Gianfranco traditore e ladro di sogni

25/09/11 Di Marcello Veneziani per Il Giornale

Io so chi c’è dietro le carte che accusano Fini. So chi le ispira, conosco bene il mandante. Non c’entra affatto con Palazzo Chigi, i servizi segreti, il governo di Santa Lucia.


Fossi Irlandese: viva la sterlina !

22/11/10 Di Oscar Giannino per www.chicago-blog.it

Mi spiace andare controcorrente, ma se io fossi irlandese avrei del tutto condiviso l’atteggiamento tenuto dal governo in queste ultime settimane. Avrei cioè detto fino alla fine che di aiuti non c’era bisogno, perché il debito pubblico era coperto per un anno:così da far “strizzare” le altre capitali dell’euroare.  E avrei anche opposto fiera resistenza alla condizione numero uno per gli aiuti posta dai tedeschi e dai francesi. Anzi, avrei anche aggiunto sul tavolo un’altro argomento polemico, che al contrario l’Irlanda non ha ritenuto opportuno usare.

Tutti sanno qual è la realtà. L’Irlanda non è Paese che abbia mentito sui suoi numeri pubblici come la Grecia. Non è Paese che abbia un deficit annuale a doppia cifra sul Pil delle partite correnti, come capita al Portogallo che non riesce a generare esportazioni e dipende dai capitali stranieri. L’Irlanda paga l’esplosione del suo sistema bancario, che adottando in pieno il modello di intermediazione ad alta leva era iperesposto su crediti e impieghi ad alto rischio, divenuti nella crisi insolvibili perché privi di prezzo. Con banche più grandi della sua economia, la garanzia pubblica data al sistema da salvare ha finito per non bastare, perché perdite e rettifiche sono giunte in due anni a coprire più di 40 punti nazionali di Pil.

L’innalzarsi degli spread dei titoli pubblici irlandesi sul Bund ha punito un Paese la cui economia è inefficiente? No, ha punito il fatto che in più di due anni l’euroarea non ha saputo né voluto in alcun modo darsi un meccanismo di salvataggio e  garanzia degli intermediari finanziari che non sui riverberasse immediatamente sui conti pubblici anno per anno dei diversi Paesi membri. E’ un meccanismo che vede di volta in volta i Paesi leader tirare la corda fino all’estremo secondo prossimo al default del Paese che si trovi esposto al rischio, per poi imporgli condizioni capestro per salvare le proprie banche che regolarmente hanno titoli di quel paese e sono i veri destinatari del salvataggio, che invece spingerà il Paese destinatario a due conseguenze sbagliate. La prima è una massiccia deflazione,pagata da tutti gli incolpevoli cittadini e dalle imprese. La seconda, nel caso irlandese, è ancor più inaccettabile, e costituisce la richiesta che più ha registrato opposizione a Dublino. E cioè alzare drasticamente quell’aliquota del 12,5% sul reddito d’impresa che ai grandi paesi dell’euroarea ha dato fastidio per anni. Garantendo all’Irlanda una crescita fortissima del’economia reale attirando imprese da tutto il mondo, e nell’equilibrio tra entrate e spese e dunque non in deficit, quel 12,5% di aliquota flat mostrava al mondo intero che la scelta di alte tasse europee era un pietoso scudo abbatticrescita, necessario in realtà solo a reggere l’eccesso di intermediazione pubblica del reddito nazionale.

Per questo, fossi irlandese, col cavolo che accetterei gli aiuti che servono a coprire le esposizioni franco-tedesche su titoli irlandesi, imponendo all’economia irlandese il costo e obbligando l’Irlanda ad uniformarsi alle alte aliquote continentali. Piuttosto, fossi stato un uomo di governo irlandese avrei continuato a far capire ai franco-tedeschi che è la loro Europa alla loro condizioni, che non regge. Tanto che avrei annunciato l’uscita dall’euro per un accordo di cambio collegato alla sterlina, autonoma dall’euro per fortuna dei britannici e lungimiranza di Margaret Thatcher. Su questa base, à la guerre comme à la guerre, avrei scommesso che americani e britannici avrebbero mobilitato tutte le proprie energie, per far accorrere il Fondo Monetario a sostegno dell’Irlanda.

Non è andata così. Purtroppo, franco-tedeschi ne ottengono l’ennesima conferma che l’euroarea può continuare ad andare avanti mettendo nel mirino uno dopo l’altro i Paesi esposti, al servizio dell’europrimato germanico e con la scappatoia offerta ai francesi di non prevedere rientri quantitativi del debito pubblico come tetti dichiarati ex ante in assenza del cui raggiungimento scattino sanzioni automatiche. Come capisco gli irlandesi capisco anche i tedeschi, forti delle scelte che hanno fatto su rigore pubblico e produttività privata. Purché sia chiaro che alla fine l’euro su questi presupposti non reggerà. E che presto verrà il turno dell’Italia, dopo il Portogallo. Perché non abbiamo bolle né banche esplose, ma cresciamo troppo poco e a quel punto il mercato penserà che senza un giogo al collo il debito pubblico non scenderà mai. Ci pensa, la politica italiana? Pronta com’è a dire che a quel punto la colpa è stata solo di chi ha invece frenato la spesa pubblica, non mi pare proprio. Credo anzi che in molti ci sperino, nell’Italia presto al posto dell’Irlanda. Allacciate le cinture.


Così è affondato il sedicente capo

07/09/10 Di Marcello Veneziani per il Giornale

Dopo sedici anni di immersione subacquea negli abissi del berlusconismo, Fini riemerge a pelo d’acqua e dice: preferisco la montagna. O Gianfranco, non te ne sei accorto prima che non ti piaceva nulla di Berlusconi e del suo piglio da monarca, che (...)
(...) detesti tutto della maggioranza in cui sei stato eletto presidente della Camera, dal partito-azienda al presidenzialismo, dalla legge elettorale alla tua legge sull’immigrazione, dal pacchetto giustizia alla scuola e al fisco? E, dopo aver coabitato per sedici anni ventimila leghe sotto i mari, scopri ora che la Lega tira troppo per il Nord e poco per l’Italia? Ma va, non te n’eri mai accorto che Bossi non era propriamente un patriota risorgimentale, un romanesco verace e un sudista convinto? E con che stomaco citi ora la destra che hai demolito in tutte le sue versioni?
Come prevedevo facilmente alla vigilia del discorso di Mirabello, Fini ha rotto gli indugi e ha detto con fermezza che vuol tenere il piede in due staffe. Fate schifo, amici, alleati e camerati di una vita - ha detto -, il partito non esiste, ma io resto con voi. Esempio mirabile di finambolismo, variante sleale del funambolismo. Soffermiamoci su quattro passaggi chiave.
1) Il pdl non esiste. Lo penso anch’io, che da tempo traduco Pdl in Partito del Leader, aggiungendo però che Pd è Partito del e non si sa di cosa. Il partito non esiste, però esiste un leader, esiste un governo ed esiste un grande popolo di centrodestra. Non esiste una leadership del partito che faccia da pendant al premier, è vero, ma questa carenza riguarda chi avrebbe dovuto occupare quello spazio: a cominciare dal cofondatore, Fini, che è sparito per anni e ora si riaffaccia alla politica. Non s’è visto nel Pdl l’accenno di un contenuto, di una linea, di una strategia culturale e politica che andasse al di là di Berlusconi. Ma se il Pdl è niente, come dice Fini, immaginate cosa sarà una particella ribelle del niente, denominata Fli? Se il Pdl non esiste, ci può essere la scissione dal nulla?


Povera Unità

19/10/10 Di Angela Pellicciari per il Tempo

Il Giornale ha pubblicato una pagina del nuovo saggio di Giordano Bruno Guerri che sta dalla parte del Sud e dell’antiretorica dell’unità. Qualche anno fa’ ho scritto un libro che ricostruisce l’invasione del Regno delle Due Sicilie a partire dalle testimonianze di quelli che l’hanno organizzata: i liberali Giuseppe La Farina, l’ammiraglio Persano, il deputato Boggio (I panni sporchi dei Mille, Liberal 2003). Tutti alle strette dipendenze di Cavour. Tutti a documentare gli atti vandalici dell’eroe Garibaldi. E’ vero: la “liberazione” del Sud è stata, né più né meno, una conquista. E pure spietata.
Oggi però non è tanto il tema Nord-Sud che va posto in evidenza. Mettere in discussione la bellezza dell’epopea risorgimentale solo a partire da questa prospettiva costituisce, a mio modo di vedere, un’operazione riduttiva e miope. Guerri rimarca la violenta contrapposizione tra “noi” e “loro”. Tra i briganti (i meridionali) e gli italiani civili (i settentrionali). La contrapposizione vera però non è tanto fra Nord e Sud, quanto fra illuminati (liberali sia settentrionali che meridionali) e cattolici (il 99% degli italiani). I liberali hanno tentato, in nome della libertà e della costituzione, di imporre agli italiani un cambiamento di identità. Hanno voluto che rinunciassimo alla nostra religione, alla nostra cultura, alla nostra arte e alla nostra organizzazione socio-economica. 

La 'Cristianofobia' e la tiepidezza dell'Occidente

12/06/10 di Vittorio Messori per www.et-et.it

“Cristianofobia“ in un Occidente sempre più  secolarizzato? “Cristianicidio“ in un Islam sempre più fanatizzato? Neologismi di attualità drammatica, approssimandosi i funerali a Milano del vescovo cappuccino assassinato in Turchia. Sono in molti a non credere nella tesi dello squilibrato, visti anche i precedenti di omicidi di cristiani,  attribuiti dalle autorità locali a pazzoidi fuori controllo. A questa sorta di noncuranza  islamica, si accosta quella dell’Occidente, pronto a indignarsi e a manifestare nelle piazze per ogni buona causa, vera o presunta che sia, ma che qui sembra aver messo la sordina alle proteste. La nostra indignazione è, semmai, per la minaccia al benessere  di pesci ed uccelli nell’inquinato Golfo del Messico, più che per i credenti nel Vangelo martirizzati in Asia e in Africa. Eppure, statistiche irrefutabili mostrano che  il cristianesimo è di gran lunga la religione più perseguitata nel mondo. A dar la caccia al battezzato non ci sono solo i soliti musulmani –o, almeno, le loro frange estremiste- ma in prima fila stanno anche gli induisti che, nel mito liberal, erano il paradigma della tolleranza nonviolenta. Non mancano casi di violenza sanguinaria anche da parte dei “pacifici“ buddisti, per non parlare delle mattanze cui volentieri si dedicano gli adepti delle vecchie e nuove religioni dell’Africa Nera.

Perché tanto odio e perché tanta rimozione da parte nostra, davanti a quello che talvolta assume il volto terribile del massacro? Il credente scorge qui significati   ultramondani, sulla scorta delle parole di Gesù: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi“. La possibilità del martirio fa parte di una prospettiva      che ha le sue basi nel Vangelo stesso. Per dirla con Chesterton, il convertito: “Il nostro simbolo è la croce sul Golgota, non la villetta nei  sobborghi verdi di Londra“.


L'Italia è corrotta? Sì, perché senza storia.

21/02/11 di Angela Pellicciari per www.angelapellicciari.it


L'’Italia, di destra e di sinistra, è corrotta? Si. E a tappeto. Questa la risposta di Galli della Loggia sul Corriere del 17 febbraio. Andando a cercare il perché di tanto disastro “nella nostra storia profonda”, Galli enumera, fra le varie cause, anche quella della “troppa famiglia”.

I dati Istat comparsi l’'altro giorno raccontano di un disastro annunciato: il saldo fra nati e morti è negativo. Da decenni nasce un numero irrisorio di bambini. La classe politica se ne preoccupa? La cultura se ne occupa? Analizza e divulga le conseguenze economiche e sociali del suicidio della nostra plurimillenaria civiltà? Gli immigrati ci sono indispensabili perché noi non abbiamo giovani a sufficienza, ma qualcuno ha pensato nel corso dei decenni ad educarli al nostro patrimonio religioso, culturale e artistico?

No. Noi ci siamo limitati a ripetere supinamente la leggenda del “familismo amorale” diffusa negli anni cinquanta dalla “scientifica” e protestante sociologia americana. Secondo questa vulgata la scarsa socialità che contraddistinguerebbe noi italiani sarebbe imputabile ad un eccesso di famiglia. Per rimediare sarebbe sufficiente prendere qualche lezione dalla “civile” cultura protestante. Di fronte a tanta scienza ci siamo fatti una risata? Macché! Abbiamo appena ristampato quella vecchia cariatide (Edward Banfield, Le basi morali di una società arretrata) e continuiamo a divulgarne le tesi.

Cattolici? No. Meglio protestanti. A noi cattolici conviene sparire. Conviene non fare figli. Siamo stati così arretrati nel passato, così pateticamente attaccati alla famiglia! Meglio crescere, maturare, emanciparci. Arrivare alla vita adulta. Vivere soli. Senza famiglia. Senza famiglia, ma con tanti diritti: quello all’'aborto (definito diritto di civiltà), quello alla sessualità libera da qualsiasi limite, quello all’'eugenetica, quello alla compassione dell’'altro. Leggi eliminazione del dolore dell’'altro. Leggi eliminazione del dolore mio. Leggi soppressione fisica dell’altro.

E’ vero che la cultura cattolica abbia qualcosa da invidiare a quella protestante? No. E, per capirlo bene, basta studiare un po’ di storia. Altro che asociale! La civiltà cattolica, attraverso la creazione di una miriade di confraternite e di ordini religiosi, si è da sempre curata delle ricadute sociali del proprio credo. Si è fatta carico dei bisogni di ogni tipo di povertà. In una parola: la nostra cultura si è fatta carico della vita. Che, spesso, comporta sacrificio e sofferenza. La nostra civiltà ha sempre saputo che la famiglia è un bastione fondamentale per difendere la vita.

Disprezzando noi stessi, abbiamo accettato la cultura relativista ed anticattolica che ci veniva proposta, non prestandoci caso. Come sovrappensiero. Abbiamo fatto finta che tutto fosse uguale, che bene e male dipendessero dai nostri desideri, che peccato fosse una parola senza senso. Il cardinale Biffi aveva un’'espressione significativa per descrivere la grassa e rossa Bologna: sazia e disperata. Ma sazi e disperati siamo diventati tutti: la mancanza di figli è il segnale del degrado culturale, economico, religioso e sociale, in cui siamo precipitati.

Il nostro male, parafrasando Pavese, è che abbiamo rinunciato a vivere. Perché la politica (e la cultura) continuano a far finta di niente?



Il Papa: 'capitali anonimi: potere distruttore che minaccia il mondo'

11/10/10 tratto da www.corriere.it

Il Pontefice mette in guardia contro il potere finanziario irresponsabile che pone l'uomo in schiavitù
 Dai «capitali anonimi» che «schiavizzano» gli uomini ad un modo di vivere immorale, dal terrorismo ideologico alla droga che divora la terra: anche oggi ci sono «false divinità che distruggono il mondo» e contro cui i cristiani devono combattere fino alla vittoria. Lo ha detto il Papa aprendo oggi con un discorso a braccio il Sinodo sul Medio Oriente.

CAPITALI ANONIMI - In particolare il Pontefice si è soffermato sulla minaccia rappresentata dai capitali anonimi definiti «una delle grandi potenze della nostra storia» e considerate una delle forme di schiavitù contemporanee, addirittura un «potere distruttore che minaccia il mondo». Il Papa ha così denunciato i rischi provenienti da un capitalismo finanziario senza freni e controlli. «I capitali anonimi pongono l'uomo in schiavitù» ha detto il Papa che poi ha aggiunto: «essi non sono più cose dell'uomo sono invece un potere anonimo al servizio del quale gli uomini si mettono, e per il quale soffrono e muoiono». «Si tratta - ha detto ancora il Papa - di un potere distruttore che minaccia il mondo».

Papa Ratzinger ha tracciato un parallelo tra i primi tempi del cristianesimo, quando «il sangue dei martiri» ha «depotenziato le false divinità a partire da quella dell'imperatore» al mondo di oggi. Anche adesso serve «il sangue dei martiri, il dolore del grido della Madre Chiesa che fa cadere, che trasforma il mondo... che non assorbe i falsi idoli», ha detto.

LE ALTRE MINACCE - Un'altra falsa divinità, ha indicato il pontefice, è il «potere delle ideologie terroristiche che dicono di agire a nome di Dio; ma non è Dio; sono false divinità che devono essere smascherate perchè non sono Dio». Poi c'è «la droga, questo potere che come una bestia vorace mette le mani sulla terra e la distrugge». Infine «il modo di vivere propagato dall'opinione pubblica di oggi, in cui valori come la castità non contano più o il matrimonio non conta più». Tutte queste «false divinità devono cadere», ha proseguito Benedetto XVI, deve realizzarsi ciò che annuncia Paolo nella lettera agli efesini: le dominazioni cadono e diventano sudditi dell'unico Signore, Gesù Cristo«. «Siamo - ha rimarcato Benedetto XVI - in una lotta contro questo falsi dei che distruggono il mondo».


Santoro ha raggirato tutti

21/05/10 Di Marcello Veneziani per Il Giornale

Il dissidente russo-salernitano Mikail Santorov si è accordato con i suoi aguzzini e non scriverà la seconda parte di Arcipelago Gulag ricevendo in cambio dieci milioni di rubli. Lascia i suoi collaboratori a patire in Siberia, con Annozero tituli. Non ci posso credere, ma è finita davvero così tra il dissidente Santoro e la Rai di regime, tra Michele e la libertà d’informazione. È difficile spiegarla al mondo, dopo che si era gridato alla censura e alla limitazione della libertà d’opinione in Italia. Prima fu costretto all’esilio dalla Rai, poi fu invocato il suo rientro, come i Savoia; ma Re Michele ha fatto la stessa cosa dei reali sabaudi, che una volta ottenuta la tanto attesa libertà di vivere in Italia, hanno mantenuto la residenza a Ginevra. L’eroe della resistenza a Berlusconi esce dalla sospirata Rai che gli erige in memoria un monumento di euro.

Santoro è andato via d’improvviso, spiazzando tutti, e le soluzioni a occhio nudo sono due: o si è fatto pagare come un Kakà dal suo stesso nemico per togliere il disturbo oppure ha scelto in libertà di andarsene, come era libero in Rai di fare quei programmi e di continuare la sua opera berluschicida. Io propendo per una terza maliziosa soluzione: Santoro è stato in questi anni il principale sponsor di Berlusconi e andandosene ora gli fa un dispetto. È servito allo Zar assai più di Vespa o di chi volete voi. E ve lo dimostro. In principio Santoro fu uno dei principali testimonial e sostenitori della caduta della prima Repubblica.

Accese non pochi fuochi contro il potere, dette spazio a tutte le opposizioni, missini e leghisti inclusi, soffiò sulla rivolta del Sud, e sostenne Mani pulite. Fu uno dei principali alleati della Svolta che mandò al governo per la prima volta Berlusconi, gli ex missini e la Lega. Dalla metà degli anni Novanta in poi, la sua sinistra populista fu una spina nel fianco della sinistra politica. Loro venivano dal Pci, lui da Servire il popolo. Veltroni non lo amava, D’Alema non lo sopportava. Santoro in video li trattava male. Mi ricordo una volta in una puntata di Rosso e nero dedicata a D’Alema, ero ospite con la Palombelli. Prima di cominciare, Santoro stranamente mi disse: «Ti lascio il microfono sempre acceso, attaccalo quando vuoi, senza pietà». Mi sorprese ed io per spirito di contraddizione e per diffidenza verso l’invito al killeraggio, non attaccai D’Alema con furore. Santoro gli scatenò il pubblico contro, persino una massaia avvelenata. Baffino uscì furioso e avvilito, gli detti perfino umana solidarietà. Poi, i casi della vita: quando D’Alema andò alla guida del governo, Santoro uscì dalla Rai senza molti complimenti e con il silenzio della stampa.

E sapete dove andò a rifugiarsi? Ma guarda la combinazione, ad Italia Uno, proprio da Mangiafuoco Berlusconi. Poi tornò in Rai e cominciò la sua campagna contro il secondo governo Berlusconi; io lo capisco, era il tasto che tirava più ascolti. Poi venne la sua estromissione bulgara dalla Rai, un errore dei berluscones che non mi stancherò mai di definire imbecille. Perché il risultato fu che prima avevamo un Santoro e dopo ne avemmo due: uno dentro la Rai, nelle vesti di Giovanni Floris che con Ballarò prese il suo posto con professionale tendenziosità. E l’altro fuori, il medesimo Michele nel ruolo di vittima epurata, che percepiva molti soldi dalla Rai ma intanto veniva eletto al parlamento europeo nella lista Uniti nell’Ulivo. Anche allora Santoro fece come ora: disattese le aspettative dei suoi tifosi e dopo essere stato eletto, mollò il parlamento europeo. E tornò in Rai acclamato come un dissidente riabilitato. Sembrava il quasi omonimo Santorre di Santarosa, combattente all’estero, esule per la patria. Tornò più incazzato di prima, il Michele, grasso, con capelli surreali da pappone russo e la bava alla bocca.

Da lì cominciò il ciclo furente di Annozero. Che ha avuto un curioso fatturato politico: per ogni spettatore antiberlusconiano che aizzava contro Berlusconi, ne spingeva due per indignazione nelle braccia di Berlusconi. Santoro è stato un formidabile sponsor del Cavaliere. Anzi, per essere più preciso, Santoro e Berlusconi sono stati in questi anni un esempio perfetto di bipolarismo complementare a sfondo sadomaso: ognuno rendeva martire l’altro e il martirio in Italia, Paese cattolico anche se miscredente, paga molto. Nuocendosi, si giovavano a vicenda. E allora la mia perfida convinzione è che il vero dispetto a Berlusconi Santoro lo faccia proprio adesso che scappa via dalla Rai con la sua liquidazione milionaria, pur mantenendo un pied-a-terre nell’azienda pubblica radiotelevisiva. Chi darà più a Berlusconi ondate gratuite di solidarietà per i feroci attacchi in video del mitico Mikail?

Chi consentirà più a Silvio di dire che in Italia c’è libertà d’opinione, tanto è vero che sulla Rai pubblica è possibile attaccare il premier sia sulla rete militante dell’opposizione, Raitre, che perfino sulla governativa Raidue, e nientemeno che con il feroce Santoro? No, Michele, questo non lo dovevi fare. Berlusconi ha sempre vinto le elezioni con Santoro in video, e le ha perse con Santoro fuori. È stato il suo gobbetto portafortuna. Ora la sinistra può tirare un sospiro di sollievo per la sua fuoriuscita dalla Rai, che in video giovava al Cavaliere e a Di Pietro, ma non a loro; e magari può sperare che la Rai trovi un Emilio Fede che inneschi la stessa reazione allergica di Santoro in loro beneficio. Da anni Berlusconi si giova dei suoi nemici e patisce i suoi amici, da Casini a Fini, ora a Scajola più anemoni vari. Per questo piangiamo la dipartita dalla Rai di Michele Santoro mentre sentiamo dai microfoni dello studio uno straziante annuncio: si è smarrito un bambino di nome Marco Travaglio, ha perso la sua tata e non sa dove andare. 

Marcello Veneziani


La solita storia: un leader sempre fuori tempo

24/04/10 di Marcello Veneziani per 'Il Giornale'

Gianfranco Fini subacqueo
Non ho voglia di infierire su Gianfranco Fini che ha scelto di aprirsi uno studio di libero professionista in pieno centro, alla Camera, offrendo supporto e consulenza agli avversari del governo. Ho un rispetto antico e insopprimibile per i perdenti, anche se faccio più fatica a conservare il medesimo rispetto verso chi ha calpestato le ragioni dei vinti. Fini fu commissario liquidatore dell’Msi, poi della destra e di Alleanza nazionale, infine di se stesso, almeno dentro il centrodestra. Di lui si ricordano più gli affondamenti che le fondazioni, più le bandiere che stracciò che le bandiere innalzate.
Tu ce l’hai con Fini, ripeteva qualcuno fino a ieri; ma era un giudizio politico e umano, il mio, non un fatto personale; frutto di conoscenza ed esperienza. Semmai ho scontato gli effetti personali di quel giudizio. È normale che poi lui si regolasse di conseguenza e cercasse di chiudere gli spazi a chi la pensava diversamente da lui. Dico normale dal suo punto di vista, conoscendo la sua indole. Chi ha ucciso prima la libertà di critica intorno al suo partito, poi dentro il suo partito, infine ha suicidato il partito stesso, dopo avere ucciso il precedente, non ha ora i titoli per invocare contro Berlusconi la libertà di dissenso. Chi giudicava metastasi il dissenso interno ed esterno al suo partito, non può poi lamentarsi di vedere applicato il suo giudizio contro di lui. Chi ha votato e sostenuto una legge elettorale per nominare i parlamentari dall’alto, anziché lasciarlo fare ai cittadini, per soffocare sul nascere il dissenso, ora non può lamentarsi. La carriera politica di Fini nacque all’insegna del parricidio e così continuò, collezionando uccisioni simboliche di coloro a cui doveva gratitudine. Fini non è stato ostracizzato ma storacizzato, subisce quel che lui ha fatto agli Storace di turno, ma anche ai Gasparri, alle Poli, ai Musumeci, ai Bontempo e tanti altri.

Ma provo a mettermi nei panni di Fini medesimo e del suo dissenso. Fini ha sbagliato tempi e modi per venire allo scoperto. Ha sbagliato i tempi perché il suo dissenso è avvenuto troppo tardi o troppo presto. Fini avrebbe dovuto far pesare il suo ruolo di leader della destra quando aveva ancora una destra alle spalle e quando si era formato il primo governo Berlusconi. Aveva allora due possibilità: o restare alla guida del suo partito e tentare di farlo crescere mentre Berlusconi era al governo, o assumere allora la carica di presidente della Camera, al posto di Casini, e ottenere così piena legittimazione politica e insieme presentarsi come autonomo, indipendente da Berlusconi.

All’epoca quando decise di entrare nel governo, senza portafoglio, assumendo il ruolo di vicepremier che Tatarella aveva saputo usare con maestria di regista consumato, io suggerii una cosa all’apparenza stravagante: assuma almeno un ministero all’apparenza marginale ma centrale per l’Italia, rifondi il ministero per la Famiglia e lo carichi di tutto il peso e il significato che poteva dare lui, da leader e numero due dell’alleanza. Promuova leggi e interventi a tutela della famiglia italiana, e cresca lì nel cuore del nostro Paese. Chi parla alla famiglia dalla Casa delle libertà assume un peso formidabile.

Invece per anni Fini restò al fianco di Berlusconi come inerte guardaspalle, lasciò marcire il suo partito, non differenziò le posizioni della destra da quelle di Forza Italia, non bilanciò la posizione della Lega. Preferì la vita sommersa, fu subacqueo anche al governo. Compì solo qualche sciagurata emersione, qualche dannosa ripicca, come la cacciata di Tremonti dal governo, ma non si avvertì la sua presenza al governo, salvo l’appendice in verità un po’ sbiadita agli Esteri, che fu apprezzata forse in Israele ma non in Italia. Intanto visse con crescente fastidio il suo stesso partito, fino a considerarlo una palla al piede per la sua crescita personale.

Ma cos'è questa crisi?

08/07/10 Di Franco Cardini per www.francocardini.net

L’articolo Un paese senza politica, pubblicato da Ernesto Galli della Loggia su “Il Corriere” del 7 scorso e che ha scatenato una serie a catena di reazioni, di critiche e di polemiche, mi ricorda la lapide che campeggia nel bel mezzo del Piazzale Michelangelo a Firenze e ch’è dedicata a chi ideò quel luogo unico al mondo, l’architetto Giuseppe Poggi: “Guardatevi intorno: questo è il suo monumento”.

Mi sembra che si potrebbe dire esattamente lo stesso dell’Italia di oggi: e forse magari di tutta l’Europa e di tutto il cosiddetto “Occidente”, perche la crisi c’è, è in atto, e non è soltanto finanziaria e socioeconomica oppure occupazionale. Visto che va tanto di moda parlare d’identità e di valori, diciamolo chiaro: è crisi, appunto, d’identità e di valori: e in ciò il nostro paese è, una volta tanto, all’avanguardia. Peccato solo che lo sia in un campo nel quale, viceversa, meglio sarebbe essere il fanalino di coda. Ma tant’è.

La crisi investe in pieno anche le istituzioni sulle quali fino a ieri si poteva contare, come la scuola e la famiglia; i casi di corruzione pubblica e privata si moltiplicano, e lo stesso si può dire della violenza; non esiste più qualcosa (nemmeno il calcio, dopo il flop ai Mondiali) da cui ci si senta rappresentati. E’ arcivero. Eppure ha straragione anche Cacciari, quando osserva replicando (“IL Corrriere”, 8.7.) che siamo pieni di personaggi e d’iniziative importanti e che si deve pur cominciar a parlare delle cose positive. Quali sarebbero? Principalmente una, che però è tutta da inventare: e qui, sul “Corriere” dell’8, Cacciari ed io – senza esserci messi d’accordo prima – abbiamo risposto allo stesso modo. Bisogna “aprire una fase costituente”. Con un gioco di parole, si potrebbe dire che il paese ha bisogno di un ri-costituente. Ma in che modo, in quali fasi, partendo da quali occasioni?

Cominciamo con il ricapitolare brevemente lo sfacelo nel quale ci troviamo. Proprio come nella lapide di Piazzale Michelangelo: guardiamoci intorno: questo è il monumento che ci siamo meritati, questa è l’Italia progressivamente costruita, o meglio distrutta, dalle generazioni grosso modo comprese fra i trentenni e i settantenni d’oggi, fra quella uscita dalla guerra e quella nata negli Anni Ottanta. Quelli nati prima, lasciamoli alla loro pensione con l’augurio di godersela (si fa per dire). A quelli di dopo, rivolgiamoci chiedendo perdono e incitandoli a far meglio di noi (lo dice un settantenne)

Quel che c’è, è il nostro monumento, pienamente meritato: ce lo siamo costruiti pezzo per pezzo. Dal ’45 ad oggi abbiamo lavorato – attraverso la ricostruzione postbellica, la “guerra fredda”, gli “anni di piombo”, il “riflusso”, “tangentopoli” e la “seconda repubblica imperfetta” – a distruggere sistematicamente, per quanto non in modo univoco e concorde, tutto quel che avevamo: cioè, appunto, l’identità e i valori, proprio le cose che ci mancano oggi e della mancanza delle quali andiamo di continuo alla ricerca dei responsabili.

Ma il punto è che gli italiani sono stati perfetti interpreti del Verbo moderno e occidentale fondato sulla distruzione nihilistica di tutto quel che non fosse affermazione dell’identità individuale e primato dell’economico e dell’utilitaristico: per lunghi anni, perfino lo studio e la cultura (“studia, ché ti fai una posizione…”) sono stati funzionalizzati anzi asserviti agli obiettivi dell’affermarsi individualmente, dell’esercitare diritti sempre più ampi (mettendo da parte il corrispettivo discorso dei doveri), nel guardare esclusivamente o comunque principalmente all’utile e al guadagno. La cultura? “E per che farne”? “A che serve”? Le tradizioni? Vecchiumi, orpelli, superstizioni. La solidarietà? “A queste cose, ci pensi lo stato” (ma al tempo stesso si evadevano le tasse). La morale? “Vietato vietare”; “il corpo è mio e lo gestisco io”. C’è da meravigliarsi se, con questi princìpi, abbiamo finito con il sentirci deboli e minacciati – noi, figli dell’opulenza e della società del benessere…- dagli extracomunitari che arrivano senza nulla, ma hanno la loro identità comunitaria, la loro religione, il loro senso della famiglia e della solidarietà: e abbiamo pensato che insidiassero la nostra identità, mentre altro non facevano, con la loro stessa presenza, che metterci davanti al nostro vuoto identitario autoprovocato?

La storia della società civile italiana somiglia all’apologo kantiano della colomba che, volando libera ma sentendo che l’aria le oppone resistenza, desidera un cielo senz’aria per librarsi senza fatica: e non sa che, in quel cielo vuoto, essa non solo non si sosterrebbe in volo, ma addirittura morrebbe. Abbiamo sostituito religione, patria, solidarietà, senso dello stato e dei doveri, con le “Isole dei Famosi”, i centri commerciali, i telefonini, lo “sballo” del sabato sera, il culto dell’avere, del possedere e dell’apparire anziche dell’essere, la schiavitu nei confronti dei capricci del proprio Ego alla liberta comunitaria ch’è fatta anzitutto di rispetto dei propri doveri e dei diritti altrui.

Ed ecco allora la validita della ricetta-Cacciari: “Cominciamo con il parlare delle cose positive”. Forse è vero che al peggio non c’e mai fondo: ma facciamo un atto di volontà forte, fingiamo di averlo davvero toccato. Quando si sbatte il sedere contro il fondo, c’è una sola cosa da fare: rimettersi in piedi. Acciaccati e doloranti, ma con la sensazione che ora si ricomincia e che questa sarà la volta buona.

Ci aspetta uno scorcio di legislatura, da ora al 2013. E ci aspetta un cambio della guardia, perché Berlusconi, nel bene e nel male, marcia verso gli ottant’anni ed è quindi al capolinea non della sua vita fisica (auguriamogli altri mille anni): ma di quella politica, sì. Il disagio che si registra di questi tempi del PdL, e che si riflette nell’incapacità propositiva e programmatica del Pd, si chiama anzitutto fine del berluskismo: se ne può pensare tutto il bene e/o tutto il male che vogliamo, ma il sistema del padre-padrone-padrino che pensa a tutto lui, che fa tutto lui, che dispone tutto lui, che compra-vende-comanda, è alle corde.

Abbiamo alcuni mesi di riflessione, da qui al ’13, per riorganizzarci le idee e per preparare nuovi quadri e nuovi strumenti. Se nel PdL sono sempre di più quelli che constatano che il partito-azienda non ha un domani e che il partito-plastica non serve a nulla, il succo di tutto è questo: che bisogna ricominciare a ridiscutere, re-imparare a stare insieme, riscoprire e rimodellare i valori desueti e costruirne di nuovi. Abbiamo bisogno di una riforma elettorale, perché il sistema del parlamento designato dalle segreterie ha abbassato la qualità dei nostri politici e ne ha accresciuto la corruttibilità; di un federalismo solidale, perché è inaccettabile un federalismo che distrugga l’Italia e mandi a remengo il Meridione; di una riforma fiscale che anziché fondarsi sui “tagli” riesca a battere l’evasione e restituisca non solo i redditi, ma anche i patrimoni alla loro necessaria funzione civica; di un nuovo patriottismo “italianista” ed “europeista”; di prospettive che ci aiutino a battere l’egoismo e a “risentirci popolo”; di una nuova primavera culturale che batta la TV-spazzatura, lo spettacolo-spazzatura, l’editoria-spazzatura; di un nuovo modo di far informazione mediatica, che per esempio ci restituisca la coscienza dei problemi sociali e di quelli di politica internazionale, scomparsi dalla nostra opinione pubblica.

Egoismo-individualismo, ignoranza-disinformazione, nichilismo-immoralismo: queste sono le nostre catene. Se ce ne liberiamo subito, è già tardi. Se indugiamo, siamo finiti.

8 luglio 2010

Franco Cardini


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