominciamo appena a percepire. In meno di trent'anni la coesione della famiglia tradizionale italiana (che ha rappresentato uno dei punti di forza del nostro paese ed anche l'invidia che suscitavamo agli altri) si è, anno dopo anno, sempre più ridimensionata sino ormai al suo completo annullamento.  I matrimoni “drinkcard” sono all'ordine del giorno: tuttavia l'emancipazione femminile spinta all'eccesso è costata molto cara anche alla donna che vede ora nel maschio un partner debosciato ed insicuro, intimorito dall'idea di intraprendere una relazione seria, per le possibili implicazioni economiche in caso di default matrimoniale. Allora si preferisce piuttosto creare un circuito farlocco di relazioni ed effusioni sentimentali incentrate sulle disponibilità dei “trombamici” (uomini o donne che si rendono disponibili per rapporti sessuali a chiamata senza impegni e vincoli di natura sentimentale). Questo è avvenuto parallelamente in tutti i paesi occidentali, ma nel nostro gli effetti di questa devoluzione sono stati più incisivi: i bamboccioni che stanno a casa con la mamma per paura di un matrimonio che ti metta fuori combattimento fa parte di un pensiero dominante della nostra epoca. Non voglio esprimere giudizi: ma ognuno di voi giudichi se si viveva meglio all'inizio degli anni settanta oppure adesso, chiaramente in termini di stabilità e pianificazione familiare.

Il secondo gradiente ha invece permesso l'entrata di milioni di individui extracomunitari, con il solo scopo di offrire loro una occupazione (solitamente di manovalanza) mal retribuita: questo ha consentito a grandi aziende e gruppi industriali di sostenere minori oneri per l'attività manifatturiera ed al contempo ha abbassato copiosamente i livelli reddituali dei lavoratori italiani. Oltre a questa straordinaria opportunità economica per le maestranze operaie italiane, abbiamo dovuto assistere anche alla proliferazione di deliquenza e criminalità dilagante nelle nostre città. Tutto questo perchè l'integrazione (che non esiste di fatto) ci è sempre stata disegnata come una grande opportunità di crescita per il paese. A distanza di anni abbiamo visto solo crescere la delinquenza, la criminalità, lo spaccio di droga, lo sfruttamento della prostituzione ed il disagio di chi vive nelle città oggetto di insediamento da parte di queste etnie.

La seconda mutazione, quella che ci ha portato allo stadio pupale, riguarda invece la trasformazione del potenziale imprenditoriale ed industriale. Forse piu che di trasformazione si dovrebbe parlare della polverizzazione di quello che rimaneva. Il miracolo economico è scaturito perchè ci siamo messi a produrre e realizzare tutto quello che consumavamo, dalle automobili alle scarpe. L'attività produttiva era il cuore ed al tempo stesso la ricchezza del paese: creando posti di lavoro, generando gettito fiscale e producendo benessere. Da oltre cinque anni abbiamo intrapreso la strada opposta: smobilizzando le fabbriche ed importando da fuori quello che un tempo realizzavamo in casa nostra. Fermatevi un momento a riflettere la mattina quando vi alzate: dal rasoio ai vestiti, dal lavandino alle sedie del salotto, niente di tutto questo viene piu prodotto in Italia. Il che si traduce in milioni di posti di lavoro che mancano all'appello ed in miliardi di euro di gettito fiscale in meno. Da paese un tempo manifatturiero stiamo diventando un paese avventuriero. Non ho dubbi che cosa uscirà dalla crisalide.

Con il termine “sermone” si suole indicare un discorso di ammonimento e/o di rimprovero oppure la predica rivolta ai fedeli da un pastore protestante all'interno di una comunità cristiana. In Italia non piacciono i sermoni, nemmeno quando a farli è lo stesso Benedetto XVI. Stiamo vivendo un mese di profonda tensione finanziaria a causa del possibile default della Grecia. Quello che poteva sembrare impossibile due anni fa oggi è una realtà plausibilissima. Ritengo che anche a voler ascoltare un sermone su quello che potrà accadere, il tutto rimarrà come sempre inascoltato o mal apprezzato. Deltronde anche quattro anni fa mi derisero per quello che ipotizzavo sarebbe accaduto a livello planetario: gli stessi ora mi invitano ai talk show o mi chiedono di scrivere nel loro quotidiano. 

L'escalation finanziaria non lascia molto all'immaginario: dopo Grecia, Portogallo e Spagna, toccherà all'Italia (e forse anche all'Inghilterra). Ho già avuto modo di scrivere sull'argomento, la domanda che tuttavia mi pongo ora è che tipo di Italia si troverà a reagire ad un momento infelice avendo subito una metamorfosi cosi radicale, tanto da non riconoscerla quasi più ? La perdita di coesione familiare unita all’incapacità di una coppia moderna separata di supportarsi a vicenda in un momento diridimensionamento economico, la presenza di individui extracomunitari che sanno come arrangiarsi (a modo loro) quando la tal azienda delocalizza o fallisce, tutto questo difficilmente disegna un quadro di conforto sul come verrà affrontata l’uscita dallo stadio pupale per l’ormai defunto Bel Paese. Come ci raccontava Dante entrando all’Inferno: lasciate ogni speranza, voi che entrate.


Messori: via dagli uffici la foto di Napolitano

04/11/09 Intervista di Andrea Tornielli pubblicata su'Il Giornale'

«Seguendo questa logica pericolosa e settaria, dovendo rispettare anche i sentimenti politici oltre che quelli religiosi, perché non chiedere che dagli uffici pubblici sia tolta l’effigie del presidente Napolitano?». Vittorio Messori è in Spagna, per l’uscita del suo ultimo libro, ma non rinuncia a ragionare anche provocatoriamente sul tema del giorno.

Come reagisce alla sentenza di Strasburgo?
«Sono rattristato, amareggiato ma non scandalizzato. L’amarezza nasce da questa considerazione: da molto tempo ormai il crocifisso non è più soltanto un segno religioso, ma è diventato un simbolo umano per eccellenza, il simbolo dell’ingiustizia e della resistenza al male».

Volerlo cancellare è un’offesa alla religione cristiana?
«No, è un’offesa, anzi un peccato contro la storia. Il cristianesimo, la croce, ha a che fare con le origini della civiltà europea e dunque questa sentenza non va contro la religione, ma va contro la nostra storia e il senso della realtà».

Perché è importante il riferimento alle radici cristiane dell’Europa?
«Senza il cristianesimo il nostro continente non esisterebbe o nel caso esistesse, sarebbe assolutamente diverso. Nel V-VI secolo l’Europa non esisteva più, invasa da popoli nuovi provenienti dal Nord. L’amalgama tra la romanità e i barbari fu soltanto la Chiesa cattolica. Furono quelle ventimila abbazie che costellarono il continente, dalla Scozia a Pantelleria, da Lisbona fino a Kiev. I monaci hanno dato un contributo essenziale alla formazione della nostra civiltà».


Quei teppisti chic della sinistra pronti allo sfascio

09/10/09 Di Marcello Veneziani per 'Il Giornale'

Un paese svogliato viene spinto sull'orlo della guerra civile. Un paese ammosciato, chiuso nel proprio ambito privato, viene eccitato e avvelenato ogni giorno, con dosi sempre più massicce, al punto da spingerlo, come non accadeva da decenni, a odiare il prossimo suo più di se stesso. Un paese assediato da una minoranza di colore (ideologico) che gioca allo sfascio del paese e del suo governo in tutte le sedi, interne e internzionali, giudiziarie e mediatiche. E' quel che accade nell'Italia del 2009 attraverso un fuoco incessante che passa dai giudici alle escort, dagli europarlamentari ai giacobini feroci del video, della politica fino alle loro milizie, armate di veleno che   ulcerano redazioni, scuole, università, programmi e salotti. Dal de bello fallico di quest'estate al de bello civili autunnale, parafrasando Cesare: ora non resta che Bruto con le sue pugnalate. Finora abbiamo parlato della guerra nei Palazzi, e tra i Palazzi, quelli ove siedono i governi voluti dal popolo a quelli ove siedono i signori delle oligarchie.


Tornano in libreria 'I colloqui di Mussolini con Brand e Zarathustra' di Donatello D'Orazio

27/10/10 di Renato Besana

Soltanto la tenacia d’un piccolo editore, Solfanelli, ha saputo sottrarre all’oblio Donatello D’Orazio (1896-1986), di cui tornano in libreria “I colloqui di Mussolini con Brand e Zarathustra”, apparsi per la prima volta nel 1956. Sono brevi pagine di lampeggiamenti e malinconie, che molto raccontano anche del suo autore: abruzzese di Chieti, critico letterario, sua la prima recensione di Svevo, inviato speciale e corrispondente di guerra, D’Orazio fu anche romanziere e saggista acuto, senza enfasi né pedanterie, come in “D’Annunzio del libro mancato”, uscito postumo lo scorso anno.

Chi lo conobbe di persona lo descrive come un gentiluomo d’altri tempi, austero e salace, maestro nell’arte oggi smarrita della conversazione (Evola? Ah sì, quell’ufficialetto elegante). Doti, queste, che si ritrovano nei “Colloqui”. L’incipit mescola sapientemente realtà dei fatti e finzione narrativa: Mussolini, arrestato nel pomeriggio del 25 luglio, viene tradotto qualche giorno più tardi a Ponza. Gli portano “un po’ di roba, come capita a tutti i carcerati”; tra le sue cose, dove avrebbe dovuto esserci uno specchio, trova un volume con il teatro di Ibsen, compreso il “Brand”. Il 29 luglio, per il suo compleanno, riceve da Hitler l’opera omnia di Nietzsche. La metafora trasparente dei libri che si fanno specchio è la chiave interpretativa offerta ai lettori: i personaggi dell’invenzione letteraria costituiscono ciascuno un doppio del dittatore.   

Zarathustra, a sua volta, trova un doppio in Brand, che ne rappresenta lo specchio oscuro: l’uno scende dalla montagna con il dono di parole fiammeggianti e l’altro vi risale, inseguendo la propria rovina. Il protagonista del dramma ibseniano è un pastore protestante prigioniero d’una fede rigorista, senza perdono; il suo “tutto o niente” lo conduce a perdere la comunità che gli è stata affidata, la madre, la moglie, il suo stesso figlio, finché, corroso dalla follia, trova la morte tra i ghiacci insieme all’ultima, stralunata compagna.


Omaggio a Gianfranco Miglio

Agosto 2009 Marcello Veneziani

Il 10 Agosto ricorre l'ottavo anniversario della scomparsa del Professor Miglio grande studioso della politica, vincitore del Premio Madesimo nel 1996 insieme a Marcello Veneziani e presidente onorario del nostro Circolo dal 1999 .  Il Circolo  affida a Marcello Venziani il compito di ricordarne la figura e l'opera.  


Nostalgia padana. Io uomo del sud, inguaribilmente italiano, romano, mediterraneo e meridionale, ho nostalgia canaglia dell'inventore della Padania. Parlo di Gianfranco Miglio, che passa sui giornali per l'ideologo della Lega e il fondatore della Padania. Ma lui ideologo non fu, ma gran scienziato della politica, studioso e un po' stregone, il più grande allievo nostrano di quel mostro di lucidità e cattiveria che fu Carl Scmhitt. E difatti Schmitt, negli ultimi anni della sua vita, definì Miglio il pensatore della politica più lucido d'Europa. La Lega lo sta riscoprendo come suo padre spirituale, e fa bene. Ieri al circolo della stampa di Milano, Roberto Maroni, il direttore della Padania Leonardo Boriani, Mario Borghezio, Albertoni e Rognoni ed io, abbiamo ricordato il professor Miglio in occasione della ristampa di un suo libro del '42. Fu lui alla fine degli anni ottanta a scoprire, come Cristoforo Colombo, la Padania in un viaggio da casa a casa, che fece intorno al suo giardino. Ci arrivò tramite il federalismo, la secessione, le macroregioni, le sue tre caravelle.

Ma io, che mi sono fermato qualche Miglio indietro, vorrei ricordare due tre cose di lui che precedono la scoperta della Padania. In primo luogo Miglio fu tra i primi in Italia che spezzò il circuito cerimonioso degli adoratori della democrazia parlamentare e del formalismo giuridico. E importò categorie toste come il conflitto alle origini della politica, la dialettica amico-nemico, come l'aveva figurata Schmitt, l'idea del leader come decisore, il legame fiduciario diretto tra capo dell'esecutivo e popolo.  Mi ricordo ancora da ragazzo quando studiavo un esame di filosofia della politica e scoprì tra tanti Bobbio, Passerin d'Entreves ed altri studiosi che oscillavano tra il pensiero liberale e il pensiero marxista, passando per il socialismo e il cattolicesimo democratico, le pagine toste di questo Professore della Cattolica, preside di facoltà, che guardava alla realtà della politica con realismo crudo, e citava quel terribile Schmitt che era stato cassato dalla cultura politico-giuridica del tempo perchè infettato dal nazionalsocialismo. Mi avvicinai a Schmitt a causa sua, prima che lo scoprissero poi a sinistra Tronti e Cacciari, e poi tanti altri.

Ritrovai Miglio nei primi anni ottanta quando all'epoca di Craxi dette forma compiuta al presidenzialismo con il gruppo di Milano. Disegnò una reprubblica presidenziale. Più tardi mi dirà, quando gli ricorderò queste sue imprese, che quel gruppo però era composto da antifederalisti; ma lui ne era il capo...Da allora Miglio cominciò quella sua lotta con la Costituzione, che chiese di riformare, anche con qualche strappo. Non era di quelli che credevano all'intoccabilità della Costituzione, la considerava un frutto della storia e non della religione, dunque modificabile.

Ma Miglio entrò a far parte dei miei pochi riferimenti viventi quando teorizzò una Repubblica mediterranea per l'Italia. Scrisse memorabili pagine per rivendicare la peculiarità italiana. L'Italia, disse non è come i paesi nordici e protestanti, in cui vige il comando impersonale della legge; ma è un paese mediterraneo in cui conta molto la mediazione personale. Da qui dunque l'idea di una repubblica con un leader carismatico e fondata su un rapporto fiduciario e diretto tra popolo e leader. Anche perchè Miglio, che riconosceva schmittianamente l'autonomia sovrana della politica, non amava il dominio delle oligarchie, finanziarie, tecnocratiche o d'altro tipo. Non voleva neutralizzare la politica ma caricarla di pathos decisionista e partecipativo. Oggi lo chiamerebbero populismo, ma Miglio  era sicuramente un fautore del decisionismo su base popolare.

Quando diventò teorico del federalismo, della Lega e della secessione, io gli ricordai in più occasioni, anche nel libro che scrivemmo insieme e che Libero ha ripubblicato (il dialogo Padania, Italia), la sua repubblica mediterranea. Ma lui spiegò la sua mutazione con una lucida deviazione. Disse che la repubblica mediterranea era stata pensata per l'Italia, dunque per roma e il sud, non per la padania. E si ritirò in una cultura nordico-protestante che era estranea al suo humus cattolico e schmittiano.

Ci vedevamo quasi ogni estate a Madesimo con Miglio, perchè presiedevamo un premio che avevamo per primi condiviso nel '96. L'ultima volta che lo vidi la sordità era peggiorata e le sue orecchie appuntite, che sembravano le antenne di un alieno, si erano ancor più divaricate come se se cercassero disperatamente di captare le parole. C'era uno strano feeling con lui, nonostante avessi la metà dei suoi anni e fossi dell'altra metà d'Italia. Ma lui non era un accademico pomposo; gli piaceva anzi fare un po' il genio del male, di quelli che predicono catastrofi, con una punta di sadica allegria. Grazie a lui la cultura politica riprese il contatto con la terra, sottraendosi al non-luogo e riscoprendo le identità territoriali. Peccato che non ebbe la possibilità di fare il ministro della riforme nel primo governo Berlusconi, che fu affidato curiosamente a tale Speroni, forse per non scontentare i professori del Polo (Miglio, Urbani, Fisichella ed altri). Ma i tempi e i modi della politica non sono quelli della cultura. Vale per lui quel che accadde a Machiavelli che quando scrisse il Principe donò il primo esemplare a Lorenzo de Medici - che non era Lorenzo il Magnifico- insieme a due cani da caccia. E il sovrano apprezzò molto i due segugi, trascurando il libro...Ma Il Principe di Machiavelli restò nei secoli e nel mondo; di quel Lorenzo, invece, non si ricorda nulla, quasi come i suoi cani.


C'eravamo tanto amati

30/05/09 Di Eugenio Benetazzo oper www.eugeniobenetazzo.com 30/05/2009


Chi segue le mie indicazioni ed i miei outlook macroeconomici si ricorderà molto bene di come dall'inizio del 2008 abbia sempre consigliato il posizionamento in titoli di stato tedeschi, preferendoli di gran lunga ai titoli di stato italiani.  Chi avesse partecipato ai seminari finanziari di fine 2008 e di inzio 2009 o chi avesse recentemente letto il libro intervista Banca Rotta ha recepito di come il titolo di stato tedesco potesse essere considerato come il titolo di stato più sicuro da detenere in portafoglio per dormire sonni tranquilli.  A distanza di oltre sei mesi mi sento di non avallare ancora questa ipotesi, in quanto ritengo, e non sono il solo, che anche il titolo tedesco (Bund a 10 anni e Bobl a 5 anni) possa in futuro riservare qualche spiacevole sorpresa (non è molto probabile, tuttavia è possibile, soprattutto per quello che sto per raccontare tra poco).

Il detto di borsa che ha sempre condizionato ed orchestrato le mie scelte di allocazione patrimoniale rimane sempre lo stesso: preferisco essere troppo prudente che esserlo troppo poco. Questa mia considerazione si origina da mutate valutazioni che caratterizzano lo scenario macroeconomico e le potenzialità della locomotiva tedesca. Iniziamo con lo snocciolare alcuni dati tutt'altro che confortanti: dopo i primi cinque mesi del 2009, la Germania presenta un deficit di bilancio drammatico, senza precedenti dal dopoguerra ad oggi, oltre 80 miliardi di euro (oltre il 4 % del PIL), esposizione che lascia presumere ad un consistente aumento della fiscalità diffusa al pari di quanto sta già avvenendo in Islanda, Irlanda e Regno Unito.

Il debito sul PIL è aumentato vertiginosamente, oltre l'80 % entro il 2010, l'export tedesco ha subito una violenta contrazione di oltre il 25 %, mentre il debito pubblico tedesco diventa il terzo debito più grande del mondo dopo quello di Giappone ed USA (in termini quantitativi). L'andamento della spesa pubblica ormai incontrollata (500 miliardi solo per tamponare le difficoltà del sistema bancario tedesco) inizia a far lievitare inquietanti preoccupazioni sul futuro del paese sassone, non è casuale infatti la corsa all'acquisto di lingotti d'oro da parte di piccoli risparmiatori tedeschi che hanno portato la Germania a diventare il primo compratore al mondo di lingotti d'oro nel primo trimestre dell'anno (davanti a Svizzera ed USA): l'opinione pubblica è molto sensibile all'argomento temendo un ritorno di ondate inflattive stile anni trenta.

Recentemente la cartellonistica stradale nelle grandi città tedesche è pervasa da una provocante propaganda del NSM (Neue Soziale Marktwirtschaft) che ostenta come in 50 anni il debito pubblico gravante su ogni bambino tedesco sia passato dai 188 euro del 1950 agli oltre 22.000 euro di oggi. Sostanzialmente iniziano ad emergere istanze popolari che pretendono un sensibile ridimensionamento del welfare tedesco. Anche la Germania adesso fa i conti con il turbocapitalismo e con la strategia scellerata di abbracciare "sine ulla dubitatione" i processi di delocalizzazione industriale per aumentare la competitività delle aziende tedesche: tutto questo invece a distanza di tempo si trasforma in un radicale cambiamento delle dinamiche produttive che mirano a distruggere e frantumare le potenzialità dei distretti industriali tedeschi a favore del ponte commerciale con la Cina.

Aumentano di settimana in settimana le richieste di aiuto dal mondo imprenditoriale che esige prestiti e garanzie sui prestiti per continuare a stare in piedi. In considerazione di quanto menzionato sino ad ora e vista la caduta vertigionosa dei tassi di interesse, non mi sentirei più tanto sereno nella detenzione di titoli di stato tedesco, visto il recente mutamento dello stato di salute della Germania. Infatti potrebbe essere poco prudente in questo momento di mercato, esporsi finanziariamente con un paese che si sta sgretolando molo velocemente e che soprattutto ha visto lievitare vistosamente in poco tempo il proprio debito pubblico. Per questo motivo consiglio più opportuno un posizionamento attraverso un fondo obbligazionario di area governativa oppure un fondo di liquidità che diversifichi al proprio interno con titoli di stato sia dal punto di vista geografico che temporale (quindi con scadenze di rimborso di varia lunghezza).

In molti lettori mi scrivono chiedendomi su come intenda investire il mio patrimonio visti i recenti rialzi di borsa e l'inconsistenza di rendimento odierno di una operazione pronti contro termine o di un BOT: la risposta non è univoca ma varia con il mutare delle condizioni di mercato, ad esempio vi posso anticipare come verrà investito il patrimonio dell'arca di noè finanziaria (una holding di investimento configurata in società per azioni) che abbiamo costituito lo scorso anno assieme ad oltre 50 piccoli investitori, ognuno dei quali ha investito attraverso microconferimenti di capitale: un terzo del patrimonio verrà utilizzato in una gestione flessibile curata tra tutti noi azionisti per l'ingresso sui mercati azionari ed obbligazionari, un terzo sarà allocato in un fondo di private equity che investirà in piccole e medie imprese del trivento, ed infine l'ultimo terzo verrà utilizzato per l'acquisizione di un impianto fotovoltaico di recente realizzazione con 500 KW di potenza in Puglia.

Lo scopo è quello di essere il più diversificati possibile, non solo con investimenti mobiliari tradizionali, ma anche con investimenti in capitale di rischio legati ad attività imprenditoriali concrete e redditizie. Ormai il rischio di un evento Cigno Nero sul mercato (dal nome della teoria economica avanzata dal Prof. Nassim Taleb, il quale definisce un evento Cigno Nero come un evento finanziario di portata planetaria che nessuno è in grado di ipotizzare) espone tutti noi a possibili fenomeni di polverizzazione della ricchezza, pertanto investimenti considerati fino a qualche mese fa da cassettista sicuro (come l'acquisto di un bund) dovrebbe essere completamente rivisitati sulla base di mutate condizioni di mercato dell'intero pianeta. Di certo chi era abituato a vivere con rendite di posizione dovrà iniziare a cambiare radicalmente le proprie abitudini ed aspettative di rendimento.



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Primo Maggio in Catene

01/05/10 Di Massimo Fini per www.ilribelle.com


Non ho mai capito la festa del Primo Maggio, festa del lavoro. Che cosa, in realtà, festeggiano in questo giorno i lavoratori? La loro schiavitù. Non è una festa, gli "han fatto la festa". Il lavoro diventa un valore con la Rivoluzione industriale e i pensatori che cercano di razionalizzarla. Per Marx è "l’essenza del valore", per i liberal-liberisti è quel fattore che, combinandosi col capitale, dà il famoso "plusvalore". Prima il lavoro non era affatto un valore. Tanto è vero che è nobile chi non lavora e artigiani e contadini lavorano solo per quanto gli basta. Il resto è vita. Non che artigiani e contadini amassero il loro mestiere – che peraltro è un concetto diverso dal lavoro come spiega R. Kurz in "La fine della politica e l’apoteosi del denaro" – meno di un operaio di fabbrica o di un impiegato o di un ragazzo dei call-center, certamente lo amavano molto di più perché gli permetteva di esprimere le proprie capacità e la propria creatività, ma non erano disposti a sacrificargli più di tanto del loro tempo che è "il tessuto della vita" come dice Benjamin Franklin che peraltro lo usava malissimo: a fare denaro (anche scopare, per questo perfetto prototipo della borghesia protestante e autopunitiva, è una perdita di tempo, lo si fa "solo per la salute").


Serpico

19/12/11 Tratto da beppegrillo.it

Serpico, acronimo di Servizi per i Contribuenti, è un'applicazione della Sogei per controllare i conti degli italiani. Sogei è una società di informatica passata da Telecom Italia al Ministero dell'Economia nel 2002. Le informazioni che ci riguardano saranno contenute in un milione di miliardi di byte di memoria. Duemila server che gestiscono 22.000 dati ogni secondo. Grazie a questa potenza di fuoco ogni singola transazione dei nostri conti degli italiani verrà esaminata. Ogni versamento, ogni bonifico dovrà avere il suo perché, le sue motivazioni. Questo sarà possibile dal primo gennaio 2012, quando tutti i conti correnti saranno a disposizione del Fisco anche senza accertamenti in corso. E' un passo avanti verso la Repubblica Italiana dei Soviet. I Grandi Evasori non transano sul conto corrente, i Grandi Corruttori non fanno bonifici. Chi ha usufruito dello Scudo Fiscale non ha dato disposizioni alla banca per un versamento di 100 milioni di euro sull'estero.

Chi si vuole controllare? Il panettiere, il pensionato, l'artigiano, il piccolo imprenditore prossimo suicida perché lo Stato non gli paga le fatture? E quanto ci costa Serpico in uno Stato dove la banda larga è una misura dei pantaloni mentre lo Stato investe in centinaia di nuovi server?
Le transazioni sul nostro conto corrente fotografano la nostra vita: pagamenti per la scuola, per le vacanze, un prestito a un amico, la tessera annuale dei mezzi pubblici, il ristorante sotto casa. Noi e il nostro conto corrente siamo la stessa cosa. Il sapere che la mia identità, di contribuente onesto, è a disposizione di decine o centinaia di persone non mi sta bene. E' violazione della privacy. Chi mi assicura che i miei dati personali non saranno violati? Il rapporto non è più tra me e la mia banca, ma tra me e il Fisco. Si dovrà rendere conto a un funzionario di un bonifico di 1200 euro al proprio zio? Stiamo scivolando lentamente verso il controllo totale della vita dei cittadini. Il motivo addotto è che stiamo per fallire, che dobbiamo salvare l'Italia. Bene! Chi ci ha portato in questa situazione, a partire dai parlamentari, renda pubblico in Rete i movimenti del suo conto corrente degli ultimi cinque anni. Ogni membro di un'amministrazione pubblica che ha indebitato i cittadini restituisca i soldi. C'è poi una domanda da fare. A cosa servono le tasse se i nostri servizi pubblici fanno schifo e quei pochi che funzionano sono falcidiati dai tagli? Se pago voglio essere servito e riverito. Il padrone di questo Paese è il cittadino, non un Governo di banchieri neppure eletto. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?. Noi neppure.


Eugenio Benetazzo - Crisi economica: preparatevi al peggio!

16/01/09 Chiavenna

Eugenio Benetazzo, giovane economista e trader finanziario, aveva previsto con molto anticipo il disastro finanziario, economico e sociale che oggi stiamo vivendo. Infatti, già nel 2005, aveva messo per iscritto i suoi pronostici pubblicando un saggio intitolato "Duri e Puri - Aspettando un nuovo 1929". Benetazzo, partendo da un'accurata analisi macroeconomica, preconizzava il fosco scenario che incombeva sulla società italiana ed internazionale, quando ancora il coro dei guru dell'economia mondiale celebrava "le magnifiche sorti e progressive" della globalizzazione foriera di ricchezze e consumi planetari sempre maggiori e più diffusi.
Ora, che la previsione si è avverata ed il disastro finanziario si va traducendo in una crisi economica e sociale senza precedenti, il circolo culturale "la Torre" ha invitato a parlare della situazione economica questo profeta inascoltato ed ingiustamente accusato di catastrofismo. Abbiamo lasciato ad altri il compito di ospitare "i soliti noti" che, dopo aver negato per mesi la crisi, ora si uniscono al coro degli "esperti" dispensando, con incredibile faccia tosta, critiche e consigli.
Eugenio Benetazzo non ha tradito le attese. La sera del 16 gennaio, nella sala conferenze dell' Albergo Aurora in Chiavenna ha catturato l'attenzione delle oltre quattrocento persone presenti conducendo per oltre due ore il suo "show" finanziario dal titolo "Scenario macroeconomico della nostra epoca: preparatevi al peggio". L'esposizione chiara, arricchita dalla proiezione di diapositive e vivacizzata dallo stile interattivo, gli ha consentito di trattare un tema così complesso in modo avvincente e comprensibile anche per i profani.
Nella prima parte della sua esposizione, Benetazzo ha ripercorso le tappe della crisi nei precedenti otto mesi a partire dai cosiddetti mutui "subprime", sottolineando la sistematica disinformazione attraverso cui le autorità economiche (ed i media a loro asserviti) hanno nascosto la realtà all'opinione pubblica.
Successivamente, ha analizzato le cause della situazione attuale confutando la tesi secondo cui questa sarebbe il prodotto di una "crisi" transitoria. Il vero responsabile, secondo l'oratore, è invece il collasso terminale del "turbocapitalismo", generato dall'effetto concorrente di quattro fattori strutturali: la politica monetaria degli USA; la sua politica sociale; la globalizzazione con la conseguente delocalizzazione delle attività produttive e la titolarizzazione del debito.
Benetazzo ha quindi descritto le future ripercussioni sociali del collasso finanziario destinato a generare "una schiera di precari indebitati in colletto bianco".
Come salvarsi da questa triste prospettiva mettendo al sicuro risparmi ed attività? Quali criteri applicare per scegliere la propria banca di fiducia? Che fare per fare un giovane d'oggi? Benetazzo ha concluso con una raffica di consigli controcorrente, come del resto è stata tutta la sua relazione: rifugiarsi in oro, terreni agricoli e titoli di aziende sane impegnate in settori strategici come l'energia; affidarsi a piccole banche accertandosi che non abbiano trafficato in prodotti "derivati" , che abbiano un elevato "core tier" ed una bassa esposizione nel settore immobiliare ed infine, per i giovani, imparare a risparmiare vivendo "al di sotto delle proprie possibilità".


Sottopolitica da incappucciati

26/11/11 Di Giuliano Ferrara per Il Foglio

Il disastro è in corso. Rendimenti a breve che raddoppiano, Lady Spread fa la passerella, e l’asse tripartita fa vertici di cui si vergogna, passando per la porta di dietro. Era meglio il compromesso storico.

Ai mercati non interessa un governo tecnico, con la democrazia sospesa e la politica impiccata. La crisi di fiducia riguarda l’Europa e il governo dell’euro, cosa che questo giornale in corsa solitaria contro il luogo comune fazioso antiberlusconiano ha ripetuto per mesi. Ma la grande menzogna è passata, è stata perfino ingurgitata da chi al massimo grado doveva difendersene e difenderci, Berlusconi in persona.

La situazione è surreale e drammatica. Ed è una lezione per tutti quei gentiluomini che fanno del cinismo opportunista, e del suo corredo di moralismo punitivo, la regola e la guida della loro rinuncia a pensare i problemi in vista di un interesse nazionale ed europeo, non di parte. Eccoci dunque con i rendimenti raddoppiati dei titoli a breve, una piccola catastrofe ingigantita dalla mortifera situazione borsistica, e con Lady Spread che scorrazza per ore oltre quota cinquecento, tranquilla, elegante e molto eloquente.

Se fossimo in campagna elettorale, con garanzie aperte e bipartisan di responsabilità nazionale, saremmo per lo meno a un passo dal consolidamento di argini difensivi, e una spirale di tensione politica virtuosa costringerebbe tutti a discutere con il paese la giusta dose e ripartizione di rinunce, ma soprattutto la giusta dose di incazzatura italiana con il governo più stupido che l’Europa abbia mai conosciuto in una prova del fuoco, il governo dell’imbelle direttorio ridens.

Se fossimo in campagna elettorale, la questione della Banca centrale che non tutela le finanze di una moneta comune, e i suoi rischi di mercato, sarebbe al centro di una grande esperienza di democrazia europea. E così per gli eurobond. E si farebbe sul serio, sarebbe in gioco l’identità di una nazione non minore, capace di reagire, e il futuro concreto di questa costruzione monetaria in grave crisi di identità e funzionalità. Invece siamo nel fondo di un pozzo politico dal quale risalire sarà arduo.

Una maggioranza tripartita che si vergogna di esserlo (nata com’è all’insegna della rinuncia alla sovranità politica democratica), che combina vertici segreti a Palazzo Giustiniani (il luogo giusto, il palazzo della Massoneria) con il Preside del consiglio di facoltà, un tris di segretari impotenti (Bersani, Alfano, Casini) che passa da dietro, dalle porte laterali, per non farsi sorprendere.

E che maneggia goffamente la sottoquestione sottogovernativa dei sottosegretari, svelando che dietro la restaurazione della politica parlamentare, dietro il rinnegamento del maggioritario, ci sta la logica e la lingua del pizzino di Enrico Letta, “dall’esterno e riservatamente”, ma ora non più solo un Letta, i capi di ciò che resta di movimenti e partiti scrivono pizzini segreti e li recano personalmente al professore incaricato dal Presidente della Repubblica di risolvere con tutta calma un’emergenza vistosa e tremendamente fuori controllo.

Per poi smentire ridicolmente l’accaduto, irridendo la pubblica opinione. Ci voleva più politica, più sovranità nazionale, più democrazia. Negli anni Settanta con l’emergenza economica e l’emergenza terrorismo fu praticato il compromesso storico. Una cosa grande, a confronto con questo tripartitismo di sottogoverno che si presenta in scena e si annuncia nel peggiore dei modi.

Berlinguer e Zaccagnini per lo meno si incontravano apertamente, Moro offriva motivazioni politico-strategiche a quanto pensava di dover promuovere, e lo stesso il segretario dolente del Pci. I delegati a trattare, i compianti Fernando Di Giulio e Franco Evangelisti, si vedevano in Parlamento, alla Camera, e discutevano le bazzecole del potere sotto una luce politica che era il prodotto di quel modo di organizzarsi, sia pure in emergenza, della democrazia dei partiti.

Qui ogni dignità politica è volata via, è morta. Ogni luce è spenta. Il dramma continua, e lo si recita come fosse una farsa. Un Monti impacciato fa il bravo scolaretto davanti ai due già ilari direttori didattici dell’Europa virtuosa, il ritmo della danza è pachidermico, e tutti stanno zitti, tutti (tranne pochi che si rendono conto della qualità dell’aggressione dei mercati finanziari alla governance sbilenca dell’Unione) giocano ai finti tonti, ai sobri, ai lodenvestiti che tra una Trilateral e l’altra stanno facendo strame di un paese imbocconito. Disastro.



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