Intervista a Massimo Fini

da www.beppegrillo.it

Perché hanno ammazzato Gheddafi?
Massimo Fini: Ma credo che ci siano due ragioni, una era la ferocia belluina di questi pseudorivoluzionari libici, l’altra è che comunque l’Occidente non poteva permettersi un processo a Gheddafi perché sarebbero venute fuori tutta una serie di corresponsabilità, soprattutto negli ultimi dieci anni.
Blog: Per quale motivo è stata attaccata la Libia?
Massimo Fini: Questa, a un osservatore normale, sembra una roba misteriosa perché fino a due – tre mesi prima Gheddafi era ricevuto in pompa magna non solo da Berlusconi, con i suoi modi naturalmente grotteschi, ma da Sarkozy etc., evidentemente la ragione più evidente è che vogliono impadronirsi del petrolio, fare della Libia un protettorato a cui poi agli indigeni rimarranno le briciole e loro si prenderanno il grosso.
Non si vede altra spiegazione perché non si capisce perché il dittatore accolto appunto in pompa magna con cui si avevano traffici di tutti i tipi fino a due mesi prima, improvvisamente diventa il mostro, tra l’altro proprio la guerra ha dimostrato che Gheddafi non era un dittatore isolato, aveva una sua base popolare consistente sennò non dura otto mesi una guerra così sproporzionata come quella, con la Nato che usa i bombardieri e gli altri che non hanno più contraerea né aerei.. Oltre tutto ha aspetti veramente grotteschi perché era cominciata dicendo “No fly zone” perché Gheddafi non avesse questa superiorità aerea sui suoi nemici e poi è diventato il contrario, che Gheddafi non aveva aerei suoi, ma ce li avevano gli altri. Poi è tutto falso, la cosa era nata per proteggere i civili, ne ha ammazzati più la Nato con i bombardamenti collaterali, e poi anche l’ultimo episodio. che minaccia erano questo convoglio di disperati di 15 – 20 pick-up o quel che erano? Non minacciavano nessuno evidentemente, stavano cercando di fuggire. Quindi è l’arroganza occidentale coniugata con l’ipocrisia sempre crescente dell’Occidente. In questo senso abbiamo fatto passi indietro. Una volta c’erano le potenze, le potenze se volevano una cosa mandavano le cannoniere e se la prendevano, non mettevano alle spalle nessuna ragione morale. Era una cosa intellettualmente onesta, invece adesso si fanno le stesse cose e anche peggio pretendendo di farle in nome dei principi e in nome della morale e in nome dell’etica. Questo mi pare particolarmente schifoso perché la politica di potenza c’è sempre stata, ma qui è come una sorta di planetaria Santa Inquisizione. La Santa Inquisizione metteva i cunei nei piedi delle sue vittime, gli faceva bere pinte di acqua e va beh, però pretendeva di farlo per il bene della vittima. Così siamo noi occidentali oggi!
Blog: I libici potranno diventare delle vittime dell’Occidente?
Massimo Fini: Passano da un servaggio a un altro con la differenza che almeno i primi servaggi erano libici e adesso saranno occidentali. Non si sono rivendicati la libertà da soli. Non sarebbero arrivati da nessuna parte, si sono liberati grazie ai bombardieri della Nato. E quando è così poi si hanno sempre delle conseguenze, in fondo è quello che è accaduto anche in Italia, noi non ci siamo liberati dal fascismo per nostra forza o merito. La Resistenza è stata un riscatto morale di quelle poche decine di migliaia di uomini e di donne coraggiosi che l’hanno fatta. Ma noi ci siamo autoconvinti di avere vinto una guerra che avevamo perso nel modo più vergognoso. Questi equivoci poi hanno delle conseguenze nel corso del tempo. Pensa solo a tutto il fenomeno terrorista che si richiamava alla Resistenza. Siamo diventati un protettorato americano e la Nato è stata ed è lo strumento con cui gli americani hanno dominato politicamente, militarmente, economicamente e alla fine anche culturalmente l’Italia e anche il resto dell’Europa. L’Italia più di altri paesi.

Chi sono i nuovi rappresentanti libici sedicenti rivoluzionari?
Massimo Fini: Sono tutti ex gheddafiani che hanno cambiato posizione al momento opportuno. Questo mi fa pensare che ci fosse già un accordo in precedenza prima dell’attacco per cui questi sapevano che sarebbe intervenuta la Nato. Altrimenti non si capisce come questo Ministro della giustizia improvvisamente illuminato sulla via di Damasco diventa un ribelle come se, tornando alla storia meno recente, Galeazzo Ciano fosse successo a Mussolini.
Blog: Con la scomparsa dei leader arabi legati culturalmente all' Occidente, c'è il rischio di un pan-islamismo o pan-arabismo che prenda il sopravvento di fronte agli Occidentali?
Massimo Fini: Certamente, praticamente quasi tutta la storia degli ultimi venti anni, soprattutto degli Stati Uniti, è fatta di azioni che poi gli sono girate nel culo, penso per esempio all’attacco a Saddam Hussein che ha favorito tutta la componente sciita dell’Iraq e quindi oggi chi veramente comanda in Iraq sono gli ayatollah iraniani contro cui gli americani combattono dall’85 in vari modi. E questo sì, penso che sarebbe circa una giusta punizione francamente, o comunque perlomeno un avvertimento, a non muoversi con questa violenza, con questa arroganza e con questa pretesa di essere il bene, il poter discernere chi è cattivo, chi è buono etc. che è proprio la pretesa totalitaria dell’Occidente.
Blog: Vede un pericolo nel pan-islamismo?
Massimo Fini: Se continuiamo a rompergli i coglioni sì perché anche tutta questa propaganda verso l’Islam per cui l’Islam deve essere moderato, la donna islamica deve omologarsi a quella occidentale etc. alla fine anche negli elementi moderati dell’islamismo produce un riflesso contrario, una rivendicazione di identità. Mi ricordo un episodio accaduto qualche anno fa in Egitto dove tre annunciatrici della televisione egiziana che mai si erano sognate di mettersi il velo sulla testa sono comparse con il velo, proprio per rivendicare la propria identità e per respingere questo colonialismo anche culturale, niente affatto innocente, dell’Occidente. Ma se tu togli all’Islam il ruolo che la donna ha lì distruggi l’Islam, è peggio che tirargli una bomba atomica! Ecco perché si continua a battere questa cosa, mi ricordo la storia di quella donna iraniana, Sakineh, che era stata condannata alla lapidazione. Certo, la lapidazione è una cosa deprecabile, però in Italia sono comparsi cartelli “Sakineh subito libera”. Ora questa aveva accoppato il marito, è come se uno dicesse “la Franzoni subito libera”.
Quindi c’è una sorta di deformazione e “disinformatia” continua e costante nei confronti del mondo arabo, musulmano o dell’Iran che è una cosa diversa ancora e questo non può che avvantaggiare il radicalismo alla fine, se io fossi islamico sarei radicale, credo e temo.
Blog: Ora che il castello di carte sta arrivando alla Siria e forse allo Yemen, è possibile che la NATO e gli USA, oppure delle forze alleate, abbiano come obiettivo l' Iran?
Massimo Fini: È possibilissimo perché sono anni e anni che l’Iran è sotto il mirino, se pensi a tutto il discorso sul nucleare iraniano, beh l’Iran ha firmato il trattato di non proliferazione nucleare, quando ha aperto i suoi siti ha dato accesso agli ispettori dell’Onu perché venissero a controllare e tutt’oggi da Vienna partono gli ispettori. Si è appurato che questo arricchimento dell’uranio è del 20 per cento, per arrivare alla bomba ci vuole il 90, e nonostante questo ci sono state sanzioni contro l’Iran e una continua minaccia come se questi non potessero farsi il nucleare civile che serve a fini energetici e medici. È come se noi volessimo aprire Caorso, non è la nostra linea, ma poniamo l’Italia volesse riaprire Caorso, dice: “no perché tu in teoria poi potresti farne un’atomica”. È tutto un atteggiamento estremamente aggressivo nei confronti dell’Iran, quindi il prossimo obiettivo dovrebbe essere quello, anche se è un obiettivo difficile nel senso che sì se li buttano cinquanta bombe atomiche lo distruggono. Abbiamo percezioni assolutamente grottesche, l’Iran è una grande cultura. Mi ricordo che quando ero lì anche la prima borghesia non solo conosceva i nostri maggiori, dico Dante, Boccaccio, Petrarca ma parlo di quell’epoca leggeva Calvino, Moravia, insomma noi al massimo sappiamo di Omar Khayyám. Abbiamo sempre questo atteggiamento come se gli altri fossero culture inferiori, il concetto di cultura superiore è la nuova declinazione del razzismo non fatta più nel modo classico perché non si può più fare perché c’è stato Hitler ma è esattamente la stessa cosa. 
Blog: La copertura dell’Onu alla Nato apparentemente è stata data nell’attacco, è stata una copertura reale o è stata una messa in scena? Che ruolo ha adesso l’Onu in queste cose?
Massimo Fini: L’Onu, scusate la volgarità, è una cosa che va su e giù come la pelle dei coglioni. Quando gli serve avere la copertura se la procurano e quando non ce l’hanno, com’è stata l’aggressione alla Serbia o l’aggressione allo stesso Iraq non importa, va bene lo stesso. Quindi per me l’Onu non conta niente, del resto questi cinque paesi che hanno diritto di veto basta che si mettono d’accordo loro sono i paesi più potenti del mondo e quindi hanno creato un nuovo diritto internazionale rispetto a quello precedente, un esempio in Libia e prima ancora in Serbia. C’è un principio secondo me sano, sennò diventa una guerra permanente di tutti contro tutti, la non ingerenza militare negli affari interni in uno stato sovrano.

La Cina e la Russia sembra stiano a guardare. Cosa ci dobbiamo attendere in futuro?
Massimo Fini: Quello che penso è che noi, anche se bisogna ingoiare un brutto rospo che è il genocidio ceceno compiuto prima dai sovietici e poi dai russi, dovremmo avvicinarci molto più alla Russia che all’America. Può darsi che queste rivolte arabe e tutto quanto si estendano finalmente anche a questo regime infame che abbiamo in Italia. Io penso a un’insurrezione di tipo proprio come quella tunisina che è stata la più limpida delle rivolte arabe, è stata violenta ma non armata, in due giorni l’hanno cacciato e secondo me sarebbe possibilissimo anche qui se noi avessimo la vitalità perché poi c’è il fatto che l’età media dei tunisini è 32 anni, l’età media degli italiani è 44,5. Quindi c’è una mancanza proprio di vitalità, poi ci sono attualmente gruppi che si oppongono, fanno il loro lavoro come il vostro (MoVimento 5 Stelle, ndr), come altri più piccoli meno noti etc. però è un discorso culturale soprattutto che prima di potersi espandere ci vorrà tempo, forse troppo tempo.

Blog: Non ci sarebbe il rischio di una ingerenza straniera nel caso ci fosse un cambiamento radicale in Italia?
Massimo Fini: Beh un tentativo di ingerenza ci potrebbe benissimo essere, dubito che da noi se dovesse succedere ci si piegherebbe a una cosa di questo genere perché abbiamo anche una storia un po’ diversa, non credo che accetteremmo protettorati in questo caso però prima bisogna mandare a casa questi e poi ci pensiamo! Questi intendo tutta la classe politica italiana che avrà anche in mezzo qualche brava persona e potrei dire qualche nome, ma che nel complesso è quella che vediamo insomma, da destra a sinistra, peggio la destra, ma insomma siamo lì.

Dal cialis al cilicio, il lieto fine della telenovela Ruby

28/01/11 Di Marcello Veneziani per il Giornale

Se ci fossero i democristiani di una vol­ta si sarebbe trovato l’accordo, anzi la quadratura del cerchio: Ruby si sposa con il cognato di Fini e va a vivere nella casa di Montecarlo. L’igienista dentale Minetti viene affiancata dall’igienista mentale Binetti per una redenzione di Berlusconi a giorni alternati: tre giorni con il cialis e tre con il cilicio. Sul piano civile è riconosciuta al Cavaliere la modi­ca quantità di escort - stock di tre la volta -, con diritto al solo palpeggio, più tre barzellette sporche; in cambio contrae matrimonio con Rosi Bindi o la Boccassi­ni, a sua scelta. Casini lascia Azzurra Cal­tagirone e sposa Marina Berlusconi, così ereditando il Regno. Bondi lascia il mini­stero della Cultura a Di Pietro - perché solo chi ne è privo è in grado di apprezza­re la cultura - e va alla direzione del Tg4. A Emilio Fede viene riconosciuta la leg­ge Bacchelli con un vitalizio di 400mila euro in fiches. Il doppio per Lele Mora. A Fini viene mantenuta la presidenza del­la Camera a patto che assuma anche il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in modo che non potrà più fare l’oppositore. A sua volta Letta viene nominato tutore del piccolo Silvio.

Ai magistrati viene offerto il ritiro tota­le della riforma della giustizia, un cospi­cuo aumento di stipendio, multiproprie­tà ad Arcore e Villa Certosa con annessa ricreazione, più un programma di intrat­tenimento in tv, «Toga a Toga», dove esprimere il proprio protagonismo. In cambio intercetteranno telefonate solo per curiosità personale. Santoro è nomi­nato presidente della Rai, Lerner diretto­re generale, Veltroni alla fiction e la suo­cera di Fini alla direzione di Raiuno. Ber­sani va alle Authority e Vendola alle Pari Opportunità. Per non lasciare Napolita­no con lo scuorno, gli è offerto un pac­chetto giovinezza per i 150 anni dell’Ita­lia, con un trapianto di capelli alla Gari­baldi, labbra siliconate alla Veronica e lifting per cancellare ogni neo o residuo di comunismo.

Il Paese torna in pace e le forze politi­che giulive chiedono in coro elezioni po­sticipate. Viva l’Unità, poi ciascuno ag­giunga quel che vuole: d’Italia, della Pa­dania, di Concita De Gregorio


MANIFESTO ECONOMICO PER L'ITALIA

di Eugenio Benetazzo


In questi ultimi tre anni ho avuto il privilegio di poter visitare tutte le regioni italiane, tranne ancora la Sardegna, di conoscere con approfondimento le problematiche e le peculiarità legate al territorio, di confrontarmi con forze sociali ed organizzazioni produttive, di ricevere un determinato feedback da studenti universitari, pensionati, lavoratori occasionali, di essere invitato in qualità di relatore da enti locali ed istituti scolastici superiori, così facendo ho cumulato un bagaglio di proposte, di modifiche, di migliorie, di cambiamenti da attuare nel nostro paese sulla base delle aspettative e desideri di milioni di italiani.  

Molti lettori che mi seguono attraverso il mio portale sulla rete o il mio canale di videoinformazione su YouTube mi hanno più volte invitato a redigere una sorta di formulario, di vademecum, di proposta non politica ma di politica economica volta al rilancio del nostro paese e di quelle potenzialità ancora inespresse per ragioni che abbiamo affrontato fino a prima.  Studiando in profondità il modello economico di altri paesi e i loro punti di forza, ho sviluppato quello che ho definito il "Manifesto Economico per l'Italia" ovvero un programma di interventi di portata economica rilevante con lo scopo di dare al nostro paese quella marcia in più che dovrebbe avere.

Non si tratta di un programma politico che necessiterebbe di maggior approfondimento e di soluzioni per determinate aree strategiche del paese (energia, previdenza, sanità, immigrazione, giustizia, trasporti, difesa), ma di un insieme di riforme sul piano economico facilmente e velocemente implementabili da qualsiasi forza di governo con lo scopo di generare sia nuove voci di entrata sia di contenere il costo dell'amministrazione pubblica.


Rappresentanza popolare: abbattimento coatto del 75 % degli emolumenti e compensi ad europarlamentari, parlamentari, consiglieri regionali e comunali; congelamento ed abolizione delle pensioni di anzianità legislativa con effetto retroattivo; dimezzamento del numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali e comunali (indennità corrisposte solo sulla effettiva presenza nelle attività consiliari).

Accorpamento amministrativo: i Comuni continueranno a mantenere la loro identità geografica, ma vi sarà un unico apparato amministrativo, sindaco e giunta compresi, per  comprensori urbani con un bacino di 25.000 abitanti.Abolizione di tutte le province in qualità di enti amministrativi, fatta eccezione per le aree metropolitane.


Sovranità monetaria: istituzione di Banca Stato Italia, ente pubblico interamente detenuto dal Ministero del Tesoro, autorizzato dal Parlamento ad emettere moneta in nome e per conto della popolazione italiana a fronte di esigenze e finalità di natura socioeconomica o di investimenti infrastrutturali. Abbandono dell'euro, con il ripristino della nuova lira italiana  e conseguente definizione di un sistema monetario a doppia circolazione valutaria. Tasso di sconto ed offerta monetaria, entrambe variabili macroeconomiche stabilite esclusivamente dal Ministero del Tesoro e dal Ministero delle Finanze in accordo con le linee guida della Politica Sociale per il Paese.


Tassazione della prostituzione: istituzione di un'aliquota unica con regolamentazione della figura professionale e dei relativi obblighi ed adempimenti sia fiscali che sanitari. 


Embargo commerciale:  istituzione di dazi doganali di sbarramento all’ingresso per i prodotti confezionati, assemblati e realizzati al di fuori dell'Unione Europea, in particolar modo per quelli alimentari.


Abolizione delle tariffe minime:  per i liberi professionisti iscritti agli Albi Professionali.


Tassazione della Salute: istituzione della Tassa sulla Salute che colpisce inversamente il reddito dei contribuenti in rapporto a determinate abitudini alimentari e stili di vita (alcol, fumo, droga, abuso di grassi animali e vita sedentaria).


Nuova fiscalità diffusa: detrazione integrale dall'imponibile di tutte le spese ordinarie e straordinarie riguardanti l'amministrazione e la gestione della casa, la fruizione di un mezzo di trasporto (auto e motocicli), oltre a qualsiasi prestazione medica privata. Detassazione degli utili aziendali reinvestiti per l'ammodernamento o l'ampliamento delle linee produttive e/o il miglioramento delle competenze delle risorse umane.


Mutuo sociale: istituzione del Mutuo Sociale per l’acquisto integrale della prima casa. L’immobile che si è deciso di acquistare viene acquisito e diviene proprietà dell’Istituto del Mutuo Sociale S.p.A. (holding immobiliare integralmente a capitale pubblico). Le rate mensili vengono calcolate applicando un tasso fisso di cortesia in relazione alla durata ed alla capacità di rimborso di ogni contribuente. Al termine del periodo di ammortamento l’immobile viene trasferito d’ufficio in proprietà al contribuente senza l’applicazione di alcun onere o tassa. 


No tax area: individuazione e definizione delle no tax area (distretti industriali) nelle seguenti regioni: Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata, Molise con totale esenzione del pagamento di imposte dirette per un arco di tempo di 25 anni ad aziende con insediamenti industriali con più di 250 dipendenti assunti a tempo indeterminato.


Lo strano caso di Mister Drake

di Marcello Veneziani

Da italiano sono fiero che il governatore della Banca centrale europea - che oggi si insedia- sia italiano. Ma Draghi è fiero di essere italiano, anzi si sente italiano?

Mister Drake è inglese dentro. Visse a Londra, fu vicepresidente della Goldman Sachs, fu sempre molto british. Ricordo ( lo pubblicai in solitudine su L’Italia settimanale ) quel 2 giugno del 1992 a bordo dello yacht Britannia di Sua Maestà la Regina quando alcuni big della finanza fecero la festa alla Repubblica italiana svendendola a pezzi.

Decisero i destini del nostro Paese non nelle sedi istituzionali e in territorio italiano, ma su una nave che batteva bandiera britannica. Tra loro a bordo c’era Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro.

Dopo quell’incontro ci furono cessioni, fu svalutata la lira e le finanziarie di Wall Street poterono accaparrarsi i pezzi forti dell’azienda Italia a prezzi scontati. La carriera politica di Prodi, senior partner della Goldman, nacque lì.

Tre mesi dopo quel summit sullo yacht, in Assolombarda, Prodi suggerì, lui boiardo di Stato, di cedere anche le nostre banche d’interesse nazionale e privatizzare a man bassa. Intanto le grandi agenzie internazionali provvedevano a declassare il nostro Paese, favorendo la svendita.

Vorrei dedicare la nomina di Draghi a due persone. A un sognatore della sovranità popolare della moneta che denunciò la Banca centrale, il professor Giacinto Auriti.
E a un controverso governatore cattoitalo- ciociaro che contravvenne ai poteri forti e fu massacrato, Antonio Fazio.

Auguri Mister Drake.


Elogio della Caccia

01/12/10 di Domenico Livoti e Massimo Pozzoli


Puntuale, come l’ingiallire delle foglie, l’autunno porta con sé le solite polemiche sulla caccia fatte di triti luoghi comuni sull’ “esercito di doppiette che invadono le campagne”, le “crudeli stragi di uccelli migratori”, le “ le specie a rischio d’estinzione a causa del piombo dei cacciatori “ e così via.

Chissà perché il cacciatore che percorre i monti e la campagna col suo fucile  suscita tanta avversione, mentre il pescatore con la sua canna da pesca è visto con maggiore benevolenza dagli opinion-makers progressisti e il subacqueo  gode perfino di una certa considerazione anche negli ambienti radical-chic.

E’ un mistero come i cacciatori,  sfidando l’ universale riprovazione sociale, i costi e le infinite limitazione di regolamenti sempre più restrittivi, continuino imperterriti a praticare l’esercizio venatorio. Una risposta a questo interrogativo viene da questo bel racconto recentemente pubblicato da  Domenico Livoti 


ESSERE ALL’ERTA

 di Domenico Livoti - Quando i Larici si Coprono D’Oro; ed. MONTEDIT- 2009).

-- La risposta la troverai nella Natura! --

Era una delle raccomandazioni di un musicista tedesco a un ragazzo afrikaner in un film bello, ma poco conosciuto.

Quando si hanno dei figli, la fase più difficile da superare è l’adolescenza, quella zona d’ombra in cerca di risposte e di un perché!

Fu così che decisi di portare mio figlio in montagna a caccia di galli forcello.

Rispetto a quelli che sono i parametri dei giovani d’oggi è tutto capovolto.

Sveglia prima dell’alba, quando invece la domenica si dorme fino a mezzogiorno.

Abbigliamento pratico e confortevole, quando invece la moda ti impone straccetti firmati.

Solitudine, quando invece la compagnia degli amici ama perdersi nella massa informe dei pub e delle discoteche.

Silenzio, quando invece la cacofonia della musica moderna ti assorda e ti rimbecillisce.

Atteggiamento all’erta, quando invece l’inerzia mentale ti irrigidisce in nuovi pregiudizi e ristrettezze morali.

-- Pa’, cosa vuol dire andare a caccia? Ha ancora un senso, oggi? --

E’ la domanda che ti aspetti sempre da chi osserva il tuo equipaggiamento quando decidi di uscire dalla modernità e di fare un tuffo nel passato e nella tradizione.

Se vuoi portare a caccia tuo figlio devi rispondere a queste domande, altrimenti è meglio andartene per conto tuo ignorando gli sguardi di disapprovazione e di sconcerto dell’intera famiglia.

-- “Andare a caccia” rappresenta una delle possibilità dell’essere umano.

E’ una condizione, un modo di essere tra gli infiniti modi di essere di un uomo.

Perché cancellarlo?

E’ come un ritorno alle origini, di quando l’uomo viveva in un orizzonte di esistenza animale.

Lo so, oggi non abbiamo bisogno di andare a caccia per rifornirci di cibo.

Però sentiamo più che mai il bisogno di un bagno naturale, di un’immersione in quel mondo in cui tu sei preda o predatore.

2 

E’ un binomio vitale, che nel mondo attuale del lavoro, della ricerca e della filosofia è sempre più in voga.

Cambia lo scenario.

Qui c’è la montagna con i suoi essenziali valori, lì c’è la modernità con i suoi valori spesso artificiali –

La montagna riluceva e brillava come uno scrigno pieno di gioielli.

L’autunno cantava la sua canzone più bella, prima che l’avvento dell’inverno lo coprisse di un bianco oblio.

I larici fiammeggiavano di oro antico e un silenzio impalpabile veniva rotto ogni tanto dall’allegro frastuono di uno stormo di viscarde che faceva scorribande sul versante nord della montagna.

Le baite dell’Alpe Groppera in Valle Spluga se ne stavano rincantucciate, già con le finestre sbarrate e le porte attrezzate per lasciar fuori la neve che verrà.

Il giorno prima c’era stata una spruzzata e ora le chiazze bianche accoglievano gli aghi dei larici che, come una polvere d’oro, luccicavano nella splendida alba che preannunciava una giornata sfolgorante.

Emerse allora quel modo d’essere del cacciatore, quell’uomo all’erta, cui non sfugge nulla.

Il setter, dopo alcune sgroppate di pura felicità per l’erto pendio, cominciava a seguire con un certo criterio le segrete vie delle zaffate di selvatico che lo inebriavano fino a quando l’odore diventava così forte che tutte le fibre del corpo si immobilizzavano negli istanti sublimi di una ferma.

-- Vedi? – dicevo, mentre seguivo le evoluzioni del setter, -- Il cacciatore osserva in un modo completamente diverso dagli altri uomini, che hanno messo nel dimenticatoio questa antica pratica venatoria.

Il cacciatore è un uomo all’erta, per dirla con le parole del filosofo spagnolo Ortega y Gasset.

Non guarda solo davanti a sé, nella direzione che l’abitudine, la tradizione, il luogo comune e l’inerzia mentale suggeriscono.

Sono sempre parole del filosofo.

Il cacciatore si mantiene all’erta, è pronto a qualsiasi evenienza, la mente è libera perché deve essere pronta a intervenire nell’intero giro d’orizzonte.

3

Il gallo può “sfrullare” da qualsiasi parte.

E’ nel suo ambiente naturale.

Ci sente e il suo istinto cerca la soluzione migliore per evitare di diventare una preda.

Qui nel bosco l’uomo torna alla sua essenza di predatore e il tempo con le sue evoluzioni e i suoi progressi non esiste più. –

Ma non si può e non si deve stare troppo dietro alle parole quando si è dentro il santuario di un bosco autunnale.

Improvvisamente il cane si bloccò e il muso si protese in modo feroce e determinato verso un punto della macchia di rododendri e di mirtilli.

La magnifica proiezione animale verso una possibile preda.

Ai sensi intorpiditi dell’uomo moderno sfugge questa ricerca.

Gli occhi frugano nel folto, ma non vedono, il naso si protende, ma non sente.

Solo il silenzio è palpabile.

Solo la sacralità di un ambiente intatto commuove lo spirito

Si produce nel contempo nell’animo un fondo inquieto di coscienza davanti alla morte che si sta cercando di infliggere a un magnifico rappresentante del mondo animale.

Guardo mio figlio e forse la stessa inquietudine si è diffusa nella sua coscienza.

Ma il tempio è così immaginifico, e l’attimo così seducente che quella inquietudine sparisce come nebbia al sole.

-- La vita e la morte, così vicini che ne senti la forza e l’asprezza! – riesco a sussurrare al suo orecchio.

L’uomo all’erta viene distratto da questo pensiero e l’uccello si alza con un frullo fantastico che riempie le nostre orecchie.

Un secondo di tempo per fermare il volo tra le colonne dei larici dorati.

Un secondo, in cui devi anche stabilire il sesso della preda.

Un incredibile intreccio di deduzioni che mischiano i colori, gli odori, le vibrazioni e la magnificenza di un animale che sfreccia nel giro di pochi attimi nella magia del bosco.

-- Pa’? –

4

Ma il nero del manto non c’è!

Non c’è quell’abbaglio bianco sotto le ali!

Il setter si gira dubbioso e poi parte al vano inseguimento.

-- E’ una femmina di gallo! --

Il senso di inquietudine svanisce e rimane nell’intimo la visione di un uccello che si rivela solo ai privilegiati, agli scorridori delle montagne, agli amanti di quel puro attimo che è l’azione di caccia.

-- Sei deluso? – chiedo a mio figlio.

-- No! E’ stato stupendo! –

Scendiamo dal monte ognuno con il suo bagaglio di emozioni.

Spero che mio figlio abbia capito la lezione più importante: la riuscita non è essenziale alla caccia!


Nietzsche

A cura di Sossio Giametta

Il filosofo impara dalla vita. Impara anche dagli altri filosofi, dai loro libri, ma impara soprattutto dalla vita. Schopenhauer cita tra i suoi maestri Kant, Platone e gli orientali, ma sottolinea sempre che la prima maestra è stata per lui la vita. Ciò nonostante, per capire bene un filosofo, bisogna sapere a chi è succeduto e a chi ha reagito nella storia della filosofia. L’ha detto tra gli altri Bergson, senza dire con ciò granché di nuovo: ogni filosofo pensa in reazione a un altro pensatore. Si applica ai filosofi la legge che uno dei primi filosofi greci, Anassimandro, applica a tutti gli esseri: sono tutti commessi alla fine, “secondo l’ordine del tempo”, per una legge di giustizia. Cioè perché, con l’unilateralità che ciascuno rappresenta e non può non rappresentare, infrangono l’unità, la compattezza, l’integrità, l’universalità della vita. Il filosofo successivo è dunque la correzione e l’incremento, per contrasto e integrazione, del filosofo precedente, in corrispondenza – è importante notarlo – della successione delle epoche, che essi sempre rappresentano e che sono, come ha detto Platone, le facce cangianti dell’eternità. Qui eternità equivale a unità, compattezza, integrità, universalità.


Dunque per capire bene Nietzsche è importante notare quale sia stato il suo maestro e a chi egli, con la sua opera, reagisca. Il maestro di Nietzsche, l’unico suo maestro, come egli stesso ha detto, pur essendo stato influenzato da decine di autori, è stato Arthur Schopenhauer. Vedremo che Nietzsche reagisce, nel modo più grandioso, a Schopenhauer e al suo pessimismo, anche se non con un sistema filosofico opposto, come magari avrebbe voluto ma che non era nelle sue corde, bensì con un chiasma, attuato con i mezzi a lui propri di moralista-poeta.


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L'innocenza di Zarathustra

Ottobre 2011 A cura di Marcello Veneziani

Ieri eravamo a festeggiare un compleanno in contumacia: eravamo a Sils Maria nella casa di Friedrich Nietzsche a celebrare il suo compleanno, il 167esimo. Colpisce la piccola stanza dove soggiornava il profeta di Zarathustra. La grandezza di un destino nel piccolo spazio di una camera. Il cielo in una stanzetta. Eravamo con il suo principale medium, Sossio Giametta, traduttore dell'intera opera di Nietzsche che festeggiava a sua volta, con un nascente premio Nietzsche a lui assegnato, le nozze d'oro con Zarathustra, cinquantanni di traduzioni e opere su di lui. Eravamo con altri studiosi e appassionati, poi con Mina e Lisanna e il circolo La Torre di Chiavenna che ha organizzato a Piuro il primo seminario su Nietzsche, dove il pensiero si calava nel paesaggio e si prolungava nelle passeggiate nei luoghi nietzscheani dell'Engadina. Qui Nietzsche ritrovò Zarathustra che aveva incontrato per la prima volta sul mar ligure camminando verso Zoagli, e qui, sul lago di Silvaplana, presso Surlej, su un masso a forma di piramide ebbe in forma d'estasi l'illuminazione dell'Eterno Ritorno. Qui a Sils-Maria Nietzsche visse solitario l'estate del suo pensiero per otto fertilissimi anni tra il 1881 e il 1888, prima che le tenebre scendessero nella sua mente. E' bello vedere quel paesaggio con gli occhi di Nietzsche, vedere le cime della Volontà di potenza e i tramonti dell'Amor Fati, le passeggiate di Zarathustra al mattino e al meriggio e gli Eterni Ritorni del sole.  

Come è lontano quel Nietzsche solitario di Sils-Maria dal Nietzsche tempestoso indicato come il mandante filosofico di tanti orrori storici e altrettanti errori di pensiero della nostra epoca. Come è noto, Nietzsche fu prima considerato il padre putativo del fascismo e del nazismo. Poi, più recentemente, del superuomo di massa e perfino di borsa, dei rambo più spietati e dei macho palestrati, del delirio estetico e dionisiaco, tra sesso, fumo e trasgressione. E fu considerato il Deicida per eccellenza, il filosofo della Morte di Dio e dell'avvento del nichilismo. E non solo, videro in lui il distruttore di tutti i valori e il primo ispiratore della negazione della realtà e della verità nel nome della superba volontà di potenza. 

Per cominciare, Nietzsche non è il compendio del Novecento e dei suoi orrori. Il suo pensiero impolitico guarda oltre l'abisso della storia e delle ideologie; e il Novecento, soprattutto nella prima metà, fu invece un secolo versato interamente nella storia e nelle ideologie. Lui stesso disse che mi si comincerà a comprendere nel Novecento ma mi si comprenderà appieno solo a partire dal terzo millennio. Il suo pensiero va oltre la storia e i suoi scenari, la sua stessa idea di Grande Politica mira a oltrepassare la storia e l'umanità del suo tempo. 

In secondo luogo, Nietzsche non uccide Dio ma ne descrive la morte nella nostra epoca. E anche del nichilismo Nietzsche è sismografo ed è profeta, nel senso che lo vede e lo prevede; ma non lo invoca, semmai se ne fa una ragione.

Pochi mesi fa Benedetto XVI ha indicato in Nietzsche il profeta dell'ateismo e del nichilismo, e del rifiuto superbo dell'umiltà e dell'obbedienza; ma tornando in Germania il Papa ha poi detto che sono più vicini a Dio i non credenti  irrequieti, piuttosto che i credenti di routine. In questa luce, Nietzsche sarebbe più vicino a Dio rispetto ai farisei e ai credenti spenti che seguono la fede per forza d'inerzia. E fu questa, del resto, l'idea di pensatori cristiani come Max Scheler e Gustave Thibon, ma anche di Sciacca e Del Noce. 

Quanto al superuomo di massa della nostra epoca, non so che legami pur vaghi ci possano essere tra Zarathustra e Superman, tra Dioniso e Vasco Rossi o Jim Morrison, tra il filosofo dell'Amor fati o l'asceta dell'Eterno Ritorno e i Rambo, i Palestrati, gli uomini di Borsa, o perfino Erika e Amanda Knox. Certo, la volontà di potenza di Nietzsche non basta a spiegare la natura umana, accanto ad essa vibrano altre volontà anche opposte: per esempio, la volontà di annientarsi, che poi Freud chiamerà istinto di morte, pulsione suicida; la volontà di trascendersi in una dimensione superiore ed impersonale; la volontà di amare e perfino di annullarsi nell'amare; e sotto tutte, la più umile e primaria volontà di vivere, che aveva descritto Schopenhauer che come Nietzsche fu Biosofo più che filosofo. Pensatore della vita più che della logica.

Ma oggi Nietzsche è inchiodato soprattutto a una citazione, “Non esistono fatti ma interpretazioni” che vorrebbe essere il riassunto cinico di un'epoca che nega la verità, la realtà, e insieme nega le regole, per affidarsi solo all'arbitraria e soggettiva interpretazione personale. In realtà, Nietzsche in quel passo polemizzava con il positivismo del suo tempo, con il feticismo assoluto dei fatti; intendeva negare che i fatti isolati dal contesto, dalle cause e dai soggetti che li vivono, potessero da soli spiegare la realtà. Perfino San Tommaso, maestro di metafisica e realismo, dice che la verità è il combaciare di intelletto e realtà, non basta la sola fisica dei fatti a spiegare la vita, il mondo, le cose. Analogamente Nietzsche non invoca la distruzione dei valori ma la loro trasvalutazione e aggiunge un'osservazione decisiva: in mancanza di valori tocca a noi essere valorosi, cioè di caricarci sulle nostre spalle di tutto il peso della perdita di valori. Il mare, i monti, il pensiero di Nietzsche ondeggia tra questi estremi. Non è la storia ad accogliere la sua solitudine, ma la natura, il ritmo del cosmo, la disperata allegria dell'uomo che tramonta ed eternamente ritorna. L'innocenza tragica e giocosa di Zarathustra. 


La ridicola armata del decoro offeso

22/01/11 Di Camillo Langone per Libero

Dai palazzi rispettabili dove la televisione si accende solo per guardare Fabio Fazio, dalle sacrestie immacolate dove si vota Rosy Bindi, dalla redazione del Corriere della Sera dove Maria laura Rodotà  vigila su ogni virgola, si alza un coro. Il coro dell'Aida?  No, mancano gli elefanti e le trombe (i tromboni però quelli ci sono) . Il coro del Nabucco? Nemmeno, stavolta anziché di ali si parla di cosce. E' il coro del Decoro. Non so voi, ma io pensavo che la parola fosse estinta , un po' come "abbecedario", "maggese", "pigione", "missiva"... A usarla, ma sempre con l' aggettivo "urbano"  appiccicato , erano rimasti solo gli assessori di seconda fascia, costretti a  giustificare  in consiglio comunale l'acquisto di nuove panchine e fioriere (abitualmente orribili). Adesso invece il decoro è tornato in prima pagina  per la gioia dei vocabolaristi e dei ragazzi degli Anni Cinquanta. Ma sì, godiamoci questo tuffo nel passato, travestiamoci tutti da Ettore Bernabei, l'uomo che al tempo in cui Berta filava fu spedito alla presidenza della RAI per coprire con pesanti calze scure le gambe delle ballerine più provocanti (ecco un'altra parola che in questa Italia modernariale potrebbe esser rilanciata da un momento all'altro: "provocante").

IL CASO OLGETTINA

C'è un condominio milanese integerrimo che ha appena dato lo sfratto ad alcune ragazze colpevoli di frequentare la peccaminosa località di Arcore. pagavano l'affitto puntualmente , ma fa lo stesso, sono ree di "offesa al decoro". Una di loro ha due bambini piccoli, però niente da fare, niente pietà: le colpe delle madri ricadano sui figli, anche a lei gli otto giorni e che non si faccia più vedere, malafemmina che non è altro.  MarystellGarcia Polanco ha già dovuto togliere il nome dal citofono perché racconta : " mi insultavano giorno e notte". Saranno stati i guardiani del Decoro, i nuovi zelanti difensori della pubblica decenza. Il gruppo pare sia in grande espansione, ad esempio il Corriere già conta 52 militanti, firmatari di una lettera di censura all'ex direttore Piero Ostellino. Come si è permesso costui di scrivere che "aver trasformato il prostitute le ragazze che frequentavano la casa di Berlusconi è stata una violazione della dignità di quelle donne"? Sarà mica anche lui, Lina Merlin non voglia, un sordido puttaniere? Oppure con la scusa dei principi liberali ("una donna dovrebbe essere libera di usare il proprio corpo come crede, rispondendone solo alla propria coscienza") un pericoloso libertino? Il fatto che sia nato a Venezia, la città del casanova, è un indizio da tenere in considerazione. Bisogna che la Buoncostume lo tenga d'occhio. La firmaiola più illustre è Maria Laura Rodotà  che di certo, a differenza di tante figlie di borgata e Terzo Mondo, per trovare lavoro non ha nemmeno dovuto fare lo sforzo di sorridere: o forse non è mai servito a niente, nemmeno all'inizio, essere figlia di Stefano Rodotà , pezzo grosso di Repubblica? Un'altra che sembra scrivere sui giornaloni per diritto di nascita è la contessa Isabella Bossi Ferdigotti. Quando partecipa al Coro del Decoro usa il plurale maiestatis : " siamo preoccupati per l'indecorosa immagine che l'Italia sta dando all'estero". Tal quale un antico sketch di Franca Valeri “ chissà cosa dirà la gente, signora mia”. E nessuno accusi la nobildonna di pudore a corrente alternata, se soltanto pochi mesi addietro ha lodato  il Dito Medio eretto da Cattelan in piazza della Borsa : dare pacche sul sedere in casa propria è da porci schifosi, metterlo nel medesimo posto davanti a tutti è invece encomiabile , siccome approvato dal sinedrio dell’Arte Globale.  Tutto può essere il decoro tranne che anticonformista : guai a chi canta fuori dal coro !  Il ritorno ai più pittoreschi anni cinquanta  non poteva non destare l’entusiasmo degli ambienti beghini  ed ecco quindi Famiglia Cristiana tuonare contro le notti scellerate di Brianza, messaggio “diseducativo” , “indecente rappresentazione” , “fonte di smarrimento…”

PARLA PURE VENDOLA

Volete mettere come orientano meglio le seratine di Nichi Vendola, pupillo di tanti parroci indignati col  Cavaliere?  E quando il coro prende un attimo di fiato ecco entrare in scena i vescovoni a caccia di applausi. Bagnasco auspica “contegno” e Bertone domanda “esemplarità” ma  purtroppo sbaglia giorno , apre bocca  proprio quando esce sui giornali la notizia tragicomica dell’annullamento di un annullamento: la Cassazione ha rifiutato disgustata di considerare mai esistito un matrimonio durato vent’anni, come preteso dalla Sacra Rota, istituzione che bisognerebbe abolire di corsa qualora si voglia insistere a gorgheggiare nell’arena moralista senza far ridere i polli. Insomma, nonostante tanta buona volontà, il Coro del Decoro stecca come una qualsiasi corale di comari di paese, il genere che dava addosso a Bocca di Rosa nel capolavoro di Fabrizio de Andrè. Il gran genovese, fine conoscitore dell’animo umano, identificò perfettamente nell’invidia e nel risentimento le molle che spingono a cantare all’unisono contro il malcostume: “l’ira funesta delle cagnette cui aveva sottratto l’osso.  


Io dico che questo Ŕ un conflitto sbagliato

20/03/11 di Vittorio Sgarbi per il Giornale

Illustre Presidente ritengo mio dovere scrivere oggi, per futura me­moria, il mio pensiero sulla vicen­da libica. Non c’è nessuna buona ra­gione per aderire alla posizione dei volenterosi accettando la risoluzio­ne Onu e seguendo la Nato e gli americani. Obama è ancora una volta, come Bush e Clinton, pronto a un’azione militare. In molti Stati della civile America c’è ancora la pe­na di morte. L’illuminismo si è fer­mato. Ciò che era chiaro a Cesare Beccaria e ad Alessandro Manzoni non è stato completamente com­preso dalla democrazia america­na. Lo Stato che uccide non risarci­sce il torto subito. Impone la sua for­za con lo stesso arbitrio del crimina­le. 

Nessuno può disporre della vita di un altro. Perché dovendo distinguere gli italiani dagli americani, risalgo a po­sizioni così lontane? Perché è evi­dente che la retorica con cui si fa ri­ferimento alle inermi e indifese po­polazioni civili sotto l’attacco mili­ta­re di Gheddafi esclude che lo stes­so comportamento, con analoghi ri­schi, possa essere assunto con la no­bile motivazione di difendere il po­polo libico. Non parlo per questio­ni di principio. Mi riferisco alle tan­te azioni, in particolare in Irak, che hanno reso odiosi gli americani per­ché le loro bombe contro il dittato­re hanno, non raramente, colpito ci­vili. Il delirio guerrafondaio di Sarkozy oggi, e il rigore di Obama minacciano identici rischi. Si può bombardare senza uccidere, an­che con le migliori intenzioni. Bom­bardare anche senza milizie di ter­ra, cui almeno si risparmia la vita (quanti italiani sono morti nelle missioni di pace?) vuol dire essere inguerra. 


E SE NAPOLITANO II ANDASSE A SENIGALLIA?

17/03/11 Di Marco Invernizzi - per'www.la bussola quotidiana.com

E se Napolitano II andasse a Senigallia?

di Marco Invernizzi
17-03-2011

«17 marzo 2061. Il Presidente della Repubblica va in visita ufficiale a Senigallia, nella casa nativa di papa Pio IX, da pochi anni canonizzato dalla Chiesa, non per chiedere scusa ma per completare un processo di pacificazione fra l’Italia cattolica e quella dello Stato nato appunto il 17 marzo 1861». Un sogno, una “cosa che non sta da nessuna parte”, una inutile provocazione oppure una speranza legittima dopo la preghiera recitata per i caduti dal segretario di Stato vaticano a Porta Pia il 20 settembre 2010 e le celebrazioni liturgiche officiate dalla Gerarchia ecclesiastica per i primi 150 anni di unità del Paese? Una speranza, cioè, che si riconosca al “grande vinto” di allora, il Papa nel frattempo diventato san Pio IX, e a tutti coloro che hanno combattuto per lui e per la Chiesa la dignità di italiani, a tutti gli effetti. 


Vedranno coloro che ci saranno fra cinquant’anni.

Intanto a noi tocca tentare un primo bilancio, arrivati al 17 marzo del 150° anniversario della formazione del Regno d’Italia. Una prima constatazione, comune a chi ha tenuto un certo numero di conferenze e convegni sul tema nei mesi passati, è l’enorme distanza esistente fra le celebrazioni ufficiali e il comune sentire della gente, almeno di quella parte della popolazione che si interessa dell’identità nazionale. Quest’ultima sopporta a fatica la retorica risorgimentalista ancora ripiegata sui padri della patria “maestri incorrotti” che da un secolo e mezzo viene insegnata nelle scuole e che ancora viene trasmessa, come testimoniano i disegni dei bravi ragazzi delle elementari che di solito servono per addobbare le sale dove si tengono le conferenze cui ho appena accennato. E male sopportano questa retorica non perché non si sentano italiani o perché abbiano nostalgie pre-unitarie, ma perché percepiscono che la retorica del Risorgimento è ideologica e falsa e che l’unificazione nazionale ha provocato alcune ferite di cui per decenni non si è volutamente parlato. 

Centinaia di opere, apostrofate come revisioniste dalla classe intellettuale (con qualche meritoria eccezione), sono invece state stampate in questi ultimi anni e soprattutto comprate e lette da decine di migliaia di lettori. Sono opere di diverso valore e di diversa ispirazione culturale, ma il loro successo commerciale è la testimonianza di un disagio reale fra la popolazione. Mi è capitato spesso, in questi ultimi mesi, di ricevere inviti da parte di Comuni a trattare il tema Risorgimento, e mentre quasi sempre i membri dell’amministrazione mi invitavano a trattare il tema con moderazione, in sala poi trovavo un pubblico molto critico, a volte esageratamente, contro il Risorgimento.


Ora questo malessere esiste e va affrontato prima che diventi una ostilità cronica verso le istituzioni, qualunque orientamento esse abbiano. E’ una ferita, come le altre che hanno accompagnato la storia italiana dall’Unità in poi. Una ferita simile a quella della forma centralista dello Stato, che sta cercando di curare il nostro Parlamento con la riforma federalista, simile a quella provocata dalla guerra civile durata dieci anni nel Sud d’Italia (1860-1870) e simile anche alla ferita che ha provocato la questione cattolica, che è molto più vasta, perché culturale, della “questione romana”, chiusa con il Concordato e con il Trattato del 1929.


Una ferita che, se non verrà riconosciuta e medicata, potrebbe allontanare definitivamente gli italiani dalle loro istituzioni.



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