L'Italia è corrotta? Sì, perché senza storia.

21/02/11 di Angela Pellicciari per www.angelapellicciari.it


L'’Italia, di destra e di sinistra, è corrotta? Si. E a tappeto. Questa la risposta di Galli della Loggia sul Corriere del 17 febbraio. Andando a cercare il perché di tanto disastro “nella nostra storia profonda”, Galli enumera, fra le varie cause, anche quella della “troppa famiglia”.

I dati Istat comparsi l’'altro giorno raccontano di un disastro annunciato: il saldo fra nati e morti è negativo. Da decenni nasce un numero irrisorio di bambini. La classe politica se ne preoccupa? La cultura se ne occupa? Analizza e divulga le conseguenze economiche e sociali del suicidio della nostra plurimillenaria civiltà? Gli immigrati ci sono indispensabili perché noi non abbiamo giovani a sufficienza, ma qualcuno ha pensato nel corso dei decenni ad educarli al nostro patrimonio religioso, culturale e artistico?

No. Noi ci siamo limitati a ripetere supinamente la leggenda del “familismo amorale” diffusa negli anni cinquanta dalla “scientifica” e protestante sociologia americana. Secondo questa vulgata la scarsa socialità che contraddistinguerebbe noi italiani sarebbe imputabile ad un eccesso di famiglia. Per rimediare sarebbe sufficiente prendere qualche lezione dalla “civile” cultura protestante. Di fronte a tanta scienza ci siamo fatti una risata? Macché! Abbiamo appena ristampato quella vecchia cariatide (Edward Banfield, Le basi morali di una società arretrata) e continuiamo a divulgarne le tesi.

Cattolici? No. Meglio protestanti. A noi cattolici conviene sparire. Conviene non fare figli. Siamo stati così arretrati nel passato, così pateticamente attaccati alla famiglia! Meglio crescere, maturare, emanciparci. Arrivare alla vita adulta. Vivere soli. Senza famiglia. Senza famiglia, ma con tanti diritti: quello all’'aborto (definito diritto di civiltà), quello alla sessualità libera da qualsiasi limite, quello all’'eugenetica, quello alla compassione dell’'altro. Leggi eliminazione del dolore dell’'altro. Leggi eliminazione del dolore mio. Leggi soppressione fisica dell’altro.

E’ vero che la cultura cattolica abbia qualcosa da invidiare a quella protestante? No. E, per capirlo bene, basta studiare un po’ di storia. Altro che asociale! La civiltà cattolica, attraverso la creazione di una miriade di confraternite e di ordini religiosi, si è da sempre curata delle ricadute sociali del proprio credo. Si è fatta carico dei bisogni di ogni tipo di povertà. In una parola: la nostra cultura si è fatta carico della vita. Che, spesso, comporta sacrificio e sofferenza. La nostra civiltà ha sempre saputo che la famiglia è un bastione fondamentale per difendere la vita.

Disprezzando noi stessi, abbiamo accettato la cultura relativista ed anticattolica che ci veniva proposta, non prestandoci caso. Come sovrappensiero. Abbiamo fatto finta che tutto fosse uguale, che bene e male dipendessero dai nostri desideri, che peccato fosse una parola senza senso. Il cardinale Biffi aveva un’'espressione significativa per descrivere la grassa e rossa Bologna: sazia e disperata. Ma sazi e disperati siamo diventati tutti: la mancanza di figli è il segnale del degrado culturale, economico, religioso e sociale, in cui siamo precipitati.

Il nostro male, parafrasando Pavese, è che abbiamo rinunciato a vivere. Perché la politica (e la cultura) continuano a far finta di niente?



Il Papa: 'capitali anonimi: potere distruttore che minaccia il mondo'

11/10/10 tratto da www.corriere.it

Il Pontefice mette in guardia contro il potere finanziario irresponsabile che pone l'uomo in schiavitù
 Dai «capitali anonimi» che «schiavizzano» gli uomini ad un modo di vivere immorale, dal terrorismo ideologico alla droga che divora la terra: anche oggi ci sono «false divinità che distruggono il mondo» e contro cui i cristiani devono combattere fino alla vittoria. Lo ha detto il Papa aprendo oggi con un discorso a braccio il Sinodo sul Medio Oriente.

CAPITALI ANONIMI - In particolare il Pontefice si è soffermato sulla minaccia rappresentata dai capitali anonimi definiti «una delle grandi potenze della nostra storia» e considerate una delle forme di schiavitù contemporanee, addirittura un «potere distruttore che minaccia il mondo». Il Papa ha così denunciato i rischi provenienti da un capitalismo finanziario senza freni e controlli. «I capitali anonimi pongono l'uomo in schiavitù» ha detto il Papa che poi ha aggiunto: «essi non sono più cose dell'uomo sono invece un potere anonimo al servizio del quale gli uomini si mettono, e per il quale soffrono e muoiono». «Si tratta - ha detto ancora il Papa - di un potere distruttore che minaccia il mondo».

Papa Ratzinger ha tracciato un parallelo tra i primi tempi del cristianesimo, quando «il sangue dei martiri» ha «depotenziato le false divinità a partire da quella dell'imperatore» al mondo di oggi. Anche adesso serve «il sangue dei martiri, il dolore del grido della Madre Chiesa che fa cadere, che trasforma il mondo... che non assorbe i falsi idoli», ha detto.

LE ALTRE MINACCE - Un'altra falsa divinità, ha indicato il pontefice, è il «potere delle ideologie terroristiche che dicono di agire a nome di Dio; ma non è Dio; sono false divinità che devono essere smascherate perchè non sono Dio». Poi c'è «la droga, questo potere che come una bestia vorace mette le mani sulla terra e la distrugge». Infine «il modo di vivere propagato dall'opinione pubblica di oggi, in cui valori come la castità non contano più o il matrimonio non conta più». Tutte queste «false divinità devono cadere», ha proseguito Benedetto XVI, deve realizzarsi ciò che annuncia Paolo nella lettera agli efesini: le dominazioni cadono e diventano sudditi dell'unico Signore, Gesù Cristo«. «Siamo - ha rimarcato Benedetto XVI - in una lotta contro questo falsi dei che distruggono il mondo».


Santoro ha raggirato tutti

21/05/10 Di Marcello Veneziani per Il Giornale

Il dissidente russo-salernitano Mikail Santorov si è accordato con i suoi aguzzini e non scriverà la seconda parte di Arcipelago Gulag ricevendo in cambio dieci milioni di rubli. Lascia i suoi collaboratori a patire in Siberia, con Annozero tituli. Non ci posso credere, ma è finita davvero così tra il dissidente Santoro e la Rai di regime, tra Michele e la libertà d’informazione. È difficile spiegarla al mondo, dopo che si era gridato alla censura e alla limitazione della libertà d’opinione in Italia. Prima fu costretto all’esilio dalla Rai, poi fu invocato il suo rientro, come i Savoia; ma Re Michele ha fatto la stessa cosa dei reali sabaudi, che una volta ottenuta la tanto attesa libertà di vivere in Italia, hanno mantenuto la residenza a Ginevra. L’eroe della resistenza a Berlusconi esce dalla sospirata Rai che gli erige in memoria un monumento di euro.

Santoro è andato via d’improvviso, spiazzando tutti, e le soluzioni a occhio nudo sono due: o si è fatto pagare come un Kakà dal suo stesso nemico per togliere il disturbo oppure ha scelto in libertà di andarsene, come era libero in Rai di fare quei programmi e di continuare la sua opera berluschicida. Io propendo per una terza maliziosa soluzione: Santoro è stato in questi anni il principale sponsor di Berlusconi e andandosene ora gli fa un dispetto. È servito allo Zar assai più di Vespa o di chi volete voi. E ve lo dimostro. In principio Santoro fu uno dei principali testimonial e sostenitori della caduta della prima Repubblica.

Accese non pochi fuochi contro il potere, dette spazio a tutte le opposizioni, missini e leghisti inclusi, soffiò sulla rivolta del Sud, e sostenne Mani pulite. Fu uno dei principali alleati della Svolta che mandò al governo per la prima volta Berlusconi, gli ex missini e la Lega. Dalla metà degli anni Novanta in poi, la sua sinistra populista fu una spina nel fianco della sinistra politica. Loro venivano dal Pci, lui da Servire il popolo. Veltroni non lo amava, D’Alema non lo sopportava. Santoro in video li trattava male. Mi ricordo una volta in una puntata di Rosso e nero dedicata a D’Alema, ero ospite con la Palombelli. Prima di cominciare, Santoro stranamente mi disse: «Ti lascio il microfono sempre acceso, attaccalo quando vuoi, senza pietà». Mi sorprese ed io per spirito di contraddizione e per diffidenza verso l’invito al killeraggio, non attaccai D’Alema con furore. Santoro gli scatenò il pubblico contro, persino una massaia avvelenata. Baffino uscì furioso e avvilito, gli detti perfino umana solidarietà. Poi, i casi della vita: quando D’Alema andò alla guida del governo, Santoro uscì dalla Rai senza molti complimenti e con il silenzio della stampa.

E sapete dove andò a rifugiarsi? Ma guarda la combinazione, ad Italia Uno, proprio da Mangiafuoco Berlusconi. Poi tornò in Rai e cominciò la sua campagna contro il secondo governo Berlusconi; io lo capisco, era il tasto che tirava più ascolti. Poi venne la sua estromissione bulgara dalla Rai, un errore dei berluscones che non mi stancherò mai di definire imbecille. Perché il risultato fu che prima avevamo un Santoro e dopo ne avemmo due: uno dentro la Rai, nelle vesti di Giovanni Floris che con Ballarò prese il suo posto con professionale tendenziosità. E l’altro fuori, il medesimo Michele nel ruolo di vittima epurata, che percepiva molti soldi dalla Rai ma intanto veniva eletto al parlamento europeo nella lista Uniti nell’Ulivo. Anche allora Santoro fece come ora: disattese le aspettative dei suoi tifosi e dopo essere stato eletto, mollò il parlamento europeo. E tornò in Rai acclamato come un dissidente riabilitato. Sembrava il quasi omonimo Santorre di Santarosa, combattente all’estero, esule per la patria. Tornò più incazzato di prima, il Michele, grasso, con capelli surreali da pappone russo e la bava alla bocca.

Da lì cominciò il ciclo furente di Annozero. Che ha avuto un curioso fatturato politico: per ogni spettatore antiberlusconiano che aizzava contro Berlusconi, ne spingeva due per indignazione nelle braccia di Berlusconi. Santoro è stato un formidabile sponsor del Cavaliere. Anzi, per essere più preciso, Santoro e Berlusconi sono stati in questi anni un esempio perfetto di bipolarismo complementare a sfondo sadomaso: ognuno rendeva martire l’altro e il martirio in Italia, Paese cattolico anche se miscredente, paga molto. Nuocendosi, si giovavano a vicenda. E allora la mia perfida convinzione è che il vero dispetto a Berlusconi Santoro lo faccia proprio adesso che scappa via dalla Rai con la sua liquidazione milionaria, pur mantenendo un pied-a-terre nell’azienda pubblica radiotelevisiva. Chi darà più a Berlusconi ondate gratuite di solidarietà per i feroci attacchi in video del mitico Mikail?

Chi consentirà più a Silvio di dire che in Italia c’è libertà d’opinione, tanto è vero che sulla Rai pubblica è possibile attaccare il premier sia sulla rete militante dell’opposizione, Raitre, che perfino sulla governativa Raidue, e nientemeno che con il feroce Santoro? No, Michele, questo non lo dovevi fare. Berlusconi ha sempre vinto le elezioni con Santoro in video, e le ha perse con Santoro fuori. È stato il suo gobbetto portafortuna. Ora la sinistra può tirare un sospiro di sollievo per la sua fuoriuscita dalla Rai, che in video giovava al Cavaliere e a Di Pietro, ma non a loro; e magari può sperare che la Rai trovi un Emilio Fede che inneschi la stessa reazione allergica di Santoro in loro beneficio. Da anni Berlusconi si giova dei suoi nemici e patisce i suoi amici, da Casini a Fini, ora a Scajola più anemoni vari. Per questo piangiamo la dipartita dalla Rai di Michele Santoro mentre sentiamo dai microfoni dello studio uno straziante annuncio: si è smarrito un bambino di nome Marco Travaglio, ha perso la sua tata e non sa dove andare. 

Marcello Veneziani


La solita storia: un leader sempre fuori tempo

24/04/10 di Marcello Veneziani per 'Il Giornale'

Gianfranco Fini subacqueo
Non ho voglia di infierire su Gianfranco Fini che ha scelto di aprirsi uno studio di libero professionista in pieno centro, alla Camera, offrendo supporto e consulenza agli avversari del governo. Ho un rispetto antico e insopprimibile per i perdenti, anche se faccio più fatica a conservare il medesimo rispetto verso chi ha calpestato le ragioni dei vinti. Fini fu commissario liquidatore dell’Msi, poi della destra e di Alleanza nazionale, infine di se stesso, almeno dentro il centrodestra. Di lui si ricordano più gli affondamenti che le fondazioni, più le bandiere che stracciò che le bandiere innalzate.
Tu ce l’hai con Fini, ripeteva qualcuno fino a ieri; ma era un giudizio politico e umano, il mio, non un fatto personale; frutto di conoscenza ed esperienza. Semmai ho scontato gli effetti personali di quel giudizio. È normale che poi lui si regolasse di conseguenza e cercasse di chiudere gli spazi a chi la pensava diversamente da lui. Dico normale dal suo punto di vista, conoscendo la sua indole. Chi ha ucciso prima la libertà di critica intorno al suo partito, poi dentro il suo partito, infine ha suicidato il partito stesso, dopo avere ucciso il precedente, non ha ora i titoli per invocare contro Berlusconi la libertà di dissenso. Chi giudicava metastasi il dissenso interno ed esterno al suo partito, non può poi lamentarsi di vedere applicato il suo giudizio contro di lui. Chi ha votato e sostenuto una legge elettorale per nominare i parlamentari dall’alto, anziché lasciarlo fare ai cittadini, per soffocare sul nascere il dissenso, ora non può lamentarsi. La carriera politica di Fini nacque all’insegna del parricidio e così continuò, collezionando uccisioni simboliche di coloro a cui doveva gratitudine. Fini non è stato ostracizzato ma storacizzato, subisce quel che lui ha fatto agli Storace di turno, ma anche ai Gasparri, alle Poli, ai Musumeci, ai Bontempo e tanti altri.

Ma provo a mettermi nei panni di Fini medesimo e del suo dissenso. Fini ha sbagliato tempi e modi per venire allo scoperto. Ha sbagliato i tempi perché il suo dissenso è avvenuto troppo tardi o troppo presto. Fini avrebbe dovuto far pesare il suo ruolo di leader della destra quando aveva ancora una destra alle spalle e quando si era formato il primo governo Berlusconi. Aveva allora due possibilità: o restare alla guida del suo partito e tentare di farlo crescere mentre Berlusconi era al governo, o assumere allora la carica di presidente della Camera, al posto di Casini, e ottenere così piena legittimazione politica e insieme presentarsi come autonomo, indipendente da Berlusconi.

All’epoca quando decise di entrare nel governo, senza portafoglio, assumendo il ruolo di vicepremier che Tatarella aveva saputo usare con maestria di regista consumato, io suggerii una cosa all’apparenza stravagante: assuma almeno un ministero all’apparenza marginale ma centrale per l’Italia, rifondi il ministero per la Famiglia e lo carichi di tutto il peso e il significato che poteva dare lui, da leader e numero due dell’alleanza. Promuova leggi e interventi a tutela della famiglia italiana, e cresca lì nel cuore del nostro Paese. Chi parla alla famiglia dalla Casa delle libertà assume un peso formidabile.

Invece per anni Fini restò al fianco di Berlusconi come inerte guardaspalle, lasciò marcire il suo partito, non differenziò le posizioni della destra da quelle di Forza Italia, non bilanciò la posizione della Lega. Preferì la vita sommersa, fu subacqueo anche al governo. Compì solo qualche sciagurata emersione, qualche dannosa ripicca, come la cacciata di Tremonti dal governo, ma non si avvertì la sua presenza al governo, salvo l’appendice in verità un po’ sbiadita agli Esteri, che fu apprezzata forse in Israele ma non in Italia. Intanto visse con crescente fastidio il suo stesso partito, fino a considerarlo una palla al piede per la sua crescita personale.

Ma cos'è questa crisi?

08/07/10 Di Franco Cardini per www.francocardini.net

L’articolo Un paese senza politica, pubblicato da Ernesto Galli della Loggia su “Il Corriere” del 7 scorso e che ha scatenato una serie a catena di reazioni, di critiche e di polemiche, mi ricorda la lapide che campeggia nel bel mezzo del Piazzale Michelangelo a Firenze e ch’è dedicata a chi ideò quel luogo unico al mondo, l’architetto Giuseppe Poggi: “Guardatevi intorno: questo è il suo monumento”.

Mi sembra che si potrebbe dire esattamente lo stesso dell’Italia di oggi: e forse magari di tutta l’Europa e di tutto il cosiddetto “Occidente”, perche la crisi c’è, è in atto, e non è soltanto finanziaria e socioeconomica oppure occupazionale. Visto che va tanto di moda parlare d’identità e di valori, diciamolo chiaro: è crisi, appunto, d’identità e di valori: e in ciò il nostro paese è, una volta tanto, all’avanguardia. Peccato solo che lo sia in un campo nel quale, viceversa, meglio sarebbe essere il fanalino di coda. Ma tant’è.

La crisi investe in pieno anche le istituzioni sulle quali fino a ieri si poteva contare, come la scuola e la famiglia; i casi di corruzione pubblica e privata si moltiplicano, e lo stesso si può dire della violenza; non esiste più qualcosa (nemmeno il calcio, dopo il flop ai Mondiali) da cui ci si senta rappresentati. E’ arcivero. Eppure ha straragione anche Cacciari, quando osserva replicando (“IL Corrriere”, 8.7.) che siamo pieni di personaggi e d’iniziative importanti e che si deve pur cominciar a parlare delle cose positive. Quali sarebbero? Principalmente una, che però è tutta da inventare: e qui, sul “Corriere” dell’8, Cacciari ed io – senza esserci messi d’accordo prima – abbiamo risposto allo stesso modo. Bisogna “aprire una fase costituente”. Con un gioco di parole, si potrebbe dire che il paese ha bisogno di un ri-costituente. Ma in che modo, in quali fasi, partendo da quali occasioni?

Cominciamo con il ricapitolare brevemente lo sfacelo nel quale ci troviamo. Proprio come nella lapide di Piazzale Michelangelo: guardiamoci intorno: questo è il monumento che ci siamo meritati, questa è l’Italia progressivamente costruita, o meglio distrutta, dalle generazioni grosso modo comprese fra i trentenni e i settantenni d’oggi, fra quella uscita dalla guerra e quella nata negli Anni Ottanta. Quelli nati prima, lasciamoli alla loro pensione con l’augurio di godersela (si fa per dire). A quelli di dopo, rivolgiamoci chiedendo perdono e incitandoli a far meglio di noi (lo dice un settantenne)

Quel che c’è, è il nostro monumento, pienamente meritato: ce lo siamo costruiti pezzo per pezzo. Dal ’45 ad oggi abbiamo lavorato – attraverso la ricostruzione postbellica, la “guerra fredda”, gli “anni di piombo”, il “riflusso”, “tangentopoli” e la “seconda repubblica imperfetta” – a distruggere sistematicamente, per quanto non in modo univoco e concorde, tutto quel che avevamo: cioè, appunto, l’identità e i valori, proprio le cose che ci mancano oggi e della mancanza delle quali andiamo di continuo alla ricerca dei responsabili.

Ma il punto è che gli italiani sono stati perfetti interpreti del Verbo moderno e occidentale fondato sulla distruzione nihilistica di tutto quel che non fosse affermazione dell’identità individuale e primato dell’economico e dell’utilitaristico: per lunghi anni, perfino lo studio e la cultura (“studia, ché ti fai una posizione…”) sono stati funzionalizzati anzi asserviti agli obiettivi dell’affermarsi individualmente, dell’esercitare diritti sempre più ampi (mettendo da parte il corrispettivo discorso dei doveri), nel guardare esclusivamente o comunque principalmente all’utile e al guadagno. La cultura? “E per che farne”? “A che serve”? Le tradizioni? Vecchiumi, orpelli, superstizioni. La solidarietà? “A queste cose, ci pensi lo stato” (ma al tempo stesso si evadevano le tasse). La morale? “Vietato vietare”; “il corpo è mio e lo gestisco io”. C’è da meravigliarsi se, con questi princìpi, abbiamo finito con il sentirci deboli e minacciati – noi, figli dell’opulenza e della società del benessere…- dagli extracomunitari che arrivano senza nulla, ma hanno la loro identità comunitaria, la loro religione, il loro senso della famiglia e della solidarietà: e abbiamo pensato che insidiassero la nostra identità, mentre altro non facevano, con la loro stessa presenza, che metterci davanti al nostro vuoto identitario autoprovocato?

La storia della società civile italiana somiglia all’apologo kantiano della colomba che, volando libera ma sentendo che l’aria le oppone resistenza, desidera un cielo senz’aria per librarsi senza fatica: e non sa che, in quel cielo vuoto, essa non solo non si sosterrebbe in volo, ma addirittura morrebbe. Abbiamo sostituito religione, patria, solidarietà, senso dello stato e dei doveri, con le “Isole dei Famosi”, i centri commerciali, i telefonini, lo “sballo” del sabato sera, il culto dell’avere, del possedere e dell’apparire anziche dell’essere, la schiavitu nei confronti dei capricci del proprio Ego alla liberta comunitaria ch’è fatta anzitutto di rispetto dei propri doveri e dei diritti altrui.

Ed ecco allora la validita della ricetta-Cacciari: “Cominciamo con il parlare delle cose positive”. Forse è vero che al peggio non c’e mai fondo: ma facciamo un atto di volontà forte, fingiamo di averlo davvero toccato. Quando si sbatte il sedere contro il fondo, c’è una sola cosa da fare: rimettersi in piedi. Acciaccati e doloranti, ma con la sensazione che ora si ricomincia e che questa sarà la volta buona.

Ci aspetta uno scorcio di legislatura, da ora al 2013. E ci aspetta un cambio della guardia, perché Berlusconi, nel bene e nel male, marcia verso gli ottant’anni ed è quindi al capolinea non della sua vita fisica (auguriamogli altri mille anni): ma di quella politica, sì. Il disagio che si registra di questi tempi del PdL, e che si riflette nell’incapacità propositiva e programmatica del Pd, si chiama anzitutto fine del berluskismo: se ne può pensare tutto il bene e/o tutto il male che vogliamo, ma il sistema del padre-padrone-padrino che pensa a tutto lui, che fa tutto lui, che dispone tutto lui, che compra-vende-comanda, è alle corde.

Abbiamo alcuni mesi di riflessione, da qui al ’13, per riorganizzarci le idee e per preparare nuovi quadri e nuovi strumenti. Se nel PdL sono sempre di più quelli che constatano che il partito-azienda non ha un domani e che il partito-plastica non serve a nulla, il succo di tutto è questo: che bisogna ricominciare a ridiscutere, re-imparare a stare insieme, riscoprire e rimodellare i valori desueti e costruirne di nuovi. Abbiamo bisogno di una riforma elettorale, perché il sistema del parlamento designato dalle segreterie ha abbassato la qualità dei nostri politici e ne ha accresciuto la corruttibilità; di un federalismo solidale, perché è inaccettabile un federalismo che distrugga l’Italia e mandi a remengo il Meridione; di una riforma fiscale che anziché fondarsi sui “tagli” riesca a battere l’evasione e restituisca non solo i redditi, ma anche i patrimoni alla loro necessaria funzione civica; di un nuovo patriottismo “italianista” ed “europeista”; di prospettive che ci aiutino a battere l’egoismo e a “risentirci popolo”; di una nuova primavera culturale che batta la TV-spazzatura, lo spettacolo-spazzatura, l’editoria-spazzatura; di un nuovo modo di far informazione mediatica, che per esempio ci restituisca la coscienza dei problemi sociali e di quelli di politica internazionale, scomparsi dalla nostra opinione pubblica.

Egoismo-individualismo, ignoranza-disinformazione, nichilismo-immoralismo: queste sono le nostre catene. Se ce ne liberiamo subito, è già tardi. Se indugiamo, siamo finiti.

8 luglio 2010

Franco Cardini


Gli evoluzionisti credono di essere Dio

09/04/11 di Marcello Veneziani per 'Il Giornale'

Chi vuol dimostrare scientificamente l'inesistenza di Dio è scientificamente parlando un cretino. Sono pronto a riconoscere anche l'osservazione inversa: la prova scientifica dell'esistenza di Dio è rigorosamente stupida. Due atti opposti di demenza militante e presuntuosa. Credo che di Dio si possa discutere sul piano teologico, filosofico, poetico, sentimentale, come pensiero, intuizione, atto e fede. Ma non sul piano scientifico e sperimentale.

Nei giorni di bufera sul Papa e sulla Chiesa in tema di pedofilia, negli anni dell'ateismo esibizionista, c'è un grosso scimmione che si aggira per i laboratori, i libri, la tv e i giornali: è lo scimmione di Darwin che impone con le zampe della scienza e i barriti dei mass media, l'indiscutibile verità evoluzionista. E lo fa non come una teoria scientifica ma come una risposta assoluta, irrevocabile e generale al senso della vita, dell'umano e del divino. Ne sanno qualcosa Piattelli Palmarini e Jerry Fodor che hanno osato dubitare in un loro testo dell'infallibilità di Darwin. Ne sa qualcosa Roberto de Mattei di cui è stato chiesto lo scalpo e la rimozione dagli incarichi scientifici ai vertici del Cnr  perchè sostiene argomenti critici verso il dogma darwininano. Ma ne sanno qualcosa perfino i religiosi, dal Papa in giù, che nel nome della scimmia dovrebbero chiudere bottega e dichiarare la chiesa superata dal laboratorio.

Non dirò una parola sull'evoluzionismo, non ho la minima autorità e competenza né per gloriarlo né per confutarlo, e nemmeno per spiegarlo. E dunque mi asterrò rigorosamente dal violento diverbio tra gli scienziati che sta riducendo la cultura ad una disputa tra macachi, bertucce e babbuini.

Parlo solo dell'implicazione assurda che la teoria evoluzionista comporta quando viene applicata oltre i confini della scienza, alla condizione umana, alla storia, al pensiero e al senso del divino. Nessuna scienza spiegherà mai perchè un tipo di scimmia si è fatta uomo ed altre specie no. E nessuna scienza potrà mai escludere che il seme della differenza, lo specifico di quella specie che poi è evoluta in umana, sia un misterioso dna, un inalienabile destino, insomma un germe o un codice di cui nessuna teoria scientifica spiegherà mai la genesi, la comparsa e la radicale differenza.  Nessuna scienza potrà mai applicare l'evoluzionismo alla vita intera, alla storia, al destino umano e all'anima, facendola debordare dall'osservazione delle specie animali. Perchè la realtà prima ancora di ogni altra teoria, insegna che l'evoluzione è solo uno dei moduli in cui si sviluppa la vita; ce ne sono altri opposti come il declino, la decadenza, il graduale invecchiamento o la degenerazione. O semplicemente l'alternarsi di stagioni e stati della vita, tra crescita e decrescita, tra potenziamento e indebolimento, tra piccole rinascite e piccole morti, tra giorni e notti, primavere e inverni. Ci sono i ritorni o i corsi e i ricorsi, della storia e della natura; e ci sono le parabole, c'è l'asse delle ascisse che cresce e quello delle ordinate che decresce, c'è l'acme di una vita, di un'epoca, di un popolo, situata a cavallo tra un'evoluzione e un degrado. La maturità, per esempio, è il punto più alto nella traiettoria umana, situato nel centro fra una crescita graduale detto progresso ed un invecchiamento altrettanto graduale detto regresso. La storia delle civiltà segue lo stesso percorso evolutivo e involutivo e si sottrae al determinismo progressista. Conosce espansioni e decadenze, sviluppi e degradi, incivilimenti e imbarbarmenti. E sul piano dei saperi e della arti, ci sono campi in cui la crescita sembra progressiva come la scienza e la tecnica, ed altre che hanno punti di eccellenza situati e seminati in epoche diverse che a volte sembrano inarrivabili ai posteri: chi ha più eguagliato il pensiero di Platone e di Aristotele, la scultura di Fidia e di Michelangelo, la concentrazione di un Sufi o di un Bodhi, l'abilità danzante di un dervisci o la potenza erotica di un maestro tantrico, la forza fisica di erculei antichi e perfino l'abilità manuale di alcuni inarrivabili artigiani? E quante scoperte, quante tecniche hanno accresciuto una sfera di poteri, atrofizzando o mortificando altre? Si pensi al rapporto tra scrittura e memoria, di cui scriveva già Platone.

Ma anche nell'ambito dell'evoluzione e del progresso, quando si dice che noi vediamo più dei nostri avi perchè siamo nani sulle spalle di giganti, il taciuto è che se scendiamo dalle spalle dei giganti antichi siamo nani e non vediamo nulla; ovvero fuori dalla tradizione c'è il nulla. L'evoluzione spiegata alla luce della tradizione assume altri significati e altre implicazioni.

L'evoluzione non è una teoria generale e assoluta di vita. Non spiega il nostro destino, non spiega l'assenza di Dio o dell'anima, come la sua demolizione non ne spiega la presenza; non si sostituisce il disegno intelligente con lo schema evolutivo. Si può applicare ad alcuni, anche vasti contesti. Lo scienziato che scaccia sdegnato il filosofo, il teologo, il credente dai suoi ambiti e poi si avventura a trasformare una teoria scientifica in un giudizio universale, vive lo stesso delirio, compie lo stesso sconfinamento filosofico, teologico e fideistico che condanna. Non si tratta dunque di essere pregiudizialmente avversi all'evoluzionismo, confesso candidamente la mia radicale ignoranza in materia; ma quando vedo una teoria tracimare dal suo ambito, debordare, farsi dogma e schema totale di vita, fino a generare conformismo e perfino intimidazione verso chi sostiene percorsi opposti, allora insorgo. Temo per la libertà e per il libero pensiero, per la libera teologia e la libera fede, ma temo anche per la ricerca scientifica e per la capacità di rimettere in discussione i saperi acquisiti per proseguire nella ricerca. Le teorie vanno continuamente falsificate, come dice Popper, nel senso di verificate; o revisionate, come dicono gli storici, nel senso di riaprire le pagine chiuse e proibite. La miscela di relativismo e di intolleranza, di nichilismo e di fanatismo, mi spaventa più dei vecchi dogmatismi autoritari. Abbiate passione di verità fondata sul senso della realtà. Lo dico a voi che vivete la scienza come fede e a voi che vivete la fede come scienza.    


Pazienza (quasi) finita

22/02/11 Di Marcello Veneziani per 'Il Giornale'

 

Ultima chiamata per l'Italia, i suoi Partiti e i suoi Palazzi. Stiamo superando la soglia di guardia del pericolo. Se non esplode la rivolta è solo perché la nausea ora prevale sul dissenso, il disgusto frena la ribellione. Ma non è detto che duri a lungo. Ha ragione Berlusconi a suonare l'allarme e a dirsi preoccupato: avrà pure letto sondaggi riservati, ma ha capito che siamo sull'orlo di un burrone e questo Paese sta raggiungendo uno dei suoi punti più bassi. Non dirò il più basso perché non bisogna mai esagerare, le vie dello squallore sono infinite e abbiamo un'esperienza storica assai ricca e varia del degrado. Non bastano gli ascolti per compensare il malessere. Lo dico alle antonelleclerici di destra e di sinistra che si accontentano dello share, dell'audience e del cono di luce e non si accorgono che ascoltare non vuol dire condividere: le vicende di sesso & corruzione che si spalmano su tutto il paesaggio politico italiano creano clamorosi indici di ascolto ma anche paurosi indici di disgusto.

Come è successo al festival di Sanremo e agli emanueli filiberti, anche il livello di attenzione alla politica è alto, ma il livello di consenso alla politica è ai minimi storici. Nella migliore delle ipotesi, che coincide poi con la peggiore, i grandi ascolti vogliono dire che questo Paese si rispecchia e si ]riconosce perfettamente nel degrado dei partiti e dei poteri. Ma questo non consola, semmai aggrava la situazione; e impone a chi ha qualche possibilità di incidere sulla realtà una responsabilità in più. Se il Paese degrada come la sua classe dirigente, è dalla classe dirigente che si deve ricominciare per reagire e rimediare. Perché una classe dirigente non deve solo rispecchiare il Paese ma deve anche guidarlo.

Altrimenti non dirige ma domina, esercita un potere ma si sottrae alle sue responsabilità. Le elezioni regionali stanno aggravando la situazione, offrendo uno spettacolo avvilente: si narra di candidature comprate e pagate il doppio, il triplo dell'indennità che gli eletti riscuoteranno lungo tutto il mandato; giri di affari e malaffari paurosi all'ombra dei cartelli elettorali, conflitti interni feroci, guerre tra bande, conditi di boicottaggi e colpi bassi. Dei partiti resta solo un residuo associativo di stampo mafioso.

È stato facile in questi anni esaurire la questione politica al caso Berlusconi, scaricarsi delle responsabilità di un'intera classe dirigente adducendo l'alibi che c'è lui, la sua personalità forte e pervasiva, l'impronta monarchica del suo comando. In realtà appena lo sguardo si sposta da lui al resto, o meglio ai poco amabili resti della politica e dei poteri, ti accorgi che la china è tremenda. Degrada la qualità della classe dirigente, il ricambio è prevalentemente in basso, una selezione a rovescio premia sempre il peggio e un darwinismo perverso promuove la sopravvivenza del più losco o del più inetto. Berlusconi è stato il generoso ombrello, l'alibi comodo dietro cui rifugiarsi per osannarlo o attribuirgli tutti i mali del Paese. Ma un Paese non si può ridurre a una persona, un complesso intreccio di poteri politici e giudiziari, locali e culturali, civili e amministrativi, non può essere nascosto all'ombra di Re Silvio, dei suoi processi e del gossip su di lui.

Questa è una chiamata alle armi e per la prima volta dopo tanto tempo non è rivolta a uno schieramento contro un altro, e nemmeno moralisticamente agli onesti contro i disonesti perché ci sono troppe zone grigie: ma più realisticamente a chi si accorge che di questo passo il Paese si sfascia e chi invece nello sfascio ci guazza e pensa di trarre ancora giovamento.

Non si tratta nemmeno, come avrete capito, di ingaggiare una guerra pro o contro i magistrati, perché il conflitto attraversa pure i tribunali e divide i magistrati non in rossi o bianchi, non in corrotti e integerrimi, ma tra chi si accorge che questo ciclone spazzerà via anche la loro credibilità e chi invece vive nell'occhio del ciclone e gode dei suoi immediati benefici. Ma la visibilità e il potere di oggi rischiano di ribaltarsi in condanna e vituperio domani.

Pensateci voi che avete qualche possibilità di reagire al degrado. Reagite in tempo. Ognuno faccia la sua parte secondo le sue possibilità e il suo ruolo. Noi che scriviamo abbiamo il dovere di denunciarlo a chiare lettere, di sospendere per un momento conflitti e schieramenti per concentrare l'attenzione pubblica e di ciascuno sulla Priorità Assoluta, la Svolta.

Fermate la discesa verso il collasso, selezionate contenuti, persone e programmi sulla base della qualità, del merito e dell'efficacia, invertite la tendenza all'imbarbarimento e all'involgarimento, non barricatevi nei vostri clan e nelle rendite di posizione, assumetevi le vostre responsabilità rispetto al domani. Questo è un Paese già povero di futuro, senza figli, pieno di vecchi e gonfio d'immigrati; date una scossa, non aspettate la mazzata finale

Milano città da incubo

20/08/10 Di Massimo Fini per 'il giornale del ribelle'


E-mail Stampa PDF

“Pirla” è un termine che si usa a Milano e sta per scemo, sprovveduto, limitato, ottuso, poco sveglio. E pour cause. Solo a dei pirla poteva venire in mente di insediarsi lì dove si sono insediati. Milano è l’unica grande città non solo italiana ma europea senza un fiume. Torino ha il Po, Firenze l’Arno, Roma il Tevere (più in giù le città non hanno fiumi non perché i meridionali sono dei “pirla”, al contrario dei milanesi sono invece astutissimi, anche troppo, ma semplicemente perché al Sud l’acqua non c’è), Londra ha il Tamigi, Parigi la Senna, Praga, Vienna, Belgrado il Danubio.

Genesi e sviluppo di un equivoco

Come e perché sia venuta a qualcuno l’idea di costruire una città in questo punto desolato e squallido della pianura padana, senza un corso d’acqua, è un mistero. Ho consultato geografi e storici, l’unica risposta che sanno dare, rifacendosi al nome latino della città, Mediolanum, è che era un punto di passaggio obbligato verso varie direttrici, l’oltralpe francese e svizzero, Venezia che era già allora una città importante. Ma Pavia, che è a soli trenta chilometri da Milano, poteva avere benissimo la stessa funzione, e sta su un bellissimo fiume, il Ticino. E invece i pirla si insediarono a Milano.

Solo nel 1400 Leonardo si inventò i Navigli e quello straordinario reticolo di canali che irriga la campagna milanese. Ma Leonardo era fiorentino e un genio (geni non ne sono mai nati a Milano, solo dei pirla). Comunque sia nel Novecento i milanesi, confermando di essere dei pirla, coprirono i Navigli e, per sopramercato, negli ultimi dieci anni, con la scusa di farci un parcheggio, hanno coperto anche la Darsena che è come se a Firenze si abbattesse il Duomo (pochi sanno che Milano è stata, per lungo tempo, il più importante porto europeo per il trasporto di sabbia).

Sistemata in questo modo Milano se è ancora accettabile d’inverno d’estate diventa un girone dantesco. Anzi peggio perché, per il caldo, tu rimpiangi persino l’ultimo girone dell’Inferno, quello dove i dannati, beati loro, stanno infissi nel ghiaccio (sicuramente non sono milanesi, saranno stati i napoletani e i romani ad aggiudicarsi quel posto privilegiato pagando una tangente a monsieur Satanasso). Tu la mattina, sfibrato dal caldo di fine giugno e di luglio, ti alzi e vedi un cielo grigio o bianco. Dici: “Finalmente una brutta giornata. Oggi forse pioverà”. Nient’affatto. Quel cielo-non cielo è fatto dai vapori che gravano sulla città.  Più il cielo è bianco più la giornata sarà calda e afosa. Sono stato in climi, specialmente in Nordafrica, dove la temperatura di giorno raggiunge anche i 45, 47 gradi.  Ma è un caldo secco e comunque la sera il termometro crolla a 20. Per cui il giorno resisti, aspettando la sera. Milano ha questa particolarità: la sera il caldo invece di diminuire aumenta. Cala un poco la temperatura (non di molto perché il caldo sale dall’asfalto arroventato) ma sale in modo esponenziale l’umidità in una sinergia sinistra che ti fa boccheggiare anche alle quattro di notte. Per questo i milanesi, appena arriva giugno, diventano dei superfanatici dei weekend. Ma cadono dalla padella nella brace. Per raggiungere l’agognato mare di Liguria (150 chilometri) ci vogliono cinque ore sotto il sole rovente. E quando, finalmente, arrivi al mare ti accorgi che non c’è. Un mare che sia tale, intendo. L’hanno rovinato loro, i milanesi, in combutta, per la verità, con i piemontesi e anche i liguri che, per quattro palanche in più, li han lasciati fare. Le Riviere di Levante e di Ponente, da Chiavari a Ventimiglia, sono ridotte a una lunga striscia di cemento, di seconde case, di terze case, di cementificazioni di ogni tipo.

Al milanese non resta che lavorare

Il mar ligure ridiventa potabile d’inverno, ma d’inverno i milanesi preferiscono andare a rovinare le montagne. Che resta quindi al milanese? Lavorare. Ed è indubbio che i milanesi, a parte le ore che passano in macchina, siano gente che lavora. Un tempo sostenevo, solo parzialmente smentito poi dai fatti, che Roma e Lazio non avrebbero mai vinto un campionato. Chi glielo fa fare, diciamo la verità, a un calciatore che vive a Roma di andare ad allenarsi (è il motivo per cui il primo Bossi quando arrivò a Roma con i suoi leghisti voleva rinchiudersi in una foresteria)? Qui se uno non va a Milanello o a Interello crepa di noia.

Il sacrosanto destino dei pirla

È quindi vero che Milano, a parte inanellare inutili scudetti, sostiene buona parte dell’economia del Paese mentre gli altri sgavazzano e se la godono. È il giusto destino dei pirla che si insediarono in un luogo dove nessun essere umano, che non fosse scimunito, si sarebbe mai sognato di piantare le tende.


Per non dimenticare Solzhenitsyn

20/08/10 Nel secondo anniversario della sua morte

Il secondo anniversario della morte di Alexandr Solzhenitsyn, scomparso a Mosca il 3 agosto del 2008,  sta passando sotto silenzio. I media sono troppo impegnati nel riportare il gossip estivo o le operazioni di teppismo istituzionale del Presidente della Camera e dei suoi seguaci.  Il grande dissidente russo, ospite per lunghi anni dei gulag comunisti, divenne famoso in occidente con la pubblicazione del  romanzo “Una giornata di Ivan Denisovic” avvenuta, forse per una svista della censura, sulla rivista Novji Mir, durante il “disgelo” post-staliniano. Nel suo capolavoro, il romanziere, attraverso la minuziosa descrizione di una singola giornata di un semplice internato nel campo di prigionia, dipinge   l’inferno di paura, violenza e miseria generato dal regime comunista.  La  notorietà che gli deriverà da questo  romanzo e la pubblicazione di “Arcipelago Gulag”,  il grande affresco dell’universo penitenziario dell’URSS, faranno di    Alexandr Solzhentsyn il simbolo del dissenso antisovietico. Questo gli procurerà  emarginazione, persecuzioni  e vessazioni poliziesche di ogni genere  da parte del regime. Nel 1970 Solzhentsyn riceve il Premio Nobel, ma non si recherà a ritirarlo a Stoccolma nel timore di non poter ritornare in patria. Nel 1974  lo scrittore viene comunque espulso dall’URSS e ripara negli Stati Uniti. Durante l’esilio il suo tradizionalismo religioso ed il rifiuto del liberalismo crea non poco imbarazzo al paese che lo ospita. Egli riconosce lucidamente il male oscuro dell’Occidente, comprendendo che , quando la libertà si priva della luce della verità diventa irresponsabile travolgendo ogni barriera e trascinando l’umanità verso l’autodistruzione.   Ritornato in Russia nel  1994, Solzhentsyn critica senza mezzi termini il nuovo corso e gli oligarchi di Eltsin. Pur  riavvicinandosi  parzialmente a Putin, morirà sempre più isolato ed inascoltato.

Per ricordare il grande scrittore pubblichiamo un breve estratto del famoso discorso che egli pronunciò all’Università di  Harvard nel 1978 (“A world split apart”) e che ci pare quanto mai attuale.

Il declino del coraggio  sembra essere l’elemento più evidente che un osservatore esterno nota  nell’Occidente dei giorni nostri.  Il mondo occidentale ha perso il suo coraggio civile, sia nel suo complesso che individualmente, in ogni paese, in ogni governo, in ogni partito politico e, naturalmente,  anche nelle Nazioni Unite. Questo declino del coraggio è particolarmente evidente nelle classi dirigenti e nelle élites intellettuali, causando l’impressione che l’intera società abbia perso il suo coraggio. Naturalmente ci sono molti individui coraggiosi, ma questi non hanno alcuna influenza sulla vita pubblica. I burocrati politici ed intellettuali dimostrano depressione, passività ed indecisione nelle loro azioni, nelle loro affermazioni e, ancor di più le loro analisi teoriche tese a dimostrare quanto sia realistico, ragionevole e intellettualmente e moralmente giustificato basare le politiche degli stati sulla debolezza e sulla viltà. Il declino del coraggio è ironicamente enfatizzato  da esplosioni occasionali di rabbia ed inflessibilità da parte di questi stessi burocrati quando hanno a che fare con governi e paesi deboli …

Non sarebbe il caso di rimarcare che fin dall’antichità il declino del coraggio è stato considerato l’inizio della fine? “


Massimo Pozzoli 


Gad Lerner in TV fa il processo ai cattolici

10/02/10 Di Antonio Sallustri per 'Il Giornale'

All'Infedele, su La7, Lerner mescola il caso Boffo alle malefatte di Marcinkus. La sentenza? La Chiesa è intrallazzona, corrotta e piena di truffatori. Ma il conduttore di religione ebraica non ha usato lo stesso metro per il caso Madoff

Gad Lerner l’altra sera, all’Infedele, con la scusa di parlare del caso Boffo, ha mandato in onda un processo al cattolicesimo italiano mixando furbescamente e a vanvera fatti completamente slegati tra loro. Un dentro fuori tra le vicende di Avvenire, quelle di Marcinkus, con sullo sfondo papi e secoli di storia e di fede. Il tutto, ovviamente, condito con una spruzzatina di Berlusconi e di moralità pubblica e privata. Spalleggiato da due editorialisti di la Repubblica, il teologo Vito Mancuso e lo storico Adriano Prosperi, non ha dovuto faticare per tenere a bada, abile conduttore qual è, Vittorio Messori e Luigi Amicone. Minuto dopo minuto, allusione dopo allusione, Lerner ha composto il quadro di una Chiesa cattolica intrallazzona e corrotta, divorata da lotte intestine, insomma una banda di truffatori immorali dediti agli affari loro.

Inutilmente Messori e Amicone hanno cercato di sostenere la verità, e cioè che in duemila anni di storia non pochi mascalzoncelli e anime fragili hanno attraversato curie e sacrestie ma che la Chiesa è altro e che proprio per questo ha resistito sia all’usura umana che a quella del tempo. Quisquilie. Lerner ha continuato a girare il coltello nella piaga con malcelata soddisfazione. Il tema della serata era un presunto complotto sul caso Boffo, ma una buona parte della trasmissione è stata dedicata a «Vaticano Spa», il libro del giornalista Gianluigi Nuzzi che ricostruisce affari e malaffari dello Ior, la banca del Vaticano guidata per vent’anni dal discusso vescovo Paul Marcinkus  Cosa c’entra Vittorio Feltri con le finanze cattoliche lo sa solo Gad Lerner. Che Marcinkus abbia combinato più di un pasticcio è storia nota da vent’anni. Che il libro di Nuzzi sia interessante è fuori dubbio. Ma da questo a imbastire un teorema in base al quale le finanze cattoliche sono marce e quindi è marcio anche buona parte del cattolicesimo, direi che ce ne corre. E comunque è una equazione pericolosa che quantomeno il giornalista Gad Lerner dovrebbe avere il coraggio di applicare con uguale energia sempre e comunque.

Il giornalista, come noto, non è cattolico. È di religione ebraica e non si è mai sognato di imbastire una puntata simile a quella di lunedì sera sul più grande scandalo finanziario degli ultimi anni, quello che ha visto come protagonista Bernard L. Madoff, ebreo, recentemente condannato a 150 anni di carcere negli Stati Uniti per aver truffato 500 miliardi di dollari a investitori di tutto il mondo. Madoff era ritenuto la punta di diamante della finanza ebraica e proprio all’interno della sua comunità, anche quella italiana, ha mietuto il maggior numero di vittime, tra le quali anche il premio Nobel della letteratura Elie Wiesel e il regista e produttore cinematografico Steven Spielberg. Seguendo il teorema Lerner, non solo la finanza ebraica sarebbe marcia, ma anche i suoi riferimenti civili e religiosi sarebbero assai furbetti.

Perché, sia pure con i distinguo dovuti alla non paragonabile organizzazione delle gerarchie delle due religioni, Madoff è stato il Marcinkus degli ebrei. Non potendo sospettare chi si nascondesse dietro quella maschera, in epoca non sospetta, persino il nostro autorevole commentatore R. A. Segre lo aveva definito, «il prototipo della onestà e della generosità della finanza ebraica nel mondo, soprattutto religiosa». Ovvio, visto che l’uomo era stato anche tesoriere della Yeshiva University di New York e presidente della Business School, considerata la più prestigiosa istituzione accademica religiosa ebraica d’America.

Gli esempi potrebbero essere anche altri. Nelle non poche puntate che l’Infedele ha dedicato alle attenzioni per le donne del nostro presidente del Consiglio, Gad Lerner non si è mai soffermato, per analogia giornalistica, sullo scandalo che ha travolto il presidente dello Stato d’Israele, Moshe Katsav, che si è autosospeso dalla carica dopo essere stato accusato dalla polizia di violenze sessuali su una dipendente oltre che di intercettazioni legali e di frodi. Né si è mai sognato di mettere in discussione, per questo episodio, la moralità pubblica e privata dell’intera classe dirigente di Israele.

Ora, essendo La7 una televisione privata può mandare in onda ciò che meglio crede e i cattolici sono altrettanto liberi di cadere nel trappolone e andare a farsi massacrare e spernacchiare in diretta tv. Basta avere sempre presente che non solo la cronaca, ma a volte anche la storia, non è come Gad Lerner ce la vuole raccontare.

Alessandro Sallusti



Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I più letti


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext