I have a drinn

03/03/11 di Eugenio Benetazzo per www.eugeniobenetazzo.com

Da qualche mese ormai ho un drinn che continua a risuonarmi nella testa, un drinn che non mi ricorda un campanello per richiamare l’attenzione, quanto piuttosto un vero e proprio allarme di fuga. Fuga dall’Italia. Almeno imprenditorialmente parlando. Chi fa parte dell’Amministrazione Pubblica o chi si trova in pensione con una rendita più che dignitosa mantiene ancora la convenienza di starsene nel “Non più Bel Paese” a farsene il turista in casa propria. Chi invece è ancora giovane, o meglio ancora studente, è il caso che cominci a proiettarsi mentalmente di andare a lavorare e vivere al di fuori della penisola italiana.
  
Vorrei essere un po piu accondiscendente, ma gli ennessimi episodi di gossip italiano a sfondo sessuale fanno comprendere che non solo non c’è speranza per il Paese, ma non c’è speranza alcuna per la popolazione, inebetita ormai a tal punto da essere completamente amorfa agli eventi quotidiani che la circondano. Per chi è giovane non vi sono prospettive lavorative alcune, al di là di quelle di cui parlerò alla fine di questo intervento: entro cinque anni infatti perderemo circa il 40 per cento del nostro potenziale manifatturiero, quindi altri milioni di posti di lavoro che dovranno essere trasformati in mansioni e compiti a singhiozzo, mal retribuiti e poco tutelati. Con i quali non si potrà alimentare il circuito dei consumi interni e tanto meno si potrà pianificare il proprio percorso di vita.

Quello che risulta più triste per chi ha la mia età è rendersi conto di come la generazione dei baby boomers (chi è nato tra il 1946 ed il 1963) sia riuscita ad avere tutto e vivere meglio di qualsiasi altra generazione precedente o successiva, andando ad ipotecare il futuro dei loro stessi figli. Come ho già a vuto modo di raccontare durante lo show finanziario “Era il mio Paese” tutto questo fa parte di un processo inarrestabile che sta portando lentalmente il nostro Paese prima a un declino industriale e successivamente al default economico. Non abbiamo ancora fatto la fine della Grecia grazie a tre elementi strutturali che ci danno ancora credibilità nei confronti delle comunità finanziarie internazionali.

Per primo abbiamo la terza riserva aurea al mondo (dopo Usa e Germania), circa 2500 tonnellate di oro e con il metallo giallo che sembra essere proiettato alla fatidica soglia dei 2000 dollari l’oncia, sarebbe una credenziale molto convincente a dare sostegno a manovre di emergenza e salvataggio (pensate  che Cina, India e Svizzera messe assieme detengono meno oro di noi italiani). In secondo luogo il “Non più bel Paese” detiene il più grande monte risparmio del mondo, vale a dire la ricchezza finanziaria in mano ai residenti italiani suddivisa tra depositi a vista, a termine, obbligazioni, azioni e altri strumenti finanziari. Come terzo punto di forza abbiamo il peso ed il volume consistente dell’economia sommersa, il polmone che tiene ancora in piedi le piccole imprese, senza il quale cesserebbero di esistere.

Se proprio dovessi dare un consiglio a livello imprenditoriale al fine di aiutare chi si sta per diplomare o chi deve scegliere la propria mission universitaria mi sento di sbilanciarmi su queste tre aree di investimento fornendo maggiori prospettive occupazionali: realizzazione e gestione di residence per anziani autosufficienti, produzione e gestione di fonti di energia rinnovabile (come imprenditore ci ho investito pure io) ed infine rilancio e promozione dei prodotti italiani tipici del mondo enograstronomico al di fuori dei confini europei. Inoltre qualora venissero effettivamente realizzate le centrali termonucleari in Italia (per le quali non nutro grande entusiasmo), si potrebbe considerare anche una quarta area di interesse che potrebbe generare tra diretto ed indotto oltre 500mila posti di lavoro.

Tutto il mondo occidentale sta vivendo una triste e inesorabile trasformazione causata dallo spostamento geoeconomico e geopolitico del baricentro del cuore del libero mercato: da New York/Londra, stiamo andando verso Ankara/Shanghai con inevitabili conseguenze per paesi come soprattutto il nostro in cui oltre 1/5 del PIL veniva prodotto dal settore manifatturiero. Il futuro occupazionale, la prosperità economica ed il centro del mondo saranno purtroppo in Asia, mentre l'Europa ed in misura maggiore l'Italia sono destinati a diventare prestigiosi cimiteri di elefanti.

Marcello Veneziani ritorna a Madesimo

Agosto 2009 - XIII Premio Madesimo a Aldo Cazzullo



Dopo due anni di assenza Marcello Veneziani ritorna a Madesimo in occasione della XIII edizione del “Premio Madesimo” che è stato conferito ad Aldo Cazzullo, giornalista del Corriere della Sera. Venerdì 14 agosto, nel corso di un’affollata conferenza tenutasi presso la sala congressi i della località turistica, Veneziani , che  da anni    ormai è il beniamino dei villeggianti di Madesimo, ha intrattenuto il pubblico esponendo con la  consueta lucidità e brillantezza i suoi “Pensieri in libertà sull’Italia di oggi”   .

                Veneziani ha delineato il quadro di un paese “spompato”, incapace di progetti per il futuro,  ripiegato sul privato e sul contingente,  caratterizzato da una gioventù tanto esigua per numero,  quanto culturalmente e moralmente impreparata ad affrontare le sfide future a causa  dello sfascio della famiglia e della scuola determinato dal “68”.  Proprio il “68”,  i cui epigoni sono oggi ai vertici  della  casta dominante,  rappresenta  per Veneziani la radice dei nostri mali: con il suo “vietato vietare” ha rotto il legame tra diritti e doveri; col suo rifiuto delle tradizioni ha demolito i legami naturali ed i punti di riferimento  che sono alla base di idee forti e di  ogni grande   progetto per il futuro; con il sovvertimento dei valori ci ha    lasciato in eredità solo  le macerie di un’ideologia radicale di massa.


Silvio Ŕ vivo e Sergio lotta

15/12/10 Di Oscar Giannino per www.chicagoblog

Dedicherò solo poche righe al voto della Camera, coem avete visto cui siamo dati la regola di non fare post di politique politicienne. Silvio Berlusconi è un osso duro. Fini ha perso, Casini ha rotto politicamente e si è fatto contare alle urne, lui ha rotto personalmente e al dunque non ce l’ha fatta. Il Pd è nella palta. I problemi del Paese sono altri, e avremo altri terribili mesi di inedia. Sullo sfondo, elezioni con questa legge elettorale con Berlusconi ancora capo del centrodestra, e auguri al risultato. Per gente seria un nuovo impulso a emigrare perché non si salva praticamente nessuno, e nel pensarlo si prova autoribrezzo all’idea di diventare qualunquisti, qualunque cosa pensiate degli eccessi e delle tragiche promesse liberali mai mantenute da SB (io ne penso male e malissimo, dalle tasse alla spesa pubblica altissime alla riforma della giustizia mai varata pensando solo a sé, ma al dunque non c’è mai chi lo affronti senza scappare e lui resta in piedi ingessando sempre più tutto su se stesso, quanto alla sinistra in questi due anni l’ala liberal r firomista mi sembra travolta da posizioni neostataliste e tassaiole che mi fanno orrore, dei giustizialisti non parlo per evitare parole improprie, il neoproporzionalismo mi atterrisce per la spesa pubblica che provocherebbe con le mani libere di ogni partitino in Parlamento). Di fronte a tale scontro a coltello che fa altre macerie e avviene ignorando che tra poche settimane riparte l’euroballo del debito e noi ci finiremo dentro, dico che Dio aiuti l’Italia – e cioè i milioni di italiani che faticano seriamente senza fiatare e vengono assassinati dal fisco. Preferisco dedicarmi a una questione che considero purtroppo più seria. Anch’essa perfetta sintesi del gap italiano. Che cosa vuole Marchionne a Mirafiori?

Sergio Marchionne spacca e divide. Per quello che mi riguarda, che Dio lo benedica. Nel mondo – non in Cina, in Germania e Francia e Stati Uniti – le imprese vanno avanti per contratti aziendali e non per contratti nazionali che definiscono ogni cosa. Per questo in quei Paesi il salario variabile pesa fino al 40% e oltre della busta paga, e da noi non arriva al 4%. Però che piaccia a me che sono liberista non è un viatico per Marchionne. In Italia, non piace a moltissimi. Cerchiamo allora di capire, da osservatori e non da partigiani, il come e il perché della nuova frizione sul caso Mirafiori.

Sin qui, la nuova Fiat di Marchionne, finitala droga degli aiuti pubblici all’auto, aveva posto due problemi “approfittando”delle svolte che Emma Marcegaglia, con Cisl e Uil (d’accordo il governo), hanno impresso alle relazioni industriali. La prima: l’accordo sui nuovi assetti contrattuali a inizio 2009, senza più attendere per anni a vuoto la Cgil come Montezemolo. La seconda: applicare da allora le deroghe al contratto nazionale per più produttività e più salario detassato, a cominciare dal contratto dei meccanici che la Fiom non ha firmato, e con il recesso di Federmeccanica dal precedente. Ne è nata l’intesa per Pomigliano, senza Fiom ma col sì del 62% dei lavoratori. Per consentire alla Fiat di tornare all’utile nei suoi stabilimenti italiani, che da anni reggono solo sui risultati in Polonia e Brasile. Per Cgil e Fiom il contratto nazionale è un totem. Solo concentrandovi ogni minuto aspetto della prestazione d’opera e degli obblighi datoriali, si impedisce che ogni azienda possa raggiungere coi suoi dipendenti gli accordi migliori, ma slegati da una solidarietà di cui il solo sindacato nazionale si considera interprete e depositario.

Su Mirafiori, la Fiat chiede un altro passo. Dopo Pomigliano e lo sciopero dei Cobas sugli straordinari in deroga sino al 2014, la Fiat scopre che anche le deroghe condivise coi sindacati non impediscono a chi dice no di continuare a rompere le scatole. Non è il contratto nazionale, ma la concertazione del 1993 a stabilire che i diritti sindacali restino a tutti coloro che hanno almeno il 5% dei voti nella RSU. La Fiom può dire no alla newco di Mirafiori, ma continua a godere dei suoi bei diritti e a protestare. A Marchionne non va giù, per questo vuole una newco fuori da Federmeccanica e anche dalle sue deroghe, convinto che Cisl e Uil e Fismic diranno sì.

Di qui l’attrito con Confindustria. Emma Marcegaglia a New York ha concordato con Marchionne che Fiat ci provi, e se ci riesce la porta a un siffatto contratto auto in Confindustria è spalancata. Ma molti imprenditori di Federmeccanica sono scettici. Lavorano a testa bassa per inseguire la ripresa e riescono a farlo senza scontri, hanno gestito le relazioni industriali meglio di Fiat che a Pomigliano e Mirafiori aveva alto assenteismo. Non amano che alzi lo scontro chi per decenni ha avuto gli aiuti di Stato, loro mai. Il confronto resta aperto, anche Fiat deve riflettere sulle impugnative che rimetterebbero il nodo ai giudici. E aggiungete che molti, dal Corriere della sera a grandi banchieri, pensano che Marchionne cerchi scuse perché gli investimenti vuole farli solo in Usa, e considera l’Italia al più un mercato qualunque, non la sua base nazionale che è ormai a stelle e strisce. Vedremo se tiene duro. Ma questa volta non è detto che ce la faccia. Perché a dare una mano a Fiom e Cobas sarebbero i grandi giornali nazionali e le trasmisisoni tv di maggior successo, intellettuali e opinionisti. Oltre alle toghe, che in Italia fanno la differenza.


Uccidono i cristriani ma Ŕ l'Europa ad essere morta

29/12/10 di Marcello Veneziani per Il Giornale


Per l’Unione europea il Natale non esi­ste, la Pasqua nemmeno, e se uccidono i cristiani in Nigeria e nelle Filippine, co­me è accaduto nel giorno di Natale, chi se ne frega, la cosa non ci riguarda. I cri­stiani saranno una setta del posto. Noi europei ci occupiamo di misurare le ba­nane, mica di religioni, superstizioni, stragi e amenità varie. Noi siamo civili, lavoriamo in banca, mica pensiamo alle festività religiose. E poi in questi giorni la Commissione europea non lavora, è in vacanza natalizia, anche se non si sa uffi­cialmente la ragione di queste festività, sarà l’anniversario dell’euro o l’onoma­stico di Babbo Natale...


Non sto vaneg­giando per overdose di spumanti e pa­nettoni. È stata diffusa in milioni di copie e in migliaia di scuole, in tutta Europa e forse anche nei Paesi islamici,l’agenda ufficia­le dell’Europa, firmata della Commissione europea. Nel diario europeo, che mi è capitato di vedere,c’è traccia delle più estrose festività relative alle più minoritarie religioni,ma non c’è alcun riferimen­to alle festività antiche, canoniche e ufficiali della cristianità europea. Non si sa perché festeggiamo Natale e le altre festività religiose, nulla è ac­cennato sull’agenda che ricordi la Natività, la Resurrezione e tutto il re­sto, nulla che segni in rosso una san­­ta festività. Ma quale Natale, Pasqua, Epifania, diceva Totò, a cui evidente­mente si ispira l’Unione Europea.

L’ha fatto notare, protestando, il mi­nistro degli Esteri Frattini, ma in que­sti giorni l’Unione europea è chiusa per inventario merci (non esistendo il Santo Natale) e dunque la protesta affonda nel vuoto vacanziero di que­sta vuota Europa. A ragion veduta possiamo perciò accusare l’Unione europea di nega­zionismo. L’Unione europea è un’as­sociazione vigliacca di smemorati banchieri fondata sul negazioni­smo. Nel giro di poche ore, l’Unione eu­ropea ha infatti negato le festività cri­stiane e dunque la sua tradizione principale ancora viva da cui provie­ne e nel cui nome ha un calendario e un sistema di festività. Ed ha pure ne­gato ai Paesi dolorosamente usciti dal comunismo il diritto di conside­rare i loro milioni di vittime sullo stes­so piano delle vittime del nazismo.

Come sapete, la Commissione eu­ropea ha nega­to che si possano equi­parare gli stermini comunisti a quelli nazisti e possa dunque scattare an­che per loro il reato di negazionismo. Pur avendo commesso «atti orren­di », i regimi del gulag, secondo la Commissione europea, «non hanno preso di mira minoranze etniche». E che vuol dire, sterminare i borghesi o i contadini è meglio che sterminare gli appartenenti a una razza? Uccide­re chi non la pensa come te è un cri­mine meno efferato che uccidere chi è di un’altra razza? Tra le fosse di Ka­tyn, le foibe e le camere a gas di Da­chau, qual è la differenza etica, giuri­dica ed umana? Tra chi nega gli ster­mini di popolazioni civili di Paesi in­vasi dal comunismo e chi nega gli stermini etnici, qual è la differenza? È ideologica, signori, puramente ide­ologica. Come ideologica è la nega­zione delle tradizioni cristiane più popolari. Non parliamo infatti del dogma trinitario o di altri quesiti teo­logici, qui parliamo di Natale e Pa­squa, avete presente?

Alla base del­l’Europa c’è un negazionismo vi­gliacco e bugiardo, che non è solo quello di negare alcuni colossali orro­ri per riconoscere e perseguirne de­gli altri; ma negare l’Europa stessa,la sua vita, il calendario che scandisce i suoi giorni, la sua realtà e la sua veri­tà, la sua tradizione e la sua storia. Il negazionismo dell’Unione euro­p­ea è ancora più grave del negazioni­smo elevato a reato: perché non ne­ga solo alcuni orrori, ma nega anche in positivo la storia, la provenienza, la vita europea. Del suo passato l’Unione resetta tutto, difende solo la memoria della Shoah, e poi cancella millenni di civiltà cristiana, millenni di natali e pasque, orrori del comuni­smo e di altre tirannidi. Che schifo.

Io non ho ancora capito a che serve l’Unione europea fuori dall’ambito economico. Non è un soggetto politi­co che esprime posizioni unitarie, non ha un governo passato dal con­senso del popolo europeo, la sua stes­sa unione non fu voluta o almeno rati­ficata da un referendum costitutivo del popolo sovrano. Non è un sogget­to cul­turale e civile perché non fa nul­la per affermare, difendere o valoriz­zare l’identità europea, anzi fa di tut­to per negarla. Non ha una sua carta costituzionale dove declina le sue ge­neralità storiche, le sue affinità idea­li, i suoi principi, le sue provenienze civili e religiose. Non ha una sua poli­tica es­tera unitaria o una strategia in­ternazionale, e non si occupa di stra­gi dei cristiani, semmai si agita solo se c’è una donna condannata a mor­te per aver ucciso il marito in Iran.

Insomma,l’Europa non è mai nata e ha paura pure della sua ombra. Esi­ste solo un sistema monetario unico, un sistema di dazi e di regole, di ban­che e di finanziamenti. È un ente eco­nomico, un istituto per il commer­cio. Per questo l’Unione europea non esiste, abbiamo ancora la Cee, la Comunità economica europea. Anzi non sprechiamo la parola comunità per un consorzio economico, tornia­mo al Mec, Mercato europeo comu­ne.

L’Europa è un morto che cammi­na.

Marcello Veneziani


Silvio il costruttore, Fini il distruttore

15/12/10 Di Marcello Veneziani per Il Giornale

Ho provato a guardare in faccia Fini e Berlusconi alla vigilia del duello finale. Li ho guardati mentre parlavano alla gente, alle telecamere, ma non ho badato a quel che dicevano. In fondo erano abbastanza scontati i loro messaggi, era più significativo notare quel che esprimevano le loro facce, i loro gesti e le loro smorfie. Delle parole pronunciate ho conservato solo il timbro di voce, la modulazione e gli sguardi che le accompagnavano, senza curarmi dei loro argomenti. Mi interessava vederli dal punto di vista umano. Guardarli rispetto alla loro vita, alla loro verità.

Per calarmi di più nella loro vita ho cercato di pensarli più giovani, li ho proiettati nel loro passato, li ho immaginati perfino bambini, e poi tornando al presente li ho visti tanto invecchiati. Ma ho notato una differenza abissale tra i due. Berlusconi tenta, anche in modo artefatto e grottesco, di resistere alla vecchiaia e alla morte, lo vedi che difende a morsi e sorrisi la vita, con un impeto, una determinazione assoluta. Fini invece sembra passato dalla parte della morte; la sua faccia lunga e ormai rugosa, i suoi occhi, perfino i suoi sorrisini, lanciano un solo messaggio lugubre: devi morire, vieni via con me, non puoi sfuggire, ti porterò con me nella tomba.

Non è solo la lotta per la sopravvivenza del governo che inchioda uno a difendere la vita del governo e l’altro a volerne la morte. No, c’è un messaggio che travalica la vicenda del governo e si fa personale, autobiografico. In Berlusconi c’è l’horror vacui, appena esorcizzato e mascherato nell’ottimismo iperdentato; in Fini c’è cupio dissolvi, appena mascherato e alleggerito dal viso beffardo, con le sopracciglia che si alzano per rimarcare il sorriso. Alle spalle del primo c’è l’indole di chi ha sempre fondato, costruito, piazzato. Alle spalle dell’altro c’è l’indole di uno che si è sempre opposto, ha votato contro, ha frenato e disciolto. C’è asprezza in entrambi, e vistosa memoria di torti subiti, si notano le cicatrici della lotta; ma si vede la differenza tra uno che combatte per la vita e l’altro per la morte.


ITALIA SVEGLIATI !'

13/11/10 di Marcello Veneziani per Il Giornale

Italia svègliati. Non puoi accettare che un governo liberamente e democraticamente voluto dagli italiani stessi cada per il capriccio personale di un voltagabbana che ha deciso di portare con sé nella tomba il premier e il suo governo. Non puoi accettare che un Paese difficile, nel pieno di una crisi internazionale, nel pieno di una legge finanziaria e in mezzo ad alluvioni e catastrofi, venga spinto al buio nell’abisso, solo per eliminare Berlusconi: perché qui non c’è un governo alternativo alle porte, c’è solo lo sfascio del presente, è l’unico collante che unisce le opposizioni vecchie e nuove. Non puoi accettare che in piena emergenza ambientale venga processato e delegittimato in tv, in piazza e in Parlamento chi si occupa della Protezione civile in modo fino a ieri ritenuto efficace. Non puoi accettare che un ministro, su cui possono divergere i giudizi, debba essere sfiduciato dal Parlamento, se crolla un’impalcatura di cemento a Pompei, come purtroppo è sempre accaduto. Non puoi accettare che un grande giornalista che dirige un grande giornale, debba pagare, unico tra tanti, un clima d’odio e di giornalismo militante con l’impedimento di far sentire la sua voce ai tanti lettori che lo seguono. Mi rivolgo alla pancia d’Italia e nel senso descritto nel suo vivace pamphlet da Beppe Severgnini, al ventre profondo del nostro Paese, la maggioranza silenziosa a cui si nega il diritto di avere opinioni diverse da quelle somministrate dai poteri mediatico-giudiziari.

Italia svègliati, e questa non è un’invocazione retorica o generica, ma realista e specifica. È giunto il momento di una presenza visibile ed energica di quell’Italia sfiduciata che non viveva con euforia i giorni della vita pubblica nostrana, che ha vissuto poi con disagio le sue involuzioni e ora vive con fastidio questa macchina da guerra che si è messa in moto per azzerare la dignità, la libertà, la rilevante quota di sovranità popolare e nazionale espressa da questa larga e profonda Italia. Questo non è un appello all’insurrezione, non è l’invocazione di un altro 25 aprile, come ha sciaguratamente scritto la Repubblica e come ha sensatamente denunciato Giampaolo Pansa. No, è l’invito alla maggioranza silenziosa del paese a mostrare la sua calma e civilissima indignazione per l’esproprio che sta subendo davanti ai suoi occhi della sua facoltà di decidere e a ribadire la sua lucida determinazione a non aprire crisi al buio. Occorre una protesta vera e civile, anche in piazza, anche per strada, per respingere una crisi assurda e priva di sbocchi. In questo bruttissimo momento del nostro paese in cui sembrano civili e moderati nei toni e nei propositi perfino Tonino Di Pietro e i comunisti, è necessario che gli italiani liberi e non militanti facciano sentire tutto il loro disagio. Che chiedano loro, gli italiani, di decidere nelle sedi proprie se e quando mandare a casa Berlusconi e il suo governo, se e quando non leggere Feltri e il suo giornale. E non siano i pronunciamenti di giudici, ordini, associazioni mafiose e caporioni.

È giunto il momento che qualcosa di simile al Tea party si formi anche in Italia, per restituire vitalità e cittadinanza attiva alla mitica e nascosta società civile, da troppo tempo addormentata e avvilita. Un movimento di base e non di partito che non risponda all’incattivimento con pari aggressività, anche solo verbale; ma risponda con la temperata forza dei ragionamenti e delle libere opinioni. È necessario che riemerga nel nostro paese quella borghesia sana e perbene, intelligente e anche educata che si disse moderata; e con lei quel popolo italiano che non vuole più sentir parlare di guerra politica e di strappi. Non mostrate i muscoli, l’unica prova di forza sia il numero, semmai. Mostrate il volto vero del paese che non vuole più vivere questo clima di guerra che porta alla paralisi. Un paese che difende il governo che ha eletto, ma che non appartiene a nessuno, nemmeno a Berlusconi; ma a se stesso, alle sua città, alle sue famiglie. E che faccia capire a tutti che solo l’interesse del Paese può essere superiore a tutto, non quello di una parte o di un’altra, di un potere o di un altro, di un leader o di un altro. Basta con i casi personali. Un popolo civile che reputa una benedizione il bipolarismo perché serve a garantire la responsabilità dei ruoli e la governabilità; ma che non vuole applicare il bipolarismo al popolo, ai valori, a tutto quanto. Il bipolarismo va circoscritto all’assetto politico-parlamentare. Non va applicato ad altezza d’uomo e all’universo mondo. Perché non si può vivere la vita in bianco e nero, perché non ne possiamo più di guerre civili, di razzismi politici e culturali, di odii feroci e di milizie in campo. Il mondo non si divide in due, e da nessuna parte ci sono solo i buoni o solo i cattivi; il bipolarismo è solo un sistema politico-elettorale, non può diventare un criterio di giudizio universale. Altrimenti non è bipolarismo, è manicheismo. Mi piacerebbe che nascesse dal basso una forza larga e tranquilla nel Paese, che avesse questi obiettivi e che difendesse il voto espresso dagli italiani, l’interesse superiore del Paese e l’esigenza suprema di avere un governo. E che non gridasse al lupo al lupo, alle dittature in corso o alle porte, perché poi, anche i lupi più lontani e sordi, alla fine, si svegliano.


Ridicoli Moralismi

03/11/10 Di Angela Pellicciari per Il Tempo


“Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri”: così diceva il duca D’Aragua ne I Viceré di De Roberto. Fare gli affari nostri è lo sport degli italiani 150 anni dopo la loro unificazione. Solo che ciascuno scambia gli affari suoi per l’esercizio del pubblico interesse.
Penso che l’accanimento giudiziario di cui è oggetto l’onorevole Berlusconi sia evidente al di là di ogni possibile dubbio. Penso anche che l’elenco -che comincia ad essere lungo- dei salvatori della patria autoproclamatisi tali o come tali invocati da autorevoli storici e giornalisti, abbia il piccolo particolare di non aver nulla a che fare con l’espressione della volontà popolare. Fautori di un governo tecnico sono anzitutto Massimo D’Alema e Gianfranco Fini. Guarda caso accomunati da un passato antidemocratico che l’uno (D’Alema) non ha mai sconfessato, mentre l’altro (Fini) si è affrettato a farlo all’improvviso durante un viaggio in Israele. In quell’occasione Fini ha definito Mussolini “male assoluto” mentre fino a poco tempo prima apostrofava il dittatore fascista come il più grande statista del XX secolo. Fra il male assoluto e il grande statista Fini non ha gettato ponti: non si capisce quindi come un uomo maturo sui cinquant’anni possa passare da una valutazione all’altra senza colpo ferire. 
All’inizio dell’estate il Corriere ha cominciato la campagna di cui oggi vediamo gli effetti maturi: governo tecnico. Tutti dentro meno Berlusconi. E perché? Per quello che vale ho votato Berlusconi convinta e convinta lo rivoterei. Mi si rinfaccia spesso: come fai, tu che sei cattolica, a votare per un uomo la cui vita privata è così sfacciatamente immorale?
Questa domanda presuppone un’ignoranza radicale di cosa sia il cattolicesimo. Che non è moralismo. Siamo una nazione in cui ogni desiderio individuale viene scambiato per diritto. In cui ciò che è liberamente scelto diventa automaticamente lecito. Ricorriamo quotidianamente ad una massa di maghi ed oroscopi. Siamo immersi nella pornografia e, a sentire don Di Noto, i siti pedopornografici sono decine di migliaia. Abbondiamo di satanisti ed organizziamo viaggi di piacere nei luoghi dell’orrore dove una ragazzina è stata ammazzata e ci scandalizziamo perché un uomo ricco organizza festini?
Il punto è un altro. Il punto è che abbiamo smesso di collegare la morale alla conoscenza, riducendoci alla pratica di un ridicolo ed opprimente moralismo di massa. Abbiamo smesso di interrogarci sul bene e sul male e siamo solo capaci di emettere giudizi di condanna senza mettere in discussione la nostra condotta. E’ vero: siamo una nazione allo sfascio. Ma lo siamo perché abbiamo smesso di far funzionare il cervello. La morale è il frutto della conoscenza, non il contrario.
Siamo diventati una nazione senza Dio. Una nazione che ha dimenticato la buona notizia: Gesù è venuto per salvare i peccatori. Cioè noi. La patria del cattolicesimo ha compiuto un’apostasia di massa e non sa nemmeno più cosa sia il peccato. Abbiamo scordato che il peccato ci toglie la vita perché ci separa da Dio autore della vita. E così un prete, durante l’omelia al funerale della ragazza assassinata, può augurarsi che “le bestie” che hanno compiuto un simile misfatto non facciano parte della comunità dei fedeli locali. Ma come? La buona notizia è che Gesù è venuto per quelle bestie. Perché quelle bestie possano cambiare vita e smettere di essere tali.
Non è possibile uscire dalla crisi che, prima che economica, è culturale e morale, senza tornare a Dio. Senza ricordare che i comandamenti sono la via per la vita. E che infrangerli procura l’infelicità e la morte. A mio modo di vedere non è giustificando una cultura vitalista e pagana che si fa l’interesse di Berlusconi e di tutti noi. Conviene chiamare le cose col loro nome: la verità e la vita fanno a pugni col peccato.


Non c'Ŕ rimedio - questa RAI va chiusa subito

22/10/11 Di Marcello Veneziani per il Giornale

Sciogliete la Rai. Non c’è altra soluzione. Lo dice uno che credeva al servizio pubblico e, pensate, perfino al ruolo educativo della tv. Ma l’Italia, il governo e il Parlamento non possono occuparsi ogni giorno delle parole di Santoro, dei contratti di Benigni, degli ultimatum di Fazio e degli arrangiamenti di Masi. Un Paese non può dividersi sui contratti agli artisti e sugli insulti ai direttori. Meglio chiudere baracca e burattini e lasciare campo al libero mercato.

Le tre reti principali lasciatele ai migliori offerenti, con diritto di prelazione a cooperative di dipendenti, amatori e ispiratori della rete. Chi ama Raitre si paghi il canone per farsene carico; chi ama il suo rovescio faccia altrettanto con un’altra rete, per esempio Raidue, che non esiste più da quando finì l’era craxiana. O paghi un canone per Raiuno chi pretende un’informazione più ufficiale, meno schierata, tendenzialmente governativa a prescindere dai governi in carica. Non sono un seguace entusiasta del federalismo fiscale, ma in questo caso ci starebbe bene: ognuno paga la rete che vuole e la rete spende i soldi che i suoi utenti versano a lei. Più quello che ciascuna rete raccoglie di pubblicità sul mercato.

È la fine del servizio pubblico, direte, è l’apoteosi della lottizzazione al suo stadio più esplicito e brutale. Sono d’accordo e mi dispiace un sacco. Ma non si può sopportare questo scempio quotidiano, questa porcata giornaliera, e questa impossibilità di venirne fuori. Ci sono censure vere che passano sotto silenzio perché fanno comodo un po’ a tutti i dignitari politici della Rai: spariscono dal video o non vi approdano gli irregolari che non appartengono ai blocchi di potere e ai partiti dominanti, compresi i partiti editoriali che ci sono in Italia. Non trovano spazio gli incontrollabili che, pur avendo un’identità precisa, non vanno in quota partiti e non prendono ordini dai poteri. Ci sono invece mezze censure, o censure presunte, che diventano oggetto di guerra, di vertenza e di teatro.

La Rai fa molto più spettacolo fuori dai suoi schermi che dentro. Se la Rai è in trattativa con un divo «de sinistra» ed entrambi tirano sul prezzo, la trattativa viene presentata come una lotta per la libertà contro il fascismo e un’eroica resistenza contro un tentativo di censura. L’azienda non può cercare di contenere i costi, inguaiata com’è; se lo fa, vuol dire che usa a pretesto i soldi per censurare i programmi. Dammi centomila o ti sputtano come dittatore: questo in sintesi il «raicatto» della malavita organizzata in sinistra televisiva. E non c’è giorno che non emetta ultimatum come se fosse una potenza straniera pronta alla dichiarazione di guerra e all’attacco armato: dacci carta bianca o ti facciamo a pezzi. Un giorno o l’altro recapiterà a Berlusconi un orecchio, un testicolo e un baffo di Masi. 

No, non si può andare avanti a discutere se bisogna lasciar fare per non farsi accusare che si è tiranni o se censurare, fregandosene bellamente degli attacchi. Ancora più grottesche le mezze misure, le tiratine d’orecchi e le sospensioni con ampia facoltà di esternazione in video, che amplificano il martirio senza fermare l’abuso. Non è meglio, a questo punto, rompere le righe e affidarsi alla libera iniziativa?

Lo dico da cittadino e da utente, ma anche da ex-consigliere e collaboratore della Rai. Se la Rai non fosse ingessata dai padroni di fuori e dai vigliacchi di dentro, se la Rai non fosse eterodiretta e succuba di troppi poteri, non giocherebbe sempre in difesa, ma andrebbe all’attacco. Smetterebbe di studiare come frenare Santoro, il predicozzo di Benigni o il «dossieraggio» di Report (lo chiamo così come loro chiamano le inchieste giornalistiche mirate, come quelle che riguardano Fini o Berlusconi). Lascerebbe loro libero campo, magari convogliandoli nella stessa rete per coerenza editoriale e garanzia dell’utente; ma poi andrebbe all’attacco. Il miglior modo per rilanciare la Rai e bilanciare le presenze moleste è rompere gli equilibri, svecchiare, innovare.

Per esempio, una Raidue vivace si sarebbe accaparrata un Antonello Piroso, indipendentemente dalle sue opinioni politiche, dopo che è stato ingiustamente accantonato da La7 per far posto ad un altro bravo come Mentana. Dico ai lottizzatori cretini: la bravura fa più fatturato politico di un programma allineato che non vede nessuno. Una Raiuno vivace non lascerebbe il monopolio all’ottimo Vespa, che è sì la sua colonna principale, ma neanche San Pietro regge su una sola colonna, bensì su un colonnato: e allora magari avrebbe puntato al suo interno su Minoli, che ha il difetto di essere in quota se stesso; avrebbe cercato di portarsi il meglio che offre la concorrenza (facendo scouting nelle private). Avrebbe corteggiato spietatamente un Giuliano Ferrara, che si chiama fuori dal video. Avrebbe sperimentato in reti secondarie e in fasce orario marginali nuovi talenti interni, magari di diversa opinione; immetterebbe come editorialisti di rete o di testata firme giornalistiche mordaci della carta stampata. Invece il nulla.

Lo so per esperienza personale, avendo vanamente proposto, quando ero in consiglio, non pochi innesti e perfino una rete ad hoc per testare emergenti promesse. Ma ai politici queste cose non interessavano: l’importante è vedere come sono trattati loro dalla Rai e i loro famigli, suocere incluse. Al partito Rai nemmeno: guai a toccare la mummia, se sposti un cameraman metti a rischio la democrazia.

Ma se non si riesce a stare sul mercato, a essere agili e innovativi, in sintonia con i propri tempi, se non si ha la possibilità sovrana di decidere, meglio tagliare la testa al toro e sciogliere la Rai. Questo braccio di ferro su quanto spazio concedere e fino a che punto sopportare il Nemico o l’Invasore, è tristemente ridicolo ed è pure noioso. Cambiate programma, per favore.


Gianfranco traditore e ladro di sogni

25/09/11 Di Marcello Veneziani per Il Giornale

Io so chi c’è dietro le carte che accusano Fini. So chi le ispira, conosco bene il mandante. Non c’entra affatto con Palazzo Chigi, i servizi segreti, il governo di Santa Lucia.


Fossi Irlandese: viva la sterlina !

22/11/10 Di Oscar Giannino per www.chicago-blog.it

Mi spiace andare controcorrente, ma se io fossi irlandese avrei del tutto condiviso l’atteggiamento tenuto dal governo in queste ultime settimane. Avrei cioè detto fino alla fine che di aiuti non c’era bisogno, perché il debito pubblico era coperto per un anno:così da far “strizzare” le altre capitali dell’euroare.  E avrei anche opposto fiera resistenza alla condizione numero uno per gli aiuti posta dai tedeschi e dai francesi. Anzi, avrei anche aggiunto sul tavolo un’altro argomento polemico, che al contrario l’Irlanda non ha ritenuto opportuno usare.

Tutti sanno qual è la realtà. L’Irlanda non è Paese che abbia mentito sui suoi numeri pubblici come la Grecia. Non è Paese che abbia un deficit annuale a doppia cifra sul Pil delle partite correnti, come capita al Portogallo che non riesce a generare esportazioni e dipende dai capitali stranieri. L’Irlanda paga l’esplosione del suo sistema bancario, che adottando in pieno il modello di intermediazione ad alta leva era iperesposto su crediti e impieghi ad alto rischio, divenuti nella crisi insolvibili perché privi di prezzo. Con banche più grandi della sua economia, la garanzia pubblica data al sistema da salvare ha finito per non bastare, perché perdite e rettifiche sono giunte in due anni a coprire più di 40 punti nazionali di Pil.

L’innalzarsi degli spread dei titoli pubblici irlandesi sul Bund ha punito un Paese la cui economia è inefficiente? No, ha punito il fatto che in più di due anni l’euroarea non ha saputo né voluto in alcun modo darsi un meccanismo di salvataggio e  garanzia degli intermediari finanziari che non sui riverberasse immediatamente sui conti pubblici anno per anno dei diversi Paesi membri. E’ un meccanismo che vede di volta in volta i Paesi leader tirare la corda fino all’estremo secondo prossimo al default del Paese che si trovi esposto al rischio, per poi imporgli condizioni capestro per salvare le proprie banche che regolarmente hanno titoli di quel paese e sono i veri destinatari del salvataggio, che invece spingerà il Paese destinatario a due conseguenze sbagliate. La prima è una massiccia deflazione,pagata da tutti gli incolpevoli cittadini e dalle imprese. La seconda, nel caso irlandese, è ancor più inaccettabile, e costituisce la richiesta che più ha registrato opposizione a Dublino. E cioè alzare drasticamente quell’aliquota del 12,5% sul reddito d’impresa che ai grandi paesi dell’euroarea ha dato fastidio per anni. Garantendo all’Irlanda una crescita fortissima del’economia reale attirando imprese da tutto il mondo, e nell’equilibrio tra entrate e spese e dunque non in deficit, quel 12,5% di aliquota flat mostrava al mondo intero che la scelta di alte tasse europee era un pietoso scudo abbatticrescita, necessario in realtà solo a reggere l’eccesso di intermediazione pubblica del reddito nazionale.

Per questo, fossi irlandese, col cavolo che accetterei gli aiuti che servono a coprire le esposizioni franco-tedesche su titoli irlandesi, imponendo all’economia irlandese il costo e obbligando l’Irlanda ad uniformarsi alle alte aliquote continentali. Piuttosto, fossi stato un uomo di governo irlandese avrei continuato a far capire ai franco-tedeschi che è la loro Europa alla loro condizioni, che non regge. Tanto che avrei annunciato l’uscita dall’euro per un accordo di cambio collegato alla sterlina, autonoma dall’euro per fortuna dei britannici e lungimiranza di Margaret Thatcher. Su questa base, à la guerre comme à la guerre, avrei scommesso che americani e britannici avrebbero mobilitato tutte le proprie energie, per far accorrere il Fondo Monetario a sostegno dell’Irlanda.

Non è andata così. Purtroppo, franco-tedeschi ne ottengono l’ennesima conferma che l’euroarea può continuare ad andare avanti mettendo nel mirino uno dopo l’altro i Paesi esposti, al servizio dell’europrimato germanico e con la scappatoia offerta ai francesi di non prevedere rientri quantitativi del debito pubblico come tetti dichiarati ex ante in assenza del cui raggiungimento scattino sanzioni automatiche. Come capisco gli irlandesi capisco anche i tedeschi, forti delle scelte che hanno fatto su rigore pubblico e produttività privata. Purché sia chiaro che alla fine l’euro su questi presupposti non reggerà. E che presto verrà il turno dell’Italia, dopo il Portogallo. Perché non abbiamo bolle né banche esplose, ma cresciamo troppo poco e a quel punto il mercato penserà che senza un giogo al collo il debito pubblico non scenderà mai. Ci pensa, la politica italiana? Pronta com’è a dire che a quel punto la colpa è stata solo di chi ha invece frenato la spesa pubblica, non mi pare proprio. Credo anzi che in molti ci sperino, nell’Italia presto al posto dell’Irlanda. Allacciate le cinture.


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I pi¨ letti


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext